L’ateismo non basta

L’ateismo non basta

“Forse ti sembrerò pedante, ma è davvero importante che tu capisca perché il termine ateo, da solo, non basta. Per farlo, pensa a quanto segue. Così come esistono gli atei umanisti, esistono anche gli atei nichilisti, i quali, oltre a negare l’esistenza di Dio, credono che al mondo non ci siano valori da difendere, che l’uomo sia un essere abominevole e che l’umanità sia destinata all’apocalisse – credimi, sono più numerosi di quanto pensi. Esistono anche gli atei irrazionalisti, i quali, per quanto non credano in Dio, credono però nell’oroscopo, nelle fattucchiere, nei medium, nelle pseudoscienze, nel soprannaturale e quant’altro. O ancora esistono gli atei razzisti, gli atei omofobi, gli atei maschilisti, etc.”

Il passaggio che avete appena letto è preso dalla Lettera a una aspirante filosofa, posta a chiusura del mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, pubblicato da Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’UAAR.

La tesi esposta in quel passaggio è tanto chiara quanto controversa: l’ateismo, da solo, non basta – ed infatti, per le ragioni che vedremo più avanti, ad “ateo” affianco ormai sempre il termine “umanista”.

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Attenzione: ho detto “non basta”, che è diverso dal dire “non serve”. A tal riguardo, anzi, sgombero subito il campo da qualsiasi equivoco: chi vi scrive è e resta ateo, convintamente e consapevolmente ateo, come probabilmente lo sarete anche voi che state leggendo questo articolo – e se non lo siete, meglio ancora…

Arrivare a definirsi apertamente e tranquillamente atei in un paese cattolico e tradizionalista come l’Italia non è infatti cosa semplice. Non lo è stato per me, che ho impiegato anni prima di farlo, attraversando numerose tappe intermedie – se volete sapere com’è andata precisamente ho raccontato il mio percorso di “deconversione” nella Lettera di cui sopra.

Non è stato facile nemmeno per molti amici e conoscenti, tra chi va ancora in chiesa la notte di Natale per far contenta la famiglia, chi per “opportunità politiche” evita di definirsi ateo in pubblico, chi procrastina il suo sbattezzo da anni per non dispiacere ai genitori e chi invece fa da padrino al nipote per non deludere amici e parenti.

Infine, non lo è stato nemmeno per le tante persone, socie UAAR e non, che sto incontrando in queste settimane durante le presentazioni del libro in giro per l’Italia e l’Europa. A Sulmona, per esempio, ho conosciuto una coppia di atei dichiarati che negli anni 80’, sotto la pressione dei parenti, si sono dovuti sposare in incognito in chiesa, con la complicità di un amico prete molto “liberale”. O ancora una ragazza che, d’accordo con la nonna, si sbattezzerà, sì, ma solo dopo che la stessa nonna sarà “passata a miglior vita”.

Perché sto raccontando tutto ciò? Non di certo per fare gossip – anche perché sul tema esiste una casistica infinita e di gran lunga più assurda di quella riportata qui sopra. Sto raccontando tutto ciò perché, se credo come ho detto che l’ateismo non basti, lungi da me l’idea di volerlo liquidare come inutile, banale o superfluo.

Sono convinto, al contrario, che non ci sia nulla di più ragionevole ed entusiasmante che vivere, agire e pensare senza Dio – risolutamente, senza vergogna né sensi di colpa, ma neanche con superbia o arroganza.

Ciononostante, permettetemi di svelare un segreto di Pulcinella, che troppo spesso dimentichiamo: non credere in Dio non ci rende automaticamente delle persone migliori. La virtù morale si pone infatti altrove, nei valori che plasmano la nostra vita e indirizzano il nostro agire, non nelle cose in cui non crediamo.

Riuscire a liberarsi dai lacci mentali della tradizione religiosa e dalle mille contraddizioni del dogmatismo teologico è senza dubbio fondamentale; è il miglior punto di partenza per il libero sviluppo di una personalità consapevole, che sia sempre pronta a rimettere in discussione se stessa, aperta alla novità, alla diversità e al dialogo. Ma, appunto, si tratta solo di un punto di partenza, non di arrivo.

