Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Mi fate schifo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Mi fate schifo

Mi fate schifo

Voi – che da dietro la tastiera con la schiuma alla bocca plaudite a Salvini – non solo mancate di senso logico, ma anche e soprattutto di fantasia.

Vi manca la logica, sì, perché quando vi si spiattellano davanti i numeri e gli argomenti, nero su bianco, non siete in grado di capirli, di qualsiasi argomento si tratti.

Ma vi manca soprattutto la fantasia, la capacità di immaginare cosa significhi attraversare il Mediterraneo su una nave, in 629, tra donne incinte, minorenni e bambini.

Non ho mai avuto così tanta paura, e mai mi sono sentito così lontano da voi. Perché mi siete lontani due volte: nella ragione e nell’anima, nel cervello e nel cuore, nella riflessione e nel riflesso – quello di chi d’istinto tende la mano a favore di chi ne ha bisogno.

E allora voglio mettervi davanti uno specchio, anche se non sarete nemmeno in grado di riconoscervi in esso.

Siete persone meschine e frustrate, brutte. Avete delle vite miserabili. Non potendo ammettere di essere voi stessi la causa della vostra miseria, ve la prendete con negri, froci e altri da voi.

Vivete di risentimento. Non mostrate mai il vostro volto, nascondendovi dietro una foto profilo anonima. Analfabeti funzionali con due lauree, quando vi si parla di fallacie ridete pensando che si tratti di un’allusione sessuale – espressione, questa, che mai sareste in grado di utilizzare nella immensa vacuità del vostro vocabolario.

Sì, perché la vostra capacità retorica è ignobile, la grammatica dei vostri discorsi imbarazzante. Antiabortisti, ogni giorno praticate voi stessi mille e uno aborti della lingua italiana. Non siete in grado di scrivere una sola fottutissima riga senza un errore di ortografia. I vostri commenti sono il riflesso della vostra ignoranza risentita – le vostre dita sulla tastiera il pennino del sismografo che rileva le oscillazioni della vostra mediocrità.

Smemorati come pecore erranti dell’Asia, avete dimenticato al tempo stesso i vostri nonni emigrati e i vostri figli immigrati – a Londra, Berlino, Parigi, Stoccolma. Vi hanno pisciato in testa e vi hanno detto che puzzavate. Hanno inneggiato alla lava del Vesuvio e voi come schiavi senza memoria né amor proprio li avete scelti come padroni. Hanno battezzato le loro ampolle nell’acqua del Dio Po, e voi, cattolici, li elevate a vostri salvatori.

Mi fate schifo, e a tratti vorrei poter fare a meno di voi. Ma a meno di voi non posso fare, perché la vostra idiozia ci manderà alla deriva tutti, da Lampedusa a Bolzano – e oltre…

Non posso fare a meno di voi, è vero. Ma in questa notte così vuota e disumana ho deciso di riversare su di voi tutto il mio disprezzo, senza un vero e proprio obiettivo, come quando, abbracciati al cesso, ci si ficca due dita in gola per vomitare l’anima.

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Auschwitz

Auschwitz

Mentre guardo la foto dei bambini deportati (quanti anni avranno avuto: dieci? dodici?), la figlia di Theodore (che ne ha invece tre) sbuca sorridendo da dietro il cartellone. Vuole giocare con me: io per la sorpresa sorrido, ma sotto gli occhiali da sole per poco non scoppio a piangere.

*

Cammino nei corridoi oscuri delle baracche come si cammina tra le pagine di un libro usato, cercando di accomodarmi nell’ingenua certezza – istintiva autodifesa – che tutto ciò sia irripetibile. Ed invece nel ripostiglio della mia coscienza so che tutto questo può riemergere altrove – domani, oggi stesso, adesso. Non me ne capacito: come può una persona portare in sé il germe di tutto ciò? Potrà mai esserci una nuova Auschwitz?

