Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

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I fatti li conosciamo tutti: 3 giorni fa, a Bologna, un’autocisterna che trasportava GPL ha tamponato un altro tir ed è esplosa in autostrada. 145 feriti, danni materiali ancora da estimare, e un solo morto – il 42enne autista della autocisterna, Andrea Anzolin.

Il video dell’esplosione l’abbiamo visto tutti, e non in pochi sono stati in grado di vedere il volto di “uno spirito maligno” tra le fiamme.

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L’apparizione del volto di uno spirito maligno

Inutile perdere tempo in questo caso, perché tale visione si spiega come l’ennesimo fenomeno di “pareidolia”, ovvero – come da Dizionario Treccani – quel “processo psichico consistente nella elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale…”

Molto più interessante è invece commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – leggiamole insieme:

In tangenziale c’è stato l’intervento della provvidenza di Dio. Un dono, una protezione. Bisogna riconoscere che si è avuta una rapidità di intervento che ha permesso di evitare un numero enorme di vittime. Poi, però, vedendo e rivedendo le immagini, considerando che c’è stato per un incidente così grande un solo morto, effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori.

L’arcivescovo Zuppi non è il primo, né sarà di certo l’ultimo, ad attribuire a Dio un presunto potere miracoloso subito dopo una catastrofe di simili portate.

La libertà di religione e di espressione permettono questo e ben altro – e noi, in quanto cittadini di una democrazia liberale, difenderemo sempre il diritto dell’arcivescovo e dei suoi emuli a dire la propria, in totale libertà.

Ma, al tempo stesso, sempre appellandoci alla medesima libertà e agli stessi principi democratici e liberali, rivendichiamo il nostro diritto di dire apertamente e fragorosamente che le affermazioni dell’arcivescovo sono un’enorme stronzata.

Lo sono innanzitutto da un punto di vista logico, perché basate su un malcelato non sequitur. Dice infatti l’arcivescovo che “effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori”. Ma “effettivamente” cosa? Sulla base di quali fatti? E in che modo i soccorritori avrebbero fatto più di quanto non avrebbero normalmente fatto senza il presunto aiuto divino?

Ma, tralasciando questo aspetto, le affermazioni dell’arcivescovo Zuppi sarebbero ancora più assurde proprio nel caso in cui fossero vere (sic!)

Come fa l’arcivescovo a non accorgersi delle conseguenze teologiche di simili affermazioni? E, ampliando la prospettiva, come diavolo fanno miliardi di credenti in tutto il mondo a non capire che, ogni qual volta attribuiscano a Dio la capacità di intervenire direttamente nel reale, stanno sostanzialmente bestemmiando contro quel loro stesso Dio, fornendo agli atei l’ennesimo argomento a favore del loro ateismo?

Perché, se Dio ha potuto aiutare i soccorritori dopo l’esplosione, allora Dio avrebbe potuto anche aiutare l’autista a premere tempestivamente il freno per evitare il tamponamento e scongiurare la tragedia.

“Sì, certo”, risponderà il credente di turno, “Dio poteva, ma non ha voluto”. Ed è qui che, detto con inconfondibile aplomb, mi vien voglia di bestemmiare e di spaccare la tastiera su cui sto scrivendo.

Perché ogni argomentazione di questo tipo non è nient’altro che un’enorme e disumana supercazzola per giustificare ciò che non può essere giustificato – ma, soprattutto, ciò che non deve essere giustificato.

Non importa che a pronunciare quella supercazzola sia il più erudito dei teologi à la Karl Barth o il più illetterato dei contadini della Vandea controrivoluzionaria. Non è una questione di stile o di forma, bensì di pura, semplice e inaggirabile logica fondata sul principio di non-contraddizione. E, da questo punto di vista, è preferibile un teismo à la Spinoza o à la Bonhoeffer, che tenevano Dio ben lontano dalle faccende umane, piuttosto che l’arbitrarismo teologico dell’arcivescovo Zuppi e dei suoi emuli.

Perché, se in certi casi Dio può ma non vuole, allora vuol dire che Dio ha da sempre messo in conto, all’interno del suo imperscrutabile disegno divino, la sofferenza più o meno innocente di alcuni uomini, al fine di salvarne altri, più o meno innocenti a loro volta. E questa è, parafrasando le parole di Primo Levi, una bestemmia che Dio stesso risputerebbe a terra.

