Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Salvini è favorevole alla regolamentazione della prostituzione, ma al tempo stesso fermamente contrario alla legalizzazione delle droghe. Lo ha detto con il suo classico tono perentorio e populista, ai microfoni di Radio 1 lo scorso 16 gennaio: “Fare l’amore fa bene, drogarsi no. Per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione.”

Chi mi conosce sa quanto io sia politicamente e umanamente lontano da Salvini, e non è un caso che anche in questa circostanza io non sia d’accordo con lui – ma non per la ragione che in molti immaginano…

Sono infatti dell’idea che i motivi a favore della legalizzazione della cannabis siano gli stessi a favore della regolamentazione della prostituzione, come ho sostenuto in un articolo per il blog della Fondazione Einaudi dal titolo: “Coraggio, liberali: legalizziamo la cannabis, regolamentiamo la prostituzione.

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Non rifarò quel paragone in questa sede – leggete quindi l’articolo, per favore, prima di commentare sostenendo che quel parallelo “c’entra come i cavoli a merenda” o che “le due cose non c’entrano una fava“. E, soprattutto, sempre per favore, non commentate dicendo che la prostituzione è già legale in Italia – ho scritto infatti “regolamentazione”, non “legalizzazione”, perché so bene che la prostituzione è già depenalizzata e che reato è invece soltanto il suo sfruttamento e favoreggiamento.

Coraggio, femminist*, regolamentiamo la prostituzione

In questo articolo voglio dunque focalizzarmi su un’altra tesi, altrettanto controversa, se non di più, e cioè: l’idea che regolamentare il mercato della prostituzione sia una battaglia femminista.

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Questa tesi incontra l’ostilità di mezzo mondo. Non solo quella di cattolici, conservatori e perbenisti, ma anche quella di persone appartenenti, come me, al movimento femminista. Proverò allora a rispondere ad alcuni dei loro argomenti più ricorrenti – se ce ne sono altri, commentate pure qui sotto o sulla pagina “Come se Dio fosse antani“.

“La prostituzione è una mercificazione del corpo della donna”

Premessa: per quanto oggettivamente minoritaria, la prostituzione maschile è un fatto. Quindi, per essere del tutto coerenti, sarebbe il caso di dire piuttosto: “la prostituzione è una mercificazione del corpo” tout court, senza distinzioni di genere.

Ma, anche ammettendo a fini dialettici che sia così, la domanda da porsi è la seguente: una donna ha o non ha il diritto all’autodeterminazione? È o non è padrona di decidere per se stessa, a prescindere da cosa pensino della sua decisione gli altri privati cittadini? Insomma, una donna è o non è libera di stabilire cosa fare con il proprio corpo?

Io, da femminista e da liberale, rispondo positivamente, senza alcuna esitazione. Altr* femminist* rispondono invece negativamente, sostenendo con fare paternalistico che, “in un mondo ideale”, nessuna donna sceglierebbe di fare la prostituta, così come non sceglierebbe la gestazione per altri

Ora, il ricorso ai “mondi ideali” è sempre pericoloso e fuorviante, perché si dà sempre per scontato che il proprio “mondo ideale” sia lo stesso immaginato da tutti. Al contrario, esistono persone che la pensano diversamente, donne e uomini che in piena libertà sceglierebbero (e scelgono effettivamente) di “mercificare” il proprio corpo, offrendo prestazioni sessuali in cambio di soldi.

“No, quelle persone non sono davvero libere di scegliere, la mercificazione del corpo è sempre sbagliata e noi dobbiamo fare di tutto affinché la prostituzione scompaia una volta per sempre.” Benissimo, ma allora, per pura coerenza, assieme alla prostituzione dobbiamo combattere anche un altro fenomeno di mercificazione del corpo – forse il fenomeno per eccellenza, vista la sua intrinseca componente voyeuristica, e cioè: la pornografia.

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Se si parla di “mercificazione”, la differenza è infatti minima. Una prostituta vende il proprio corpo in cambio di sesso. Una pornostar anche, ma di fronte a delle telecamere. Coerentemente con il vostro ragionamento, una prostituta e una pornostar “mercificano” il loro corpo alla stessa maniera, ed entrambe “ovviamente” non sono libere…

Ecco, siete davvero disposti a portare fino in fondo i vostri ragionamenti? Siete davvero disposti a vivere nel vostro mondo ideale senza prostituzione né pornografia – e magari senza droghe, alcool e tabacco? Io e molti altri no. Perdonateci, ma nel vostro califfato morale proprio non vogliamo viverci.

“La prostituzione è schiavitù. Regolamentarla non cambia nulla”

Come ho sostenuto nell’articolo citato sopra, sono ben consapevole che regolamentare la prostituzione “non eliminerebbe in toto e da un giorno all’altro il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione.” Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la regolamentazione sia una bacchetta magica – perché bacchette magiche non esistono da nessuna parte, in questo campo come altrove.

Regolamentare la prostituzione significa invece, da una parte, indebolire e ostacolare le organizzazioni criminali che controllano illegalmente questo mercato; dall’altra, riconoscere dignità e diritti ai/alle sex-worker.

Quali diritti? Molti, dalla possibilità di pagare i contributi e di avere un giorno una pensione alla maggiore sicurezza derivante dal fatto di non dover praticare la professione da sole su una strada alla mercé del primo violento di turno, o sotto il ricatto del proprio pappone.

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Ai sostenitori del femminismo abolizionista chiederei: davvero preferite voltare lo sguardo altrove quando passate sulla Togliatti o la Colombo? Come fate a non capire che, lungi dall’essere la soluzione a tutti mali, la regolamentazione della prostituzione è almeno la soluzione ad alcuni mali?

“La prostituzione non è un lavoro, perché il sesso è una cosa intima”

Questo è un retaggio della morale cattolica, la stessa dalla quale il femminismo vuole emanciparsi. Perché infatti il sesso dovrebbe fare eccezione? Chi stabilisce cosa può essere un lavoro e cosa no? Non di certo un’istituzione sessuofobica come la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, né il giudizio