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Per tutta la visita, una voce interiore cerca di convincermi che non sia vero ciò che vedo. Di sfuggita vedo il mio volto terribilmente occidentale riflesso in un vetro – il vetro dietro il quale sono ammassati i capelli delle donne uccise con il cianuro nelle camere a gas; mi vergogno allora, scoprendomi alla ricerca metodica dell’artificio museale, della finzione storica. In me, una sorta di proto-revisionista nascosto tenta di smontare questa narrazione, soltanto per scongiurare questo intimo senso di vergogna.

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Per i corridoi cammino a testa bassa, per non incrociare lo sguardo di chi sopraggiunge nell’altra direzione, come se fossimo tutti colpevoli, nonostante tutto – nonostante tutto.

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Ho pensato tutto il tempo a come avrei reagito, a come mi sarei attaccato con tutto me stesso alla vita. Quello che più mi spaventa, però, non è tanto la certezza di parlare a vanvera, senza alcuna cognizione di causa, ma piuttosto il fatto che ad un certo momento avrei potuto smettere di voler vivere, di voler resistere – smettere di attaccarmi alla nuda vita, alla sopravvivenza selvaggia ed essenziale dell’animale che è in me.

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La disumanizzazione ultima non è lo sfruttamento dell’uomo trattato come mezzo, e non come fine. A tal riguardo, siamo tutti – quotidianamente – dei cattivi kantiani. La disumanizzazione ultima è l’annichilimento del volto umano, la rimozione chirurgica della pietà dagli occhi; la possibilità che la crudeltà non sia effrazione ma sistema, che il politicamente corretto, con la sua faccia da onesto cittadino, possa giustificare che Mengele avesse uno stipendio; che ogni soldato tedesco avesse una posizione ed un’attitudine da impiegato, una prospettiva di carriera, un letto dove riposare il corpo la notte, dopo una giornata di lavoro – lavoro!

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In aeroporto, un signore tedesco seduto affianco a me intravede sul mio computer una foto dei deportati. Volta lo sguardo. Ed io non vorrei più dover nominare «Auschwitz», come se mi vergognassi di esserci stato.

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Ad un certo punto, di fronte alla sbarra per le impiccagioni, la chiara sensazione di intendere il suicidio di Primo Levi: non si può tornare alla normalità, alle tiepide case…

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Nella baracca dei bambini di Birkenau, la guida ci parla, quasi con dolcezza, dei disegni fatti da chissà chi su quei muri. Io li trovo terribilmente crudeli – la spaventosa ironia dei nazisti. La figlia di Theodore, in braccio a sua madre, li osserva e sorride. Il sole splende freddo su Auschwitz.

27 febbraio 2016

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L’umanità, gli schermi, la vita

L’umanità, gli schermi, la vita

“L’umanità è sempre fuori da uno schermo”. Questa è una delle cose che sto imparando viaggiando, meravigliandomi ogni volta dell’ospitalità e della gentilezza delle persone che incontro.

Computer e smartphone non sono che modi per rimanere in contatto con le persone a cui teniamo. La stessa televisione, poi, non è che un diretto discendente dei cantastorie medievali.

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Lontano dalla tastiere, ecco invece la realtà, in tutta la sua meravigliosa contraddittorietà. Lo ripeto innanzitutto a me stesso: col capo chino su uno schermo – in treno, in metro, al pub – sprechiamo tutta l’ineffabilità della vita che ci scorre affianco.

Alziamo la testa allora. Spegniamo gli schermi, brindiamo alla vita.

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Storia di una prostituta

Storia di una prostituta

[L’autrice del testo, che ha preferito restare anonima, ci tiene a sottolineare come la sua storia sia eccezionale, e dunque non rappresentativa della condizione delle prostitute in Italia, nella maggior parte dei casi ben peggiore della sua.
N.B.: tutti i nomi riportati nel testo sono di fantasia
]

Sto tornando a casa, è l’una di notte. Percorro lentamente a piedi questa strada buia di periferia, al ritmo cadenzato dei suoi lampioni arancioni. Sotto di loro, tante piccole figure scure, dai contorni femminili. Qualche anno fa anche io ero lì, sotto quella sterile luce, a pregare che la nebbia si dileguasse, con la perversa speranza che qualche principe grigio e senza nome mi accogliesse furtivo nella sua macchina.

