Articolo apparso su Critica liberale nel marzo 2015

La convinzione che Dio non solo abomini
l’atto del miscredente,
ma che non ci considererà innocenti
se lo lasciamo indisturbato.
 
John Stuart Mill

Così, le sofferenze più terribili e più inutili
nascono da quell’orgoglio piagato che,
per far fronte al Nulla, lo trasforma,
per vendetta, in Legge.

Emil Cioran

So già che queste mie riflessioni faranno scontenti molti amici credenti. Non faccio fatica ad immaginare le possibili obiezioni: «così fai di tutta l’erba un fascio», «non puoi mettere sullo stesso piano fedi religiose così diverse tra loro», «la tua è una notte in cui tutte le fedi sono nere», etc. In molti proveranno a dimostrare che «le Sacre Scritture non affermano questo», che «quel versetto apparentemente così orribile non va letto alla lettera, ma solo metaforicamente», oppure che «la nostra religione è diversa», e cosi via. Ciononostante, non posso esimermi dal fare queste riflessioni, per quanto scomode possano risultare a qualcuno, perché esse sono tragicamente urgenti. In ogni caso, ben vengano le critiche se feconde e costruttive. Veniamo ora al dunque.

La realtà mediatica quotidiana sta diventando tanto assurda quanto monotona. Non passa giorno, infatti, senza la notizia di una qualche follia commessa in nome di una certa fede religiosa: dai fondamentalisti islamici che decapitano gay, atei ed infedeli in nome di Allah agli ebrei ultra-ortodossi che non vogliono sedersi vicino a delle donne in aereo, passando per la famiglia americana suicidatasi perché convinta di una imminente apocalisse, per il pastore battista americano che, rifacendosi al Levitico, invita allo sterminio dei gay per ottenere un «mondo senza AIDS entro natale», per l’approvazione del Religious Freedom Restoration Act che permetterà ai cittadini dell’Indiana di discriminare altri cittadini in nome della loro «libertà di religione», e via dicendo. Inutile, in ogni caso, insistere nell’elenco di una simile sconsolante casistica.

Ebbene, ogniqualvolta assistiamo ad assurdità simili, il coro unanime di risposte ed interpretazioni è sempre lo stesso: «la loro fede non è vera fede», ma soltanto una sua «degenerazione»; «il loro Dio non è il vero Dio», ma soltanto un suo «simulacro».

Emblematico a tal riguardo, sul sito formiche.net, l’articolo post-Charlie Hebdo di Benedetto Ippolito, il quale, con un abile e sofisticato stratagemma retorico, ci ricorda che «solo l’ateo uccide in nome di Dio»: «Dio non può chiedere a nessuno di uccidere, di nessuna confessione egli sia. Ma gli uomini possono riporre la loro fede cieca e miscredente nella violenza, chiamando religione la propria follia […]. Qui Dio non c’entra, perché il loro Dio non è Dio».

Al di là della retorica sensazionalistica e degli intenti genuinamente apologetici di simili affermazioni, una serie di domande urgenti ed essenziali sorge più o meno spontaneamente:

  • Chi può stabilire quali siano le questioni nelle quali «Dio non c’entra nulla», nelle quali «Dio non è Dio», e quelle, invece, nelle quali «Dio è davvero Dio»?
  • Come e quando possiamo tracciare, su un piano meramente esistenziale e non ancora politico, il confine che separa «religione» e «follia»?
  • In nome di quale logica non-contraddittoria possiamo affermare che un altro credente stia «prestando fede ad un’allucinazione fanatica» e che noi, invece, siamo in realtà gli unici «veri seguaci» del «vero messaggio» del «vero Dio»?
  • Più in generale, cosa è possibile obiettare ad una persona che crede nella più assurda delle idee – e che agisce di conseguenza nel più assurdo dei modi – se essa ci rivela, con il cuore in mano e gli occhi lucidi, che lo fa «per fede»?
  • Esistendo centinaia di religioni diverse e, soprattutto, infiniti modi possibili di vivere personalmente una singola religione, quale fedele o quale ecclesiastico può affermare con certezza di seguire e di testimoniare in favore della «vera religione»?

Per quanto nichiliste e sconcertanti possano sembrare, le risposte a queste domande sono tutte negative.

Nessuno può, infatti, definire una volta per tutte quale sia il «vero volto di Dio», né può etichettare come «follia» ciò che per altri invece è semplicemente «religione»: per quanto ci si possa intimamente convincere di essere immersi nella «vera dimensione divina», per quanto ci si possa ripetere con grande sentimento di aver compreso, a differenza degli altri, «il vero messaggio divino», la propria fede è – e resta – una questione esclusivamente personale e soggettiva, indimostrabile da un punto di vista logico e inutilizzabile all’interno di un dialogo razionale.