Di più: se ammettiamo che Dio può intervenire nel reale, allora Dio è responsabile per le morti di milioni di neonati e bambini che, ben prima di aver potuto esercitare il “dono” del libero arbitrio, sono morti in modi più o meno atroci ma tutti ugualmente ingiustificabili in un’ottica di teodicea. E in tal caso, noi – noi atei umanisti – abbiamo tutto il diritto di voltare le spalle a quel Dio, perché – come ho scritto nel mio libro – un Dio siffatto “non meriterebbe nient’altro che il nostro disprezzo“.

C’è poco da fare: più i credenti si ostineranno a ripetere simili supercazzole, più gli atei avranno ragione a rimanere ostinatamente nel loro rifiuto di Dio. Perché l’argomento ultimo dell’ateismo filosofico non è una confutazione dell’esistenza di Dio, bensì la presa di consapevolezza che, “anche se Dio esistesse, sarebbe umanamente e ragionevolmente impossibile credere in lui.”

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Ho affrontato l’argomento della teodicea in maniera più approfondita nell’ultimo capitolo del mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

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“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

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“Non c’è vita senza dialogo. E, dappertutto nel mondo, il dialogo è oggi rimpiazzato dalla polemica. Il XX secolo è il secolo della polemica e dell’insulto. […] Migliaia di voci, giorno e notte, persistono ognuna per sé in un tumultuoso monologo, riversano sulle persone un torrente di parole mistificatrici, attacchi, difese, esaltazioni. Ma qual è il meccanismo della polemica? Consiste nel considerare l’avversario un nemico, e di conseguenza nel semplificarlo e nel rifiutarsi di guardarlo. Della persona che insulto, non conosco più il colore dello sguardo, né se gli capita di sorridere, e in che maniera sorride. Diventati grazie alla polemica ciechi per tre quarti, non viviamo più tra uomini, ma in un mondo di silhouette.

Non c’è vita senza persuasione. E la storia non conosce oggi che l’intimidazione. Gli uomini vivono e non possono che vivere a partire dall’idea che abbiano qualcosa in comune dove potersi ritrovare sempre. Ma invece abbiamo scoperto questo: ci sono uomini impossibili da convincere. Era e resta impossibile a una vittima dei campi di concentramento spiegare a coloro che l’hanno umiliata che non avrebbero dovuto farlo. Il punto è che questi ultimi non rappresentano più degli uomini, bensì un’idea, portata alla temperatura della più inflessibile delle volontà. Chi vuole dominare è sordo. Di fronte a lui, bisogna battersi o morire.”

Albert Camus, Il testimone della libertà (1948)

Il testo originale francese, da cui è tratta questa mia libera traduzione, si trova a pagina 121-122 del volume Conférences et discours (1936-1958), pubblicato nel 2017 da Gallimard.

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Ho citato più volte Camus nel mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

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C’è chi non ne può più degli immigrati, io non ne posso più dell’immigrazione – del suo essere ormai l’unico argomento all’ordine del giorno, l’unico punto dell’agenda politica italiana, come se la sorte del nostro intero paese dipendesse esclusivamente dalla risoluzione di questo problema. Come se, il giorno in cui cacceremo finalmente tutti gli immigrati (regolari e non), l’Italia si risolleverà d’incanto dalla stagnazione economica e culturale in cui versa da anni – la realtà è ben diversa, se non addirittura opposta, come dimostrato da molti studi. [1] [2] [3] [4]

A scanso di equivoci: l’immigrazione è un problema – un problema enorme, complesso e delicato. Lo è a monte, quando si tratta di salvare le vite di chi arriva per mare. Lo è a valle, quando si tratta di integrare gli immigrati regolari e di gestire quelli irregolari. Ma – attenzione a quel microscopico dettaglio – l’immigrazione è appunto solo un problema, non il problema.

La trappola nella quale siamo caduti a piè pari – architettata nel corso degli anni da Salvini, Meloni e i loro rispettivi social media manager – è stata farci credere che ogni singolo problema del nostro paese sia conseguenza diretta di un’unica limitatissima macro-causa: l’immigrazione, appunto.