Ho lavorato ovunque, da Bolzano a Catania: ho respirato la salsedine umida dei viali di Porto Marghera; sono salita e scesa su dei SUV enormi nella periferia di Milano; ho sofferto il freddo polare di Via Togliatti, a Natale, Santo Stefano e Capodanno.

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Venezia

Venezia

Silenzio su acqua. Sono stato all’Opera stamattina. Un concerto in Re maggiore per campane e gabbiani. Qui si cammina in punta di piedi, per non disturbare i palazzi che recitano. Venezia, eterno palcoscenico di se stessa. Anche la nebbia è musica. Gli occhi gonfi che straripano, un cardellino mi ha sorriso.

*

Non lasciare più nulla al caso. Colmare il divario tra pensiero e scrittura. Non pensare e poi scrivere, ma pensare scrivendo, o scrivere per pensare. Non c’è spazio per la mediazione. Il tuo destino è la tua mano.

*

Ho aperto una porta, che non dischiude mondi, ma una storia – la mia. Non voglio morire, e non lo voglio con tutto il petto e con questo mare che a fatica le palpebre arginano.

*

Campo Santa Margherita. La fatica di vivere, ma questa vecchietta sorride, e la morte è sconfitta. Devo mettermi in regola con lei, ne sono troppo ossessionato. Forse amo questa città perché so che non avrebbe mai potuto uccidermi? Ma in fondo, è davvero possibile morire a Venezia?

*

Re Mida dei paradisi perduti, con la tua essenza tu eterni ogni cosa – nel tuo labirinto di assoluti anche i sospiri hanno il volto argenteo della Verità.

8 dicembre 2015

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(Photo by Andrea Martella)

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Bataclan

Bataclan

Un anno fa mi dicevi, l’ultima volta che ci siamo visti: «Tutto questo è insopportabile: i vostri uomini bevono, fumano e bestemmiano; le vostre donne vanno in giro nude, come se fossero delle prostitute; i vostri droni bombardano le nostre città, i vostri militari invadono le nostre terre; siete dei sodomiti, dei miscredenti e degli adulteri, il vostro è il regno della perdizione: Allah vi punirà un giorno». Era tutto chiaro già allora. Non potevi non diventare ciò che sei ora – la persona che tra qualche secondo mi giustizierà senza riconoscermi, con un colpo di kalashnikov, lasciandomi riverso qui, sotto al palco del Bataclan.

[Amir o Gabriele, come devo chiamarti?]

Era tutto chiaro già tre anni fa. Nonostante il passaporto italiano e il tuo immutato accento provinciale, già ti consideravi uno di loro, diverso da noi. «Voi, voi, voi»: era, questo, il tuo personalissimo mantra, quella formula che, ripetuta all’infinito, ti aiutava a trasformare in verità il tuo rancore.

[Ho un proiettile nella spalla, non riesco a trattenere l’emorragia, intorno a me sento solo urla, spari e pianti]

Venivamo entrambi dallo stesso ambiente: stessa periferia e stessa parrocchia; stesse scuole e stessi amici. Battesimo, comunione, cresima. Elementari, medie, superiori. I nostri percorsi erano perfettamente sovrapponibili – le nostre crisi anche. Quegli anni furono filosoficamente instabili: passavamo da un idealismo rivoluzionario ad un materialismo distruttivo, il tutto condito da una buona dose di edonismo adolescenziale. Sabato sera ubriachi di birra, domenica mattina di Dio. Quel mondo, in fondo, era destinato a crollare – lo sapevamo bene entrambi, senza avere la lucidità, la voglia o l’età per dircelo in faccia.

[Ma quanto sangue può perdere un uomo? Dio santo, sto per morire. Avresti mai immaginato, tu, una fine così sanguinosa per la nostra amicizia?]