Veniamo dunque alla tesi centrale di questo articolo: perché l’ateismo, da solo, non basta? Da una parte perché, come già detto, il solo fatto di non credere in Dio non garantisce che le nostre azioni siano moralmente giuste, né migliori di quelle di un credente. Certo, a livello sociologico esiste una evidente correlazione statistica tra tasso di non-credenza di un paese e suo progresso politico-tecnologico, così come, inversamente, tra arretratezza e tasso di religiosità.

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Phil Zuckerman ha evidenziato a riguardo come, secondo lo Human Development Report del 2004, i cinque paesi al mondo col più alto “tasso di sviluppo umano” (Norvegia, Svezia, Australia, Canada e Olanda) siano tutti caratterizzati da “alte percentuali di ateismo organico”, mentre negli ultimi 50 paesi l’ateismo è statisticamente irrilevante. Ciononostante, come negare l’esistenza di regimi oppressivi e illiberali come la Cina o la Corea del Nord, dove la maggioranza della popolazione non crede in Dio – per quanto poi finisca per crearsene di altri?

Al tempo stesso, poi, l’ateismo non basta perché per sua stessa costituzione non sta mai in piedi da solo, ma è sempre completato da qualcos’altro. Non si può essere solo atei, perché si è anche qualcos’altro, sempre.

Chi afferma ad esempio di non credere in alcuna spiritualità, perché solo la materia conta, è un ateo materialista. Chi venera Cioran, tuonando che Dio è morto e che la vita non ha alcun senso, è un ateo nichilista. Chi, pur non credendo in Dio, crede nelle scie chimiche e nei vaccini che causano l’autismo è un ateo complottista – e la lista di ateismi più o meno biasimevoli è ancora lunga…

Per questo motivo, all’aspirante filosofa della Lettera dico che “oggi più che mai è necessario specificare che tipo di atea tu sia, Monica, in modo che nessuno possa confonderti per qualcun altro. Perché è solo attraverso la chiarezza del linguaggio che potrai esplicitare la tua posizione e dire chiaramente da che parte sei.”

Io, ad esempio, sto dalla parte dell’uomo, della sua ragione e della sua empatia. Mi definisco un ateo umanista – o anche solo un umanista se il mio interlocutore sa cosa intendo – perché, pur non credendo in Dio, credo che la (mia) vita abbia un senso, che esistano valori da difendere e battaglie da portare avanti.

La battaglia per la libertà individuale, ad esempio, poiché trovo preferibile una società dove ognuno sia libero di autodeterminarsi e vivere secondo coscienza piuttosto che una società dove ognuno cerchi di imporre all’altro la propria definizione di Bene e di Giusto. O ancora la battaglia per la ragione e per il progresso scientifico, perché, al contrario di molti naturisti, luddisti e nostalgici dell’età dell’oro, non vorrei mai rinascere altrove che nel nostro maledetto presente, con tutte le sue “detestabili” tecnologie e “artificiali” innovazioni – le stesse che hanno portato ai minimi storici la mortalità infantile e fatto impennare l’aspettativa di vita su scala planetaria, giusto per fare due esempi.

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Sarebbe davvero un grande passo avanti se, in Italia come nel mondo, sempre più atei realizzassero l’importanza della filosofia umanista e cominciassero a definirsi atei umanisti. Ciò non significa affatto abbandonare un’identità conquistata a fatica negli anni. Significa piuttosto completarla e farla evolvere, specificando con chiarezza l’universo di valori nei quali ci riconosciamo – universo che è ben definito dalla Dichiarazione di Amsterdam del 2002, dove vengono elencati i sette principi dell’Umanismo moderno.

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Non tutti gli atei sono umanisti, l’abbiamo appena visto. Ma ogni umanista – nel senso moderno del termine – è necessariamente ateo. Muovendoci in direzione dell’Umanismo non perderemo la nostra identità: non abbiamo infatti nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E se l’umanismo è davvero una scommessa sull’umanità, allora più saremo a scommettere, più alta sarà la nostra probabilità di vincita.

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La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La blasfemia è un reato in Italia – ancora oggi, nel 2018.

La bestemmia, ad esempio, può essere sanzionata con una multa “da 51 a 309€”, come prescritto dall’art. 724 del Codice Penale. Non di rado capita che le forze dell’ordine applichino davvero quell’anacronistico articolo, per punire ad esempio una bestemmia in autostrada, o ad un Gay Pride, o addirittura su Facebook.