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E in questa trappola, volenti o nolenti, ci siamo cascati tutti. Ci sono cascati gli elettori della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Ci sono cascati gli elettori del Movimento 5 stelle, che plaudono a Salvini – lo stesso che odiavano soltanto sei mesi fa – e che sembrano trovare normale che il loro inedito alleato, con “solo” il 17% dei consensi elettorali, stia letteralmente facendo il bello e cattivo tempo, fregandosene del loro partito, che invece ha preso il 33%. Ci sono cascati forse anche gli elettori del PD – perché il salto da Minniti a Salvini non è stato difficile in fondo…

Ma in questa trappola ci siamo cascati in qualche modo tutti, a prescindere dalla scelte elettorali dello scorso marzo, perché sin dal primo giorno del nuovo governo abbiamo accettato (ma non avremmo potuto fare altrimenti) di parlare dall’alba al tramonto di immigrazione, immigrazione, immigrazione.

Economia, ricerca scientifica, istruzione, cultura, diritti civili, welfare, laicità: tutto è stato strategicamente messo in secondo piano, lasciando il monopolio mediatico alla questioni più populiste a disposizione del governo. E se uno di quei temi per caso emerge dallo sfondo, è soltanto per essere strumentalmente attaccato o smantellato a fini propagandistici, come se ci trovassimo ancora in una ininterrotta campagna elettorale.

Non sono un analista politico, ma mi spiego questa strategia (tanto mediatica quanto politica) in un solo modo: fare delle riforme costa; giocare con i diritti (e con le vite) delle persone non costa nulla.

Per fare delle riforme occorrono risorse. E, se queste non ci sono, occorrono intelligenza e coraggio per trovarle: serve intelligenza, per attuare misure innovative che rilancino il mercato e producano benessere, ricchezza, servizi e progresso; ma serve anche coraggio, per dire ai cittadini che, lungi dall’essere vittime innocenti del problema, ne sono essi stessi la causa. Ma, evidentemente, nemmeno il più onesto dei partiti sarebbe mai disposto a commettere un simile harakiri politico…

E allora – visto che le coperture non ci sono e che la politica è un gioco più difficile di quanto preventivato da leghisti e pentastellati – al governo non resta che una strada: martellare su immigrazione, omofobia, complottismo anti-vaccinista, invasione islamica e altre simil-stronzate spendibili sul mercato del populismo.

Perché chiudere i porti non costa nulla, fa spettacolo e aizza l’elettorato, senza risolvere – ma anzi, peggiorando – il problema.

Perché dire che “le famiglie arcobaleno non esistono” e paventare una “stretta sugli aborti” è gratuito, rassicura i fondamentalisti cattolici e fomenta gli omofobi.

Perché dire che “dieci vaccini sono troppi” senza capire un emerito nulla di virologia o immunologia fa scena, ti accaparra l’appoggio degli antivaccinisti ed è apparentemente gratuito, almeno nel brevissimo periodo – nel breve, medio e lungo periodo il calo della copertura vaccinale equivale invece a un’ecatombe, sia in termini di costi sanitari che di vite umane.

Perché una legge che imponga i crocifissi in tutti i luoghi pubblici, porti compresi, è a costo zero, ma ti assicura il consenso di nazionalisti e cattolici, reiterando la narrazione dell’Italia “nata cristiana che non morirà musulmana”.

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Ecco, questa è la trappola in cui siamo caduti, dalla quale non sappiamo come (né quando, né se) ci libereremo.

Scaricare la colpa di tutti i nostri mali su immigrati, gay, vaccini, atei e musulmani non è solo stupido e falso – è anche e soprattutto una narrazione suicida in termini economici, culturali e sanitari. Presto o tardi lo capiremo tutti, con le buone o con le cattive.

