Un anno fa mi dicevi, l’ultima volta che ci siamo visti: «Tutto questo è insopportabile: i vostri uomini bevono, fumano e bestemmiano; le vostre donne vanno in giro nude, come se fossero delle prostitute; i vostri droni bombardano le nostre città, i vostri militari invadono le nostre terre; siete dei sodomiti, dei miscredenti e degli adulteri, il vostro è il regno della perdizione: Allah vi punirà un giorno». Era tutto chiaro già allora. Non potevi non diventare ciò che sei ora – la persona che tra qualche secondo mi giustizierà senza riconoscermi, con un colpo di kalashnikov, lasciandomi riverso qui, sotto al palco del Bataclan.

[Amir o Gabriele, come devo chiamarti?]

Era tutto chiaro già tre anni fa. Nonostante il passaporto italiano e il tuo immutato accento provinciale, già ti consideravi uno di loro, diverso da noi. «Voi, voi, voi»: era, questo, il tuo personalissimo mantra, quella formula che, ripetuta all’infinito, ti aiutava a trasformare in verità il tuo rancore.

[Ho un proiettile nella spalla, non riesco a trattenere l’emorragia, intorno a me sento solo urla, spari e pianti]

Venivamo entrambi dallo stesso ambiente: stessa periferia e stessa parrocchia; stesse scuole e stessi amici. Battesimo, comunione, cresima. Elementari, medie, superiori. I nostri percorsi erano perfettamente sovrapponibili – le nostre crisi anche. Quegli anni furono filosoficamente instabili: passavamo da un idealismo rivoluzionario ad un materialismo distruttivo, il tutto condito da una buona dose di edonismo adolescenziale. Sabato sera ubriachi di birra, domenica mattina di Dio. Quel mondo, in fondo, era destinato a crollare – lo sapevamo bene entrambi, senza avere la lucidità, la voglia o l’età per dircelo in faccia.

[Ma quanto sangue può perdere un uomo? Dio santo, sto per morire. Avresti mai immaginato, tu, una fine così sanguinosa per la nostra amicizia?]

Finito il liceo, due novità alla porta: il nichilismo e l’università – solo una ci attraeva, e non aveva aule. Le nostre strade si separarono, dopo quell’estate tanto afosa quanto euforica, proprio nel momento in cui, forse, avrebbero dovuto sovrapporsi ulteriormente.

[Strano rincontrarsi adesso, due italiani a Parigi, in questa sala concerti trasformata in mattatoio]

È in quegli anni che tutto è cambiato. Io scelsi filosofia. Tu, invece, lingua e letteratura araba, tra lo stupore degli amici e lo scontento dei tuoi. Ancora oggi mi domando cosa sia venuto prima: se, cioè, lo studio del mondo arabo abbia ispirato la tua conversione o se, intimamente, tu non cercassi già un pretesto per giustificare una scelta così strana.

[Già allora mettevi in conto il martirio? Sto per svenire – spero di svenire]

Lo stesso vuoto ci campeggiava l’anima. A posteriori posso dire che entrambi, a modo nostro, cercavamo una via d’uscita da quello stesso nichilismo. Dopo tutti questi anni, possiamo dire di averla trovata? No, non credo affatto, per quanto tu saresti pronto a giurare il contrario.

[Testimonia a mio favore questa pozza di sangue in cui affogo]

Io, lo sai, ho perso la fede, senza guadagnarne in certezza. A differenza tua, però, non ho cercato di colmare quel vuoto a tutti i costi. Anzi, sono lentamente arrivato alla conclusione opposta: la saggezza, agli antipodi del fanatismo che tutto sa e tutto spiega, consiste nel saper vivere senza dover rispondere a tutte le domande, per quanto esse ci attanaglino. Ho imparato allora a convivere con il vuoto, senza vergognarmene.

[Gli spari sono diventati regolari. Uno ad uno, tra poco arriverete anche a me. E allora sarà il vuoto definitivo]

Quando mi sono sbattezzato, Don Giuseppe mi ha chiesto di te. «Si è convertito all’Islam», gli ho risposto. «Dio mio!» esclamò, «un ateo e un mussulmano nel giro di cinque minuti, che guaio! Dove ho sbagliato, dove?» Non sembrava così ironico, in fondo.

[Ricordi ancora le partite in parrocchia? Gli scherzi in sacrestia? Don Giuseppe che ci rincorreva per darcele?]

Ogni rara volta che ci rivedevamo notavo come il tuo fanatismo crescesse di pari passo con la barba. Se non ti avessi avuto di fronte in carne ed ossa, avrei fatto fatica a credere che quella voce solenne fosse davvero la tua. Avevi preso l’abitudine di intervallare ogni frase con qualche parola od espressione araba. Io, ad esempio, ero diventato un Kafir, che non seguiva la Shariʿah e che un giorno sarebbe stato giudicato da Allah Al-Mumit, e così via. Io non avevo parole.

[Anche adesso non ne ho – tra poco non potrò più averne]

Eccoti. Ti vedo ora, di fronte a me, qui al Bataclan. Tu anche mi vedi, ma non mi riconosci. Non fai che urlare, sparare ed urlare ancora, sempre più forte, come a voler essere sicuro che il tuo Dio ti senta. Mi hai colpito già una volta, mentre sparavi all’impazzata sulla folla. Avresti premuto lo stesso il grilletto se avessi riconosciuto il mio volto in mezzo agli altri? Troppo tardi per domandarselo, sei già davanti a me.

[Per Dio, Gabriele, davvero non mi riconosci? Se ti chiamassi Amir mi riconosceresti invece?]

I tuoi occhi iniettati di sangue, la faccia estasiata, le mani rosse, il kalashnikov impugnato a festa. No: mi sbagliavo poco fa. Anche io ti vedo e non ti riconosco. Tutti quei morti ai tuoi piedi, tra poco mi aiuterai a raggiungerli. Forse dopo ti suiciderai: il tuo corpo giacerà allora affianco al mio. E lì saremo ancora una volta vicini, ancora una volta amici, uniti fatalmente nello stesso nichilismo al quale – giovani sedicenni dagli occhi splendidi – volevamo sfuggire.

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(Photo by Andrea Martella)

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