Di più: le “offese alla religione dello Stato (sic!) mediante vilipendio di persone” possono condurre a sanzioni che oscillano tra “i 1000 e i 5000€”, come stabilito dall’art. 403 del Codice Penale. Sanzioni che possono arrivare fino ai 6000€ nel caso in cui il vilipendio fosse rivolto ad un “ministro del culto” – un prete, ad esempio.

Non ci credete? Bene. La vedete quest’opera?

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800€ non è il suo costo, bensì l’ammontare della multa che il suo autore, Xante Battaglia, ha ricevuto per “vilipendio alla religione cattolica”, in Italia, nel 2015.

Nello specifico, secondo la Cassazione l’opera sarebbe “altamente volgare e idonea al vilipendio della religione cattolica, andando a colpire il Papa, al vertice della struttura ecclesiastica, ponendone l’effigie – con ciò facendo intendere rapporti interpersonali di natura non consentita a chi ha fatto voto di castità – accanto a quella del suo collaboratore più stretto e, collocando fra di esse, l’immagine del membro maschile”.

Vedete poi questo fotomontaggio?

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Postarlo su Instagram è costato 480€ ad un giovane spagnolo, giusto un anno fa, nell’aprile del 2017.

Non so voi, ma io ritengo che tutto ciò abbia dell’assurdo, e che simili leggi sulla blasfemia siano del tutto anacronistiche e illiberali. Intendiamoci: non si tratta di fare l’elogio della blasfemia. Per molte persone quelle immagini sono e restano volgari. Molte persone, poi, trovano che bestemmiare sia di cattivo gusto. Ma il cattivo gusto e la volgarità sono una cosa, la libertà di espressione un’altra.

Per questo motivo ho dato e rinnovo il mio sostegno alla campagna Dioscotto per l’abolizione delle leggi sulla blasfemia in Italia e nel mondo.

Ne ho parlato anche nel mio libro “Come se Dio fosse antani“, commentando la morte di Socrate, «il primo martire per la causa della libertà di pensiero e d’investigazione», secondo la definizione di Theodor Gomperz.

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Riprendendo la conclusione di un articolo pubblicato sul blog dell’UAAR nel dicembre 2017, che invito a leggere per capire fino in fondo la mia posizione, le leggi sulla blasfemia “non possono che essere destinate a scomparire, per il bene di tutti. […] Perché la libertà di espressione non prevede eccezioni e va difesa sempre, si tratti di satira, di arte o di bestemmie in autostrada. Detta in un altro modo: la libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire o fare stronzate.

È ora di abolire le leggi sulla blasfemia, in Italia e nel mondo: let’s #EndBlasphemyLaws now!

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La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

Qualche settimana fa ho pubblicato su Facebook questa citazione:

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La citazione è presa dal mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, edito da Nessun Dogma.

Nello specifico, è un estratto dal quarto capitolo, nel quale discuto un problema fondamentale per atei e credenti, e cioè: da un punto di vista logico, com’è possibile giustificare l’esistenza simultanea di così tanti dèi, tutti così diversi tra loro eppure tutti così “umani, troppo umani”?

Vale la pena riportare per esteso il paragrafo da cui è estratta la citazione:

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale. Quando studiamo nel dettaglio e in maniera comparata tutte le diverse forme in cui la religione si è storicamente espressa siamo infatti costretti a mettere in dubbio la nostra fede, fosse anche solo per un istante. Di fronte a così tanti dèi, tutti così uguali e così umani, sorgono spontaneamente domande del tipo: «perché la mia fede dovrebbe essere l’unica giusta?», «perché il mio Dio sarebbe il solo vero in mezzo a un oceano di contraffazioni?», «e se invece fossi io a sbagliarmi, a credere nel Dio sbagliato?»

Ecco, è in questo senso che va interpretata quella frase – e spero che l’averla calata nel suo contesto originario aiuti a sciogliere ogni dubbio e perplessità.

Ciononostante, se neanche ciò dovesse bastare, vorrei rimandare i lettori più scettici ad un mio articolo pubblicato su Critica Liberale nel 2016, dal titolo “Perché, da ateo, voglio l’ora di religione – ma non quella cattolica“.