Finito il liceo, due novità alla porta: il nichilismo e l’università – solo una ci attraeva, e non aveva aule. Le nostre strade si separarono, dopo quell’estate tanto afosa quanto euforica, proprio nel momento in cui, forse, avrebbero dovuto sovrapporsi ulteriormente.

[Strano rincontrarsi adesso, due italiani a Parigi, in questa sala concerti trasformata in mattatoio]

È in quegli anni che tutto è cambiato. Io scelsi filosofia. Tu, invece, lingua e letteratura araba, tra lo stupore degli amici e lo scontento dei tuoi. Ancora oggi mi domando cosa sia venuto prima: se, cioè, lo studio del mondo arabo abbia ispirato la tua conversione o se, intimamente, tu non cercassi già un pretesto per giustificare una scelta così strana.

[Già allora mettevi in conto il martirio? Sto per svenire – spero di svenire]

Lo stesso vuoto ci campeggiava l’anima. A posteriori posso dire che entrambi, a modo nostro, cercavamo una via d’uscita da quello stesso nichilismo. Dopo tutti questi anni, possiamo dire di averla trovata? No, non credo affatto, per quanto tu saresti pronto a giurare il contrario.

[Testimonia a mio favore questa pozza di sangue in cui affogo]

Io, lo sai, ho perso la fede, senza guadagnarne in certezza. A differenza tua, però, non ho cercato di colmare quel vuoto a tutti i costi. Anzi, sono lentamente arrivato alla conclusione opposta: la saggezza, agli antipodi del fanatismo che tutto sa e tutto spiega, consiste nel saper vivere senza dover rispondere a tutte le domande, per quanto esse ci attanaglino. Ho imparato allora a convivere con il vuoto, senza vergognarmene.

[Gli spari sono diventati regolari. Uno ad uno, tra poco arriverete anche a me. E allora sarà il vuoto definitivo]

Quando mi sono sbattezzato, Don Giuseppe mi ha chiesto di te. «Si è convertito all’Islam», gli ho risposto. «Dio mio!» esclamò, «un ateo e un mussulmano nel giro di cinque minuti, che guaio! Dove ho sbagliato, dove?» Non sembrava così ironico, in fondo.

[Ricordi ancora le partite in parrocchia? Gli scherzi in sacrestia? Don Giuseppe che ci rincorreva per darcele?]

Ogni rara volta che ci rivedevamo notavo come il tuo fanatismo crescesse di pari passo con la barba. Se non ti avessi avuto di fronte in carne ed ossa, avrei fatto fatica a credere che quella voce solenne fosse davvero la tua. Avevi preso l’abitudine di intervallare ogni frase con qualche parola od espressione araba. Io, ad esempio, ero diventato un Kafir, che non seguiva la Shariʿah e che un giorno sarebbe stato giudicato da Allah Al-Mumit, e così via. Io non avevo parole.

[Anche adesso non ne ho – tra poco non potrò più averne]

Eccoti. Ti vedo ora, di fronte a me, qui al Bataclan. Tu anche mi vedi, ma non mi riconosci. Non fai che urlare, sparare ed urlare ancora, sempre più forte, come a voler essere sicuro che il tuo Dio ti senta. Mi hai colpito già una volta, mentre sparavi all’impazzata sulla folla. Avresti premuto lo stesso il grilletto se avessi riconosciuto il mio volto in mezzo agli altri? Troppo tardi per domandarselo, sei già davanti a me.

[Per Dio, Gabriele, davvero non mi riconosci? Se ti chiamassi Amir mi riconosceresti invece?]

I tuoi occhi iniettati di sangue, la faccia estasiata, le mani rosse, il kalashnikov impugnato a festa. No: mi sbagliavo poco fa. Anche io ti vedo e non ti riconosco. Tutti quei morti ai tuoi piedi, tra poco mi aiuterai a raggiungerli. Forse dopo ti suiciderai: il tuo corpo giacerà allora affianco al mio. E lì saremo ancora una volta vicini, ancora una volta amici, uniti fatalmente nello stesso nichilismo al quale – giovani sedicenni dagli occhi splendidi – volevamo sfuggire.

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(Photo by Andrea Martella)

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