La carta dell’odio e dell’idiozia non si gioca mai impunemente. Tra qualche anno o tra qualche mese, la realtà (oggettiva, indifferente, implacabile) ci si ritorcerà contro – e non ci chiederà il permesso.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Non ci crederai, ma i 7 principi dei seguaci di Satana sono semplicemente fantastici

Non ci crederai, ma i 7 principi dei seguaci di Satana sono semplicemente fantastici

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Mi sono imbattuto per caso in uno strano video di VICE Francia dal titolo “Perché i Satanisti difendono il diritto all’aborto“. Il video fa riferimento al “Temple of Satan”, organizzazione statunitense basata nel Massachusetts con una missione ben precisa:

Incoraggiare la benevolenza e l’empatia tra tutte le persone, rigettare l’autorità tirannica, promuovere la giustizia e il buon senso pratico, e l’essere spinti dalla coscienza umana a intraprendere imprese nobili guidate dalla volontà individuale…

[Encourage benevolence and empathy among all people, reject tyrannical authority, advocate practical common sense and justice, and be directed by the human conscience to undertake noble pursuits guided by the individual will…]

Incuriosito da cotanta ragionevolezza ho indagato ancora un po’ e ho scoperto i cosiddetti “7 principi fondamentali” del Temple of Satan.

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Li traduco qui in italiano, prendendomi forse qualche libertà lessicale di troppo:

  1. Una persona deve cercare di agire con compassione ed empatia verso tutte le creature in accordo con la ragione.

  2. La lotta per la giustizia è una attività continua e necessaria che deve prevalere sulle leggi e sulle istituzioni.

  3. Il corpo di una persona è inviolabile, soggetto soltanto al volere della persona stessa.

  4. La libertà altrui deve essere rispettata, inclusa la libertà di offesa. Invadere volontariamente e ingiustamente le libertà altrui significa rinunciare alla propria.

  5. Le nostre credenze devono uniformarsi alla nostra più avanzata comprensione scientifica del mondo. Dobbiamo fare sempre attenzione a non distorcere i fatti per adattarli alle nostre credenze.

  6. Le persone sono fallibili. Se commettiamo un errore, dobbiamo fare del nostro meglio per correggerlo e rimediare a qualsiasi danno eventualmente arrecato.

  7. Ogni principio è [solo] una guida volta a ispirare la nobiltà d’azione e di pensiero. Lo spirito di compassione, di saggezza e di giustizia deve sempre prevalere sulla parola orale o scritta.

Non so voi, ma date queste premesse forse è davvero venuto il momento di convertirsi al satanismo…

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“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

Ieri a Londra si è tenuta una manifestazione di protesta contro la visita di Donald Trump. Il nostro cartellone diceva “Accogliamo tutti i rifugiati”, seguito da un ironico asterisco: “Inclusi gli americani che scappano da Trump”.

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Tutto andava come dove andare, fino a quando due persone non sono venute a contestare il nostro cartellone. Indossavano dei cappellini rossi con scritto “make Britain great again“, emulazione del trumpiano “make America great again”.

Non ci lasciavano parlare, e quando parlavamo sembravano non ascoltarci. La signora in particolare all’inizio ci riversava addosso le sue invettive con un mini-megafono, nonostante fossimo a soli due metri di distanza.

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I loro argomenti erano terribilmente simili a quelli di molti miei concittadini italiani: “voi state dalla parte di chi ruba, spaccia e stupra”, “voi state dalla parte dell’illegalità”, “possiamo accogliere soltanto chi è effettivamente in pericolo di vita perché scappa dalla guerra, non chi viene qui a cercare fortuna”, etc.

Ho fatto allora notare che io, immigrato italiano nel Regno Unito, non sono scappato da nessuna guerra e che sono venuto a Londra proprio per “cercare fortuna”. Il ragazzo allora ha esclamato: “Certo! Sei dovuto andar via dall’Italia perché siete sopraffatti dagli immigrati, perché loro si sono rubati il tuo lavoro”.

Ho risposto che nessuno mi aveva rubato assolutamente nulla, ma è a quel punto che quello che non doveva accadere è accaduto: un idiota – perché solo così possiamo chiamarlo – ha preso di forza i cappellini rossi dei due e li ha buttati nella fontana di Trafalgar Square. Botte, spintoni, la polizia che ci fa scendere dal bordo della fontana – e i due nazionalisti che fanno la figura dei martiri della libertà di espressione…

Sceso dalla fontana, mi sono allontanato sentendo chiaramente il ragazzo sostenere che i cittadini britannici hanno una “superiorità morale” (“moral superiority”) rispetto agli stranieri che vivono nel “loro” paese…

È a quel punto che sono stato accostato da due loschi figuri, tatuati, con la testa rasata, due lattine di birra in mano e autodefinitisi “fratelli di Tommy Robinson” – il quale, per chi non lo sapesse, è un attivista di estrema destra britannico, portavoce della English Defence League (alla lettera, “Lega di Difesa Inglese”), un misto tra la Lega Nord e CasaPound.