La forza e la debolezza della fede religiosa è tutta qui. Per la vita di un singolo uomo, la fede può significare tutto: essa può dar significato ad ogni gesto e rivestire di una sottile patina di senso il mondo intero. Nessun argomento razionale può indebolirla né scalfirla, proprio perché essa non si muove nel dominio oggettivo ed interpersonale della ragione, bensì in quello individuale della volontà, del desiderio e della speranza. La fede si fonda su se stessa nei limiti della coscienza soggettiva. Essa è, nelle parole di Feuerbach, «fede nella realtà assoluta della soggettività». Ma, al di là delle strette mura del proprio Io, essa non vale più nulla: la fede non può essere comunicata o imposta ad altri, né tanto meno – punto fondamentale – essa può valere come argomento in una qualsiasi discussione razionale.

V’è di più. Da un punto di vista meramente formale e non-contenutistico, ogni fede equivale alle altre: il Testimone di Geova che, seguendo alla lettera il Levitico 17:10, rifiuta le trasfusioni di sangue, anche a costo della sua stessa vita, è sullo stesso piano del Cattolico che, leggendo alla lettera il Levitico 18:22, condanna i rapporti omosessuali come un «abominio»; un Ebreo che si astiene dal mangiare carne di maiale perché nel Levitico 11:7 c’è scritto che esso è «immondo» è sullo stesso piano del mussulmano che non mangia carne di maiale perché esplicitamente vietato dal versetto 145 della sura Al‑An’âm.

In ognuno degli esempi citati, la dinamica essenziale è la stessa: 1) un credente, per atto di fede, riconosce alcune scritture come «Sacre», come «la Parola» e «i Comandamenti di Dio»; 2) questo stesso credente, sempre per atto di fede, rispetta (e spesso vorrebbe far rispettare) quei medesimi comandamenti. Il punto è allora il seguente: su un piano meramente formale è impossibile distinguere una «fede buona» da una «cattiva», perché, in ultima analisi, ognuna di esse si fonda sulla medesima ingiustificabile arbitrarietà. Ecco perché le pratiche e le credenze che sembrano «legittime» e «sacrosante» in una determinata prospettiva religiosa sono invece considerate «folli» e «retrograde» nella prospettiva di un’altra religione – e viceversa.

L’amara conclusione alla quale giungiamo percorrendo simili sentieri speculativi è allora la seguente: il Dio in cui crediamo è sempre l’unico vero, o altrimenti non vi crederemmo affatto; egli è assoluto o non è. Ne consegue, per convesso, che gli dei altrui sono sempre necessariamente falsi.

Siamo dunque destinati ad una hobbesiana guerra di tutti contro tutti – bellum omnium contra omnes? Siamo davvero caduti sciaguratamente in una notte relativistica in cui «tutte le fedi sono nere» – fidelis fideli lupus? No, assolutamente no. Un modo per distinguere tra «fedi buone» e «fedi cattive» c’è, ed è quello di giudicarne gli effetti da un punto di vista strettamente politico.

Adoperando una versione rivisitata e limitata del cosiddetto «principio del danno» di Mill, possiamo affermare che ogni fede religiosa la cui espressione non leda la libertà altrui è legittima in sé e non può essere limitata dall’esterno – anche qualora essa dovesse coincidere con un evidente danno per il fedele stesso. Al tempo stesso, però, ogni fede religiosa la cui espressione leda per principio la libertà altrui è politicamente ingiustificabile e deve essere assolutamente limitata, nella salvaguardia di un ordinamento democratico che voglia essere pienamente laico e liberale.

Viviamo in una sorta di Torre di Babele in cui ognuno attribuisce ai termini «Dio, «fede» e «religione» il suo personale significato. Ogni Chiesa espone con anacronistico orgoglio il proprio vessillo dottrinale: vorrebbe, in tal modo, rivendicare un’impossibile coerenza interna e un’illusoria omogeneità delle sue pratiche religiose. Ma, al di sotto di quel vessillo, miliardi di credenti vivono la religione ognuno a modo proprio, declinando personalmente il loro credo che mai potrà aderire perfettamente alle dottrine ufficiali della Chiesa di riferimento. Il problema, però, non è affatto questa pluralità dei modi di credere, né tanto meno questo scollamento essenziale tra religione ufficiale ed eterogeneità delle fedi individuali, bensì piuttosto l’innegabile aspirazione dogmatica e totalitaria di alcune fedi particolari, le quali vorrebbero imporsi sulle altre come le uniche giuste, costi quel che costi.

Sì, c’è una fede che uccide e un’ignoranza che salva. La prima, convinta di essere l’unica giusta, farà di tutto per convertire «gli infedeli» ed imporre in terra il proprio «Regno dei Cieli»: fiat iustitia, ruat caelum et pereat mundus. La seconda, consapevole di non possedere la Verità assoluta, lascerà invece ad ognuno la libertà di vivere e di agire nei limiti della sua stessa libertà. Come meglio crede.

Venezia, 14/02/2015

Haifa

(Photo by Alessandra Vitullo)

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Un pensiero su “D’una fede che uccide e dell’ignoranza che salva

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