Articolo scritto nel marzo 2014 e
pubblicato su L’Ateo n. 3/2015

In una certa misura, l’ateismo contemporaneo sta subendo il suo passato, in maniera inconscia e anacronistica: il suo vocabolario risulta infatti spesso datato, la sua prassi obsoleta. Perseverare in pensieri e atteggiamenti superati potrebbe rivelarsi un grave errore: l’ateo, storicamente solitario e strenuo difensore della libertà di parola e di pensiero contro ogni dogmatismo e intolleranza religiosi, potrebbe, infatti, diventare inaspettatamente dogmatico e intollerante a sua volta. Una riflessione critica sui fondamenti dell’ateismo è dunque necessaria, per un motivo ben preciso: far coincidere all’espansione quantitativa dell’ateismo a livello planetario un’elevazione qualitativa dei suoi contenuti e dei suoi metodi. Da una simile presa di coscienza ne guadagnerebbero sorprendentemente tutti, credenti e non-credenti, come cercheremo di mostrare più avanti.

Prima e dopo la “morte di Dio”

Storicamente, l’ateismo nasce clandestino e si mantiene tale per un lungo periodo di tempo. Al contrario di qualsiasi comunità esoterica, che ricerca l’oscurità e la segretezza per scelta, l’ateismo è stato clandestino per necessità: sin dall’antica Grecia, infatti, l’ateo ha sempre dovuto mantenersi nell’ombra, al riparo della vita pubblica, per convenzione sociale o addirittura per legge; coloro che, per amore della verità, professarono pubblicamente il loro ateismo, subirono condanne atroci – dall’esilio al rogo, passando per l’abiura. [1]

Limitatamente alla nostra Europa, la situazione è indubbiamente cambiata [2]: l’ateismo non è più un reato, per fortuna; e, nella prospettiva religiosa, solo pochi credenti ed ecclesiastici continuano anacronisticamente a considerarlo un peccato. Il processo di secolarizzazione occidentale, sebbene sia ancora molto lontano dal potersi definire compiuto, ha dunque effettivamente “sdoganato” l’ateismo dopo secoli di persecuzione. Al suo interno, l’autentico spartiacque filosofico è stata l’opera di Nietzsche, in particolare il suo annuncio della “morte di Dio” – in maniera silenziosa, con molta meno violenza e fragore della rivoluzione francese ma ben oltre essa, perché, dopotutto, per Zarathustra “i pensieri che vengono a passi di colomba guidano il mondo”.

Eppure, cosa significa effettivamente l’affermazione “Dio è morto”? Non di certo che la religione sia finita, né tanto meno che finirà a breve. Nietzsche lo dice esplicitamente: Dio è morto, ma le sue “ombre” sopravviveranno ancora a lungo. [3] La medesima sentenza non significa neanche che Dio, prima vivente, sia oggi morto: egli, infatti, “resta morto” [4]. La prospettiva di Nietzsche è piuttosto un’altra, come ben si evince dal seguente aforisma:

un tempo si cercava di dimostrare che Dio non esiste – oggi si mostra come ha potuto avere origine la fede nell’esistenza di un Dio, e per quale tramite questa fede ha avuto il suo peso e la sua importanza: in tal modo una contro‑dimostrazione della non esistenza di Dio diventa superflua. Quando una volta si erano confutate le prove addotte “per dimostrare l’esistenza di Dio”, restava sempre il dubbio che si potessero trovare ancora prove migliori di quelle già confutate: a quel tempo gli atei non erano capaci di far tabula rasa. [5]

Dio è dunque morto non perché qualcuno abbia formulato una dimostrazione definitiva della sua inesistenza – il che è e resta logicamente impossibile – bensì perché abbiamo identificato il meccanismo psicologico‑culturale che ne è alla base, la sua origine umana, troppo umana. Per usare una metafora efficace, sarebbe come continuare a discutere dell’esistenza reale di un ologramma dopo aver scoperto il dispositivo di proiezione che ne permette l’apparizione: l’immagine permane, ben visibile come lo era prima; il suo significato, invece, muta radicalmente. [6] Ebbene, gran parte dei credenti e non-credenti sembrano perseverare nelle loro convinzioni come se nulla fosse mai cambiato: i primi, esprimendo una fede di facciata, superficiale e accomodante, restia al cambiamento e ligia ai sacramenti nelle chiese, ma alquanto inconseguente al di fuori di esse; i secondi, ostinandosi in una critica iper‑razionalistica e scientista della religione [7] che li condanna al solipsismo e all’auto‑referenzialità, con toni sempre più spesso dogmatici e fanatici. Non potendo né volendo occuparci in questa sede delle problematiche dei primi, ci focalizzeremo allora su quelle dei secondi – gli atei, intendendo con questo nome non qualsiasi non‑credente, bensì soltanto quelle persone che risolutamente e consapevolmente vivono senza Dio [8].

Le quattro fallacie dell’ateismo contemporaneo

Ora che Dio è morto, l’ateismo deve dunque assumere su di sé la responsabilità di un mondo “sconsacrato” ma pur sempre “assurdo” – e deve farlo con il massimo dell’intelligenza e della maturità, consapevole che i tempi della clandestinità sono passati, ma non quelli della superstizione e dell’oscurantismo. Il primo passo in questo lungo cammino è, però, riconoscere i propri stessi errori. Nel presente lavoro ne abbiamo individuati quattro, elencati qui di seguito.

1) Manicheismo dogmatico e pregiudiziale. L’ateo troppo spesso tende ad avere una visione semplicistica, e dunque errata, della realtà: da una parte, gli atei, unici depositari della verità; dall’altra, i credenti, considerati più o meno esplicitamente degli illusi o, peggio, degli stupidi. Il primo errore sta nell’ignorare la complessità e varietà della realtà, concependo il mondo come un’immagine in bianco e in nero, diventando così miopi alle molteplici sfumature di colore esistenti – fuor di metafora: la molteplicità dei modi in cui le persone credono e non credono. Il secondo, nel pensare che la stupidità si ritrovi a priori nel solo campo “avversario”, mentre essa è piuttosto trasversale e onnipervasiva: gli stolti e i poveri di spirito sono ovunque, a prescindere dal loro credo. Il terzo, nel concepire il credente appunto come un avversario o un nemico, che rimarrà tale fin tanto che non si convertirà. Premesso che un simile “proselitismo ateo” è, sotto un certo punto di vista, una contraddizione in termini, se davvero si vuole far cambiare opinione ad una persona occorre partire da premesse diverse. In effetti, «nessuno è mai riuscito a far cambiare idea a qualcun altro definendo “spazzatura” le sue idee. Semmai è riuscito soltanto a rafforzarlo nelle sue convinzioni» [9].

2) Confusione identitaria. L’identità atea è, nel bene o nel male, sfuggevole ad una definizione univoca. Si ripete spesso che “esistono tanti ateismi quanti sono gli atei”, senza ben stabilire, però, se si tratti di un punto di forza o di debolezza dell’ateismo. Paradossalmente, la confusione sul significato della parola “ateo” è, oltre che esterna, anche e soprattutto interna allo stesso movimento ateo. Il massimo comun divisore che unisce tutti è, evidentemente, il fatto di non credere in Dio, ma già sulle motivazioni e sui metodi della non-credenza esistono le più diverse posizioni: atei, agnostici, anticlericali, scientisti, materialisti, spiritualisti, etc. Ovviamente, il problema non è in alcun modo la diversità delle posizioni, bensì l’incontestabile aspirazione dogmatica e intollerante di ogni posizione rispetto le altre. Infatti, nella vita reale, ma soprattutto in quella virtuale dei forum online, assistiamo quotidianamente a interminabili e veementi discussioni dai toni incomprensibili [10]: atei che accusano agnostici di essere dei “credenti mancati”; accesi anticlericali che accusano atei più moderati di “eccessiva tolleranza e rispetto” nei confronti della religione, dei credenti e della Chiesa; scientisti di ferro che sbeffeggiano gli umanisti al grido di “solo la scienza ci salverà”; incalliti materialisti che deridono gli spiritualisti inneggiando al solito slogan “l’uomo è (solo) ciò che mangia”, e così via.

È quanto mai necessaria un’inversione di rotta: sia perché un simile atteggiamento oltranzista e solipsistico sta costituendo gradualmente una comunità di “monadi monologanti”, piuttosto che di persone rispettosamente e lealmente in dialogo; sia perché, persistendo in questa chiusura mentale, noi in primis non avremo mai la credibilità necessaria per porci come strenui promotori della laicità e come difensori del pluralismo – di parola, di pensiero e di religione.

3) Unilateralismo ideologico. L’intransigenza è un’arma a doppio taglio – anche per l’ateo: da una parte, può invero fornire la determinazione necessaria per non scendere a compromessi in un contesto lassista, conformista e dissoluto; dall’altra, però, può diventare una condanna all’immobilismo e al settarismo. Il movimento ateo contemporaneo persevera nei suoi vari “unilateralismi ideologici”, così come descritto sopra, e proprio per questo motivo esso è ideologicamente frammentato. Come se non bastasse, ogni singolo frammento sempre più spesso sembra ignorare o non tollerare la prospettiva altrui, per “questioni di principio”.

A tal riguardo ritengo siano necessari alcuni chiarimenti metodologici di vario tipo:

a) la scienza è fondamentale ed imprescindibile, sia per le conoscenze e le tecniche innovatrici che ci fornisce, sia per il suo metodo di ricerca rigoroso; essa è, oggi più che mai, uno dei veri motori del mondo; pensare di poterne fare a meno significa porsi su posizioni retrograde e luddiste; eppure b) la scienza non è onnipotente; pensare che essa lo sia significa farsi promotori di un positivismo anacronistico, ostile a qualsiasi altra forma del sapere (la filosofia in primis) e sordo ai loro argomenti, nella convinzione che questioni etiche o esistenziali, ad esempio, siano superflue, superate o superabili con la sola scienza;

c) le istituzioni ecclesiastiche, nessuna esclusa, hanno una storia aberrante, piena di contraddizioni e di atrocità; tutt’oggi esse perseverano in politiche intolleranti, illiberali e retrive, lontane da qualsiasi idea di laicità; eppure d) l’anticlericalismo “ad oltranza” non può essere l’unico contenuto dell’ateismo, come spesso accade; restando pur sempre vigili sulle continue ingiustizie perpetrate dalle chiese in tutto il mondo, dobbiamo uscire da una simile logica autoreferenziale e compiaciuta; schernire e deridere la religione, infatti, significa non comprenderne la rilevanza come fenomeno storico, culturale e psicologico; inoltre, la blasfemia gratuita e l’irriverenza, se ripetute e sistematiche, sono spesso fini a sé stesse;

e) abbiamo ridimensionato da tempo il potere della coscienza, il dominio dell’intelletto, la libertà della volontà; attraverso alcuni avanzamenti della psicologia e delle neuroscienze, siamo divenuti consapevoli della complessità e non-linearità della psiche umana, così come dei meccanismi fisiologici e neuronali che influenzano il nostro sentire e pensare; concepire l’uomo à la Descartes, scisso cioè in un’anima pensante (res cogitans) e un corpo materiale (res extensa), o addirittura in maniera platonica, definendo il corpo come “tomba” o “prigione” dell’anima, è ormai anacronistico; ma, allo stesso tempo, f) non possiamo porci su posizioni totalmente materialiste o riduzioniste, così come fecero, ad esempio, i materialisti del Settecento, i quali negavano in toto l’esistenza di una dimensione spirituale e di una libertà umana in nome di un radicale determinismo materialistico, oppure così come affermano oggi le neuroscienze, concependo la coscienza come mero epifenomeno dei processi neuronali; la libertà umana, per quanto resti logicamente indimostrabile, è infatti il presupposto essenziale dell’agire morale, come già Kant aveva mostrato;

4) Ignorare la valenza esistenziale della religione. Conosciamo bene la tesi: “il fondamento della religione è la stupidità, l’ignoranza”. Di estrema spendibilità in ogni disputa sulle questioni religiose, questo punto di vista è, in realtà, piuttosto superficiale. Ad esso sfugge, infatti, una profonda comprensione critica del fenomeno religioso nella sua interezza. L’errore principale è il seguente: si confondono le soluzioni religiose – l’antropomorfa invenzione del paradiso e dell’inferno, le varie teodicee ed escatologie volte ad una giustificazione della sofferenza, la ritualità dei sacramenti, etc. – con i problemi esistenziali ai quali esse tentano di rispondere – la paura di fronte all’abisso della morte, la necessità di dare un senso alla sofferenza, il bisogno tutto umano di comunità, ritualità e giustizia; poiché le prime sono inconsistenti e frutto dell’immaginazione umana, allora si pensa che anche i secondi lo siano, finendo con il condannare entrambi come illusori. In altre parole, poiché si nega a priori la religione, si negano a priori anche i problemi da cui essa muove. Il paradosso ultimo di questa prospettiva è credere che tali problemi esistenziali sussistano solo per il credente, mentre l’ateo ne sarebbe in qualche modo naturalmente esente. Perseverando in questa visione, oltre che alimentare il vecchio (errato) pregiudizio sull’immoralità e l’indifferenza dell’ateo, si perde un’occasione intellettuale importante, sordi ancora una volta alla lezione di Spinoza: “ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, né a piangerne, né ad odiarle, bensì a comprenderle”. [11]

Per un ateismo consapevole

Fatta queste premesse, possiamo dunque definire “ateismo consapevole” quell’ateismo capace di prendere realmente consapevolezza dei propri fondamenti storici e teoretici, eliminando le impurità concettuali del passato al fine di conquistare un grado di maturità e di potenza mai raggiunti in precedenza. Per prima cosa, è necessario un riequilibrio tra la pars destruens e la pars costruens del nostro metodo argomentativo. “Filosofare col martello”, ovvero cercare di eliminare idoli e pregiudizi della tradizione religiosa, è condizione necessaria ma non sufficiente del nostro essere. Se bastasse questo per definire la nostra identità, l’ateismo sarebbe cosa da poco.

L’ateismo, quello consapevole, è invece ben altra cosa. Esso è invero creatore di una visione della vita totale e particolareggiata, sempre aperta all’innovazione e al cambiamento. I suoi fondamenti ideali sono lo spirito critico, un certo scetticismo metodologico che non riconosce nessuna autorità al di fuori dell’evidenza concettuale e della chiarezza linguistica, un’onestà intellettuale capace di riconoscere i limiti del sapere e dell’agire, in primis i suoi limiti. Come il credente, l’ateo sa bene che “il mistero precede e segue il sapere”, ma, lungi dal voler riempire il primo con le immagini dei propri desideri e delle proprie umane aspirazioni, vuole piuttosto mantenersi saldamente nel dominio del sapere e della ragionevolezza, al fine di espanderlo fin dove possibile. Quando inevitabilmente incontrerà le “mura assurde” che delimitano i confini della ragione, egli non salterà oltre di esse, per quanto a volte vorrebbe: l’abisso dell’inconoscibile è, infatti, allo stesso tempo una tentazione e un limite; in ciò dobbiamo essere noi stessi maestri dell’epoché, della sospensione del giudizio.

Similmente, proprio perché sappiamo quanto sia arduo vivere senza Dio e la sua prospettiva consolatrice, dobbiamo essere maestri del rispetto e del pluralismo. Non dobbiamo, cioè, voler imporre in alcun modo la nostra visione della vita a nessuno, sia perché non vogliamo che lo stesso venga fatto a noi, sia perché siamo consapevoli del grado di potenza e di lucidità che l’ateismo richiede. Tutto ciò che possiamo fare è, piuttosto, ostinarci a parlare il linguaggio della ragionevolezza affinché si creino le condizioni favorevoli per una maggiore diffusione dell’ateismo, parallelamente alla religione e oltre alla mera non‑credenza. Il nostro unico strumento di persuasione è l’esemplarità, ovvero la dimostrazione in prima persona di cosa significhi – e di cosa non significhi – una vita senza Dio.

Eliminiamo dal nostro vocabolario la parola Verità, con la maiuscola: al suo posto, facciamo piuttosto spazio alla saggezza.

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(Photo by Andrea Martella)

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Note

[1] Inutile stilare qui una lista, troppo lunga e ripetitiva, dei vari atei ed empi condannati, da Diagora di Milo fino ad Alexander Aan, nostro contemporaneo. Rinvio per questo all’ottimo articolo Venticinque secoli di ateofobia di Raffaele Càrcano, apparso sul sito dell’UAAR.

[2] Ancora troppi paesi nel mondo, infatti, condannano e perseguono chi si professa pubblicamente ateo, non solo quelli a tradizione mussulmana.

[3] F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 108: “Nuove lotte. Dopo che Buddha fu morto, si continuò per secoli a mostrare la sua ombra in una caverna, – un’ombra enorme, orribile. Dio è morto, ma, per come sono fatti gli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne in cui si mostrerà la sua ombra. – E noi – noi dobbiamo vincere anche la sua ombra!”

[4] F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125: “Dio è morto! Dio resta morto! […] Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino – non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini […] “.

[5] F. Nietzsche, Aurora, aforisma 95.

[6] Si noti l’influenza implicita di Feuerbach nella genesi di questa metafora: Dio come proiezione oggettivante dell’essenza positiva dell’uomo, ma proiezione appunto inconsapevole, che non potrebbe più sussistere se fosse resa manifesta.

[7] Ignorando che la religione “fa appello non alla ragione, bensì all’animo, all’istinto di felicità, alle affezioni della paura e della speranza. Non si poné [cioè] in un punto di vista teoretico […]”. L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, Laterza, Roma-Bari, 1997, p. 202.

[8] Si può essere, infatti, non-credenti per indifferenza alle questioni religiose, per pigrizia intellettuale o, più raramente, per tradizione familiare o conformismo. Altra cosa è invece vivere senza Dio dopo aver riflettuto sul problema, con cognizione di causa e responsabilità.

[9] R. Càrcano, “Nuovi dogmatismi fanatici”, in L’Ateo, 91 (6/2013), p. 16.

[10] In effetti, abbiamo sostituito al dialogo la polemica, definita da Camus come segue: “Qual è il meccanismo della polemica? Essa consiste nel considerare l’avversario un nemico, di conseguenza nel semplificarlo e nel rifiutarsi di guardarlo. Della persona che insulto, io non conosco più il colore dello sguardo. Grazie alla polemica, non viviamo più in mondo di uomini, bensì in un mondo di silhouette”. A. Camus, Le Temps des meurtriers (traduzione mia).

[11] B. Spinoza, Trattato teologico-politico, 1.4.

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Un pensiero su “Per un ateismo consapevole, tra esemplarità e ragionevolezza

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