“Tu li vorresti sul tuo pianerottolo, i rifugiati?”, mi chiede uno dei due.

Ho risposto che non era quello il punto. Che io pago le tasse nel Regno Unito proprio affinché l’accoglienza di immigrati e rifugiati sia svolta dalle autorità britanniche competenti. Sentendo il mio spiccato accento italiano, il più vecchio dei due mi chiede, con fare aggressivo, da dove venissi.

“Sono italiano”, ho risposto, “e quindi?”

Ed è lì che, col dito alzato all’altezza del viso, ha iniziato a vomitarmi addosso il suo odio: “Fottuto italiano, tu e la tua gente avevate Mussolini! I tuoi antenati hanno ucciso i miei antenati e adesso tu sei qui sulla mia terra, nella mia città: tu non appartieni a questo posto!”

Sono rimasto senza parole. Inerme. Immobile. Con le braccia aperte, le mani verso il cielo. Attorno a me un gruppo di persone mi difendevano. Ricordo che dicevano: “che colpa ne ha lui?” Credo che a quel punto la polizia sia intervenuta per allontanare i due, ma non ne posso essere certo, perché in tutta onestà non ero molto lucido in quel momento.

Ricordo solo che sono scoppiato a piangere, come non facevo da anni. Una decina di persone mi ha abbracciato tutta insieme. E poi, una a una, mi hanno stretto la mano: “sono australiana”, “sono messicana”, “sono inglese…”

A posteriori credo di aver capito perché ho pianto. Non perché avessi paura per la mia incolumità in quel momento, né perché mi sentissi realmente offeso da quelle stronzate razziste.

Ho pianto perché ho realizzato che quelle quattro misere teste di cazzo che blateravano di Mussolini e di superiorità morale potrebbero un giorno passare dall’essere un’insulsa minoranza a una maggioranza in grado di condizionare realmente la mia vita e quella degli altri immigrati come me.

Ho pianto perché ho immaginato cosa sarebbe potuto succedere se la stessa scena si fosse ripresentata altrove, in un luogo isolato, senza polizia né manifestanti pronti a difendermi.

Ho pianto perché ho pensato a come devono sentirsi quelle persone che, ovunque nel mondo, simili attacchi li subiscono ogni giorno, tra l’indifferenza generale, correndo il rischio di non poterlo raccontare a nessuno il giorno dopo.

Ho pianto perché riconosco che le vere vittime di razzismo sono altre, perché nella sfortuna io sono e resto un privilegiato, con una casa, una lavoro, la pelle bianca e lo status di cittadino dell’Unione Europea a farmi da scudo quando la Brexit diventerà realtà – o almeno questa è la favola che mi racconto da due anni…

Ho pianto, e non poco. Perché ho realizzato sulla mia pelle, come mai mi era successo finora, una verità tanto banale quanto disarmante: che il razzismo è una enorme montagna di merda.

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Selfie con uno dei due “fratelli di Tommy Robinson” ieri a Trafalgar Square

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Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

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Perché ho condiviso questa foto

Perché ho condiviso questa foto

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo: sono i nomi della quattro atlete italiane che hanno vinto l’oro nella 4×400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona. In molti sui social hanno condiviso la foto dei loro festeggiamenti con la bandiera italiana. Tra quei molti ci sono anche io.

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Questo gesto – così spontaneo, se non addirittura banale – è stato criticato da due fronti umanamente e politicamente antitetici.

Da una parte, i neo-nazionalisti à la Salvini che continuano ciechi e imperterriti nella narrazione di un’Italia bianca, cristiana ed eterosessuale. Dall’altra, gli ultra-progressisti illuminati, talmente illuminati da pensare che la migliore strategia politico-comunicativa sia ignorare totalmente quella narrazione, perché altrimenti “state facendo un mega favore a Salvini” – parola di Dio, che in un post tra il serio e il faceto ha espresso la sua contrarietà.

