«Parla come mangi»: quante volte un filosofo avrà subito questo rimprovero? Le ipotesi sono almeno tre:

1) i filosofi mangiano davvero male, e quindi il loro arzigogolato modo di parlare è semplicemente il riflesso di una dieta assurda – tipo la cucina futurista di Marinetti;

2) i filosofi mangiano bene ma digeriscono male, perché hanno lo stomaco delicato – il loro disordine linguistico è allora conseguenza del loro scompiglio intestinale;

3) i filosofi mangiano anche benissimo, ma parlano male per ripicca, per protesta o per autodifesa – o forse perché sono sinceramente convinti che il linguaggio della filosofia non possa che essere astruso, complesso, incomprensibile.

Per fortuna esistono delle notevoli eccezioni:

  • Nietzsche, ad esempio, mangiava malissimo, ma scriveva in un modo tanto chiaro quanto affascinante, anche quando giocava a fare il profeta, poiché era convinto che «scrivere meglio significhi anche pensare meglio»;
  • Camus, che in cucina prediligeva dei pasti frugali, era convinto che fosse necessario usare «il linguaggio di tutti per il bene di tutti» perché, in fondo, «tutte le disgrazie degli uomini derivano dal non attenersi ad un linguaggio chiaro»;
  • Popper, del quale ignoro i gusti culinari, sapeva che «niente è più facile dello scrivere difficile», anche perché, detto per inciso, «chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire e farà dunque tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile»;
  • Schopenhauer, che secondo la leggenda era solito discorrere dell’inutilità del suicidio di fronte ad una tavola imbandita, la pensava esattamente come Popper: «non vi è nulla di più facile che scrivere in modo che nessuno possa capire; come, invece, nulla è più difficile che esprimere pensieri significativi in modo che ognuno debba comprenderli».

Io, come avrete capito, la penso come loro. Otto anni di Filosofia nelle università non mi hanno reso di certo filosofo, però mi hanno insegnato una cosa ben precisa: dietro una frase incomprensibile di un trattato di filosofia, è molto più probabile che si celi il nulla travestito di profondità, piuttosto che qualcosa di veramente essenziale. Del resto, Gómez Dávila l’ha detto chiaramente: «idee confuse ed acque torbide sembrano profonde».

Mi flagellino pure gli specialisti di Hegel, di Heidegger e di Sartre. Per loro, si sa, «il lettore in filosofia ha sempre torto» (Revel). Io, da parte mia, credo invece che sia giunto il momento in cui il filosofo si guardi allo specchio e si assuma tutte le sue responsabilità, rinunciando una volta per tutte alla tentazione della sofistica e al comodo alibi dell’uva acerba.

Abbiamo bisogno di nuovi Socrate, di Sofisti ne è pieno il mondo. Abbiamo bisogno di mille nuovi filosofi incerti, che “sanno di non sapere” e che sono disposti al dialogo – con la “d” minuscola. Filosofi che si sporchino le mani e che scendano nelle piazze della contemporaneità, anche quelle virtuali, non per imporvi la Verità, bensì per cercarla, se esiste, insieme agli altri.

Abbiamo bisogno di tante altre cose, è vero, ma prima di tutto abbiamo bisogno di loro – filosofi che parlino «ad altezza d’uomo», alla ricerca di una «filosofia commestibile».

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(Drawing by Giulia Cavallini)

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2 pensieri su “Che cos’è la filosofia commestibile?

  1. “Nietzsche, ad esempio, mangiava malissimo, ma scriveva in un modo tanto chiaro quanto affascinante, anche quando giocava a fare il profeta”… Soprattutto quando giocava a fare il profeta!! 😉

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