Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo: sono i nomi della quattro atlete italiane che hanno vinto l’oro nella 4×400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona. In molti sui social hanno condiviso la foto dei loro festeggiamenti con la bandiera italiana. Tra quei molti ci sono anche io.

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Questo gesto – così spontaneo, se non addirittura banale – è stato criticato da due fronti umanamente e politicamente antitetici.

Da una parte, i neo-nazionalisti à la Salvini che continuano ciechi e imperterriti nella narrazione di un’Italia bianca, cristiana ed eterosessuale. Dall’altra, gli ultra-progressisti illuminati, talmente illuminati da pensare che la migliore strategia politico-comunicativa sia ignorare totalmente quella narrazione, perché altrimenti “state facendo un mega favore a Salvini” – parola di Dio, che in un post tra il serio e il faceto ha espresso la sua contrarietà.

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Il loro argomento è in fondo valido, e io stesso lo sottoscrivo: oggi, nel 2018, il colore della pelle di un’atleta italiana “non dovrebbe neanche notarsi“. Ma è proprio questo il punto: quello stupido aspetto somatico non “dovrebbe” fare notizia, e invece la fa. Io, da convinto anti-razzista, mi spingo addirittura oltre: è giusto che la faccia.

So che in pochi mi perdoneranno questa affermazione, ma lasciate che vi spieghi le mie ragioni – perché credo che si tratti di un argomento importante, implicito in ogni nostra rivendicazione anti-razzista.

Torniamo alla sopraccitata narrazione dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”. Per quanto stupida e irrazionale, si tratta di una narrazione egemonica, capillare e transpartitica. Ma non è ignorandola e facendo finta che non esista che apriremo una breccia in essa. Non è chiudendo gli occhi e pretendendo di vivere in un inesistente iperuranio che realizzeremo l’ideale di un’Italia multiculturale, laica ed egalitaria.

Quella dannatissima narrazione – oltre che con una lenta e faticosa educazione culturale – va contrastata e confutata a suon di gesti simbolici, di rivendicazioni sistematiche e di ostentazioni estemporanee.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di contro-narrazioni intelligenti ed efficaci che sappiano sfruttare a nostro favore tutte le storture comunicative di questi maledetti social network, unica vera arena politica nell’era della post-truth.

Perché, come i sopraccitati ultra-progressisti illuminati, anche noi vorremmo vivere in un paese in cui il colore della pelle fosse irrilevante. E invece, ahi noi, viviamo in un paese in cui una spiaggia intera aizza un cane contro un venditore ambulante di colore, in cui quattro ragazzini di Mestre lanciano goliardicamente delle pietre a una passante di colore, in cui un fascista che risponde al nome di Luca Traini esce per strada sparando esclusivamente a delle persone di colore, imitato in ciò da un altro italianissimo idiota che grazia i passanti bianchi ma uccide l’unico passante di colore – e mi fermo qui per non risultare ripetitivo, ma sapete meglio di me che avrei potuto continuare per ore…

Gli effetti di questa narrazione incontrastata sono terrificanti: un bambino di otto anni, ad esempio, in un centro estivo a Riccione si è rivolto a una compagna di colore così: “Ti sta bene che sei caduta, è a terra che devono stare i negri”.

Ultra-progressisti illuminati, barricandovi nella trincea del vostro assolutismo morale sarete sempre deontologicamente intoccabili e senza peccato; ma a livello politico e comunicativo il vostro silenzio è sterile e doppiamente inopportuno.

Perché, da una parte, avrete perso un’occasione per parlare, per mettere in risalto un esempio positivo di diversità, facendo passare per “normale” qualcosa che, dal punto di vista meramente statistico, “normale” non è.

Dall’altra, perché avrete lasciato campo aperto a chi invece zitto non sta mai, speculando su qualsiasi notizia, vera o falsa che sia, per reiterare la suddetta narrazione identitaria dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”.

Il ministro Fontana afferma che “le famiglie arcobaleno non esistono”? Che le famiglie arcobaleno ci mettano la faccia, ostentando la loro “diversità” affinché un giorno non sia più necessario farlo! Che la comunità LGBT manifesti per le strade, ostentando tutta la sua diversità affinché un giorno i Pride diventino anacronistici!Screenshot_6

Salvini afferma che “le radici cristiane dell’Italia non si toccano”? Gli ultra-cattolici affermano che se non ci piace il crocifisso possiamo tornarcene “al nostro paese“? I 10 milioni di italiani non-credenti, compreso il sottoscritto, ostentino la propria diversità sottolineando che noi “al nostro paese” ci siamo già – noi italiani, ma che dico italiani, italianissimi!

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Ostentare la diversità in un paese che la nega non solo significa riaffermarla come un fatto, ma è anche un modo per educare a essa. Tacerla significa al contrario esporre le nuove generazioni solo ed esclusivamente alla monomania salviniana del “prima gli italiani” – che nella sua distopica prospettiva sono tutti bianchi, cattolici, eterosessuali, maschilisti e settentrionali.

Insomma, a star zitti perdiamo due volte – e allora parliamo, perché loro lo faranno di certo, con o senza il nostro silenzio.

Stiamo vivendo il nostro 1984. Al tempo del conformismo dilagante l’ostentazione della diversità è diventata un gesto rivoluzionario.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Mi fate schifo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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