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Il loro argomento è in fondo valido, e io stesso lo sottoscrivo: oggi, nel 2018, il colore della pelle di un’atleta italiana “non dovrebbe neanche notarsi“. Ma è proprio questo il punto: quello stupido aspetto somatico non “dovrebbe” fare notizia, e invece la fa. Io, da convinto anti-razzista, mi spingo addirittura oltre: è giusto che la faccia.

So che in pochi mi perdoneranno questa affermazione, ma lasciate che vi spieghi le mie ragioni – perché credo che si tratti di un argomento importante, implicito in ogni nostra rivendicazione anti-razzista.

Torniamo alla sopraccitata narrazione dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”. Per quanto stupida e irrazionale, si tratta di una narrazione egemonica, capillare e transpartitica. Ma non è ignorandola e facendo finta che non esista che apriremo una breccia in essa. Non è chiudendo gli occhi e pretendendo di vivere in un inesistente iperuranio che realizzeremo l’ideale di un’Italia multiculturale, laica ed egalitaria.

Quella dannatissima narrazione – oltre che con una lenta e faticosa educazione culturale – va contrastata e confutata a suon di gesti simbolici, di rivendicazioni sistematiche e di ostentazioni estemporanee.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di contro-narrazioni intelligenti ed efficaci che sappiano sfruttare a nostro favore tutte le storture comunicative di questi maledetti social network, unica vera arena politica nell’era della post-truth.

Perché, come i sopraccitati ultra-progressisti illuminati, anche noi vorremmo vivere in un paese in cui il colore della pelle fosse irrilevante. E invece, ahi noi, viviamo in un paese in cui una spiaggia intera aizza un cane contro un venditore ambulante di colore, in cui quattro ragazzini di Mestre lanciano goliardicamente delle pietre a una passante di colore, in cui un fascista che risponde al nome di Luca Traini esce per strada sparando esclusivamente a delle persone di colore, imitato in ciò da un altro italianissimo idiota che grazia i passanti bianchi ma uccide l’unico passante di colore – e mi fermo qui per non risultare ripetitivo, ma sapete meglio di me che avrei potuto continuare per ore…

Gli effetti di questa narrazione incontrastata sono terrificanti: un bambino di otto anni, ad esempio, in un centro estivo a Riccione si è rivolto a una compagna di colore così: “Ti sta bene che sei caduta, è a terra che devono stare i negri”.

Ultra-progressisti illuminati, barricandovi nella trincea del vostro assolutismo morale sarete sempre deontologicamente intoccabili e senza peccato; ma a livello politico e comunicativo il vostro silenzio è sterile e doppiamente inopportuno.

Perché, da una parte, avrete perso un’occasione per parlare, per mettere in risalto un esempio positivo di diversità, facendo passare per “normale” qualcosa che, dal punto di vista meramente statistico, “normale” non è.

Dall’altra, perché avrete lasciato campo aperto a chi invece zitto non sta mai, speculando su qualsiasi notizia, vera o falsa che sia, per reiterare la suddetta narrazione identitaria dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”.

Il ministro Fontana afferma che “le famiglie arcobaleno non esistono”? Che le famiglie arcobaleno ci mettano la faccia, ostentando la loro “diversità” affinché un giorno non sia più necessario farlo! Che la comunità LGBT manifesti per le strade, ostentando tutta la sua diversità affinché un giorno i Pride diventino anacronistici!Screenshot_6

Salvini afferma che “le radici cristiane dell’Italia non si toccano”? Gli ultra-cattolici affermano che se non ci piace il crocifisso possiamo tornarcene “al nostro paese“? I 10 milioni di italiani non-credenti, compreso il sottoscritto, ostentino la propria diversità sottolineando che noi “al nostro paese” ci siamo già – noi italiani, ma che dico italiani, italianissimi!

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Ostentare la diversità in un paese che la nega non solo significa riaffermarla come un fatto, ma è anche un modo per educare a essa. Tacerla significa al contrario esporre le nuove generazioni solo ed esclusivamente alla monomania salviniana del “prima gli italiani” – che nella sua distopica prospettiva sono tutti bianchi, cattolici, eterosessuali, maschilisti e settentrionali.

Insomma, a star zitti perdiamo due volte – e allora parliamo, perché loro lo faranno di certo, con o senza il nostro silenzio.

Stiamo vivendo il nostro 1984. Al tempo del conformismo dilagante l’ostentazione della diversità è diventata un gesto rivoluzionario.

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