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Nello specifico, vorrei rimandarli a questa lunga ma significativa citazione, estratta dalla terza parte intitolata “La storia delle religioni: i tre motivi a favore del suo insegnamento“:

[…] Una delle vie più ragionevoli verso l’ateismo è, paradossalmente, proprio lo studio dettagliato e comparato delle religioni stesse.

Fin tanto che, come nel caso dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), ad uno studente italiano venga offerta una panoramica strategicamente coerente della sola religione cattolica […] è molto difficile che in quello stesso studente insorga qualsiasi accenno di scetticismo e di spirito critico.

Infatti, è soltanto studiando cosa è successo veramente durante il Concilio di Nicea (e di Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, etc.) che uno studente potrà dubitare della presunta unità dogmatica della dottrina cattolica e dell’originalità delle Sacre Scritture.

E ancora, è soltanto andando a leggere i versetti del Corano o della Torah che vietano il consumo della carne di maiale o dei crostacei che uno studente potrà intuire quanto arbitrari e razionalmente infondati siano quei precetti alimentari.

Similmente, è soltanto analizzando nel dettaglio le varie acrobazie teologiche ed esegetiche che giustificano certe assurdità, tipo il rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei Testimoni di Geova, che uno studente potrà sviluppare gli anticorpi contro quelle stesse assurdità.

Analogamente, è soltanto studiando la palese impostura di Joseph Smith, fondatore del Mormonismo, che uno studente dubiterà di qualsiasi futuro profeta che si auto- proclamerà in possesso della parola di Dio o, più semplicemente, di qualsiasi indisputabile «Verità» rivelata.

Infine, è soltanto abbracciando il più possibile l’intero spettro delle religioni mondiali che un ragazzo potrà intuire che, in fondo, è molto più probabile che ognuna delle religioni erri in qualche punto della sua dottrina, piuttosto che pensare, come il peggiore dei fondamentalisti, che esista un’unica religione vera in mezzo ad un oceano di religioni false e miscredenti.

Ecco, dunque, la paradossale conclusione di questo articolo: non il rifiuto o la censura della religione, bensì il suo stesso insegnamento costituisce la più grande scuola di laicità e di pluralismo liberale che le generazioni avvenire possano auspicare.

Per questo, da ateo, continuo a credere che il modo più efficace e consapevole per uscire dalla religione sia lo studio delle religioni.

Di tutte le religioni, non solo una.

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In anteprima le prime 6 pagine di “Come se Dio fosse antani”

In anteprima le prime 6 pagine di “Come se Dio fosse antani”

È uscito il mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole“, edito da Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

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Il libro è disponibile per l’acquisto in tutte le librerie, online e non, sia in formato cartaceo che in ebook!

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Di cosa parla “Come se Dio fosse antani?”

I più curiosi possono leggere in anteprima le prime 6 pagine del libro sul sito Academia.edu.

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In alternativa, ecco la quarta di copertina:

“La filosofia è noiosa, ripetono gli studenti costretti a studiarla. Per molti di loro la filosofia è un insieme di risposte incomprensibili a domande incomprensibili, teologia che cerca di darsi un tono, roba da intellettuali insomma. Lo sappiamo tutti, anche se non abbiamo il coraggio di ammetterlo: quegli studenti hanno ragione.

È per loro, e per tutti coloro che la pensano come loro, che Giovanni Gaetani ha scritto questo libro. Vuole convincerli che la filosofia può essere piacevole, ironica, a tratti addirittura divertente, e che può aiutarci a guardare il mondo senza ricorrere a Dio, in maniera disincantata ma non per questo meno entusiasta e appassionata.

Come se Dio fosse antani è un percorso in cinque tappe intorno ai temi prediletti dall’ateismo filosofico, dall’inesistenza di Dio all’etica umanista. Ed è scritto in modo chiaro e “commestibile”, senza supercazzole, perché l’autore ha cercato di mettersi in tutto e per tutto dalla parte del lettore. Anche chi odia la filosofia dovrà rivedere le proprie convinzioni. Provare per (non) credere.”

“Come se Dio fosse antani” su Facebook

Esiste anche una pagina Facebook dedicata al libro, dove si parlerà di tutti i temi legati al libro, dall’ateismo alla filosofia, passando per la laicità, la teologia e molto altro ancora.

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