[L’autrice del testo, che ha preferito restare anonima, ci tiene a sottolineare come la sua storia sia eccezionale, e dunque non rappresentativa della condizione delle prostitute in Italia, nella maggior parte dei casi ben peggiore della sua.
N.B.: tutti i nomi riportati nel testo sono di fantasia
]

Sto tornando a casa, è l’una di notte. Percorro lentamente a piedi questa strada buia di periferia, al ritmo cadenzato dei suoi lampioni arancioni. Sotto di loro, tante piccole figure scure, dai contorni femminili. Qualche anno fa anche io ero lì, sotto quella sterile luce, a pregare che la nebbia si dileguasse, con la perversa speranza che qualche principe grigio e senza nome mi accogliesse furtivo nella sua macchina.

Ho lavorato ovunque, da Bolzano a Catania: ho respirato la salsedine umida dei viali di Porto Marghera; sono salita e scesa su dei SUV enormi nella periferia di Milano; ho sofferto il freddo polare di Via Togliatti, a Natale, Santo Stefano e Capodanno.

Ricordo ancora il mio arrivo in Italia nel 2009. Mia zia Nina si era trasferita a Torino da dieci anni, e da dieci anni il suo volto aveva assunto il contorno regolare di una scala – le stesse scale che lei lavava, ogni giorno, a 5€ l’ora, per lo più in nero. Sua figlia Maria – mia cugina – mi aveva invitato a stare da loro per un po’: «vedrai, qualcosa troverai di sicuro». Lei, ad esempio, lavorava come commessa in un centro commerciale, con contratti trimestrali, a 6,60 € l’ora – lordi ovviamente. La cosiddetta «emancipazione femminile».

Nel giro di qualche mese, una rocambolesca serie di eventi e conoscenze, unita ad un bisogno urgente di soldi e di istintivo riscatto, mi spinse sulla strada. Tra me e me, mi definivo scherzosamente una freelance, perché non avevo protettori. Per due anni ho vissuto così, alla ricerca costante di un angolo di strada appartato, per non dar fastidio alle mie colleghe e, soprattutto, ai loro protettori. Ogni volta che venivo scoperta, mi minacciavano di andarmene. Una volta decisi di puntare i piedi, per poco loro non mi piantarono un coltello in gola. Da quel giorno, oltre che freelance, sono stata anche una nomade.

Dire che lo facessi soltanto per i soldi è riduttivo. Certo, a quei tempi, con qualche tariffa “speciale”, riuscivo a guadagnare fino a 100€ l’ora, contro i 5/6 di zia Nina e di Maria – per guadagnare la stessa cifra loro dovevano lavorare per due giorni e mezzo. Ora che, «escort di lusso», ne guadagno addirittura 200, devono lavorare quasi una settimana per raggiungermi. Eppure, lo ripeto, dire che lo facessi soltanto per i soldi è sbagliato, anche se non riesco ad esprimermi meglio a riguardo.

Una cosa ho sempre ammirato di me stessa: la mia bellezza primigenia, sgorgata direttamente «dalle sorgenti del Danubio», come diceva mia nonna. Sì, io sono bellissima, così bella che una volta un cliente straordinariamente gentile, di professione scrittore, mi dedicò queste parole:

«le tue iridi azzurre sono gocce d’acqua del mar Nero incastonate in due distese di neve; i tuoi capelli sono biondi e leggeri come un campo di grano in un mattino di maggio, senza vento; il tuo seno è compiuto e composto come il marmo del Bernini, le tue gambe sinuose e leggere come le linee di un Modigliani. Se questo inferno fosse il paradiso, l’umanità venererebbe in te un santuario della bellezza».

Nei santuari, quelli veri, io non riesco più ad entrarci. E non per vergogna, né per paura, bensì perché una volta un prete, venuto a sapere della mia professione, mi cacciò a spintoni da quella chiesa in cui ero andata a pregare. Per poco non mi scomunicava, il senza peccato: «via di qui, rovina-famiglie!».

Io continuo a credere – l’ho sempre creduto – che siano invece loro il problema: simboli innaturali di una castità impossibile, pretendono farsi garanti dell’unità coniugale nel momento stesso in cui, dall’esterno, l’affossano, con le loro prediche sulla monogamia e i loro anatemi contro la promiscuità sessuale. Chissà se, tolto il colletto, qualcuno di loro non sia venuto a contraddirsi tra le mie braccia – a confutare le sue stesse parole tra le mie gambe.

Preti permettendo, io credo ancora a Dio. Dovunque io vada, sopra al letto ho sempre un crocifisso di legno – quel letto dove dormo e lavoro, lavoro e dormo, simbolo ambivalente della fatica e del riposo. Mi scomunichino pure, questi giudici senza peccato, campioni della sassaiola, anticristi del piacere. Non mi importa. Io continuerò a credere nella mia personale trinità: Madre, Figlia e Maria Maddalena.

Un giorno sogno di entrare in politica, o di fare la giornalista. Scriverò un articolo definitivo sulla prostituzione: «I cinque motivi per cui è da ipocriti (e da idioti) non regolamentarla». Perché se si affrontasse di petto il problema, senza miopie religiose o pregiudizi perbenisti, la regolamentazione della prostituzione verrebbe da sé. Lo Stato ci guadagnerebbe, e noi saremmo più tutelate sotto ogni punto di vista – economico, sanitario, di sicurezza. Persino i clienti ne trarrebbero un vantaggio, uscendo finalmente dall’ombra ipocrita dell’illegalità e, forse, anche da quella dell’immoralità – forse.

Ma gli uomini hanno le orecchie di cera, e preferiranno sempre l’ombra ipocrita del vizio, del reato e del peccato alla chiara luce del piacere, della legge e della sincerità. Ecco: l’ultimo cliente della giornata è andato via, furtivo e soddisfatto. Non mi resta che pregare allora, anche a costo di rasentare la blasfemia:

«Dio degli abbandoni e dei silenzi, io prego per tutti gli schiaffi incassati dalle mille e una donne di una strada indegna e senza legge – donne abbandonate a sé stesse, nelle grinfie di uomini o mostri senza anima né pudore.

Dio che scaldi i cuori e illumini le menti, io prego per il freddo penetrato nelle ossa delle mie sorelle, in quelle notti troppo buie di nebbia e attesa, le stesse notti in cui la tua voce è così flebile che quasi si stenta a credere che tu esista.

Dio dei sacrifici e delle vendette, io prego perché tu possa raccogliere una ad una tutte le lacrime versate sui viali dell’ipocrisia, per vendicare i denti rotti di Svetlana, i soldi estorti a Giulia, i lividi e il sangue di Katerina per quella penetrazione troppo forte».

Amen.

photo459022100480501685

(Photo by Andrea Martella)

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Annunci

Un pensiero su “Storia di una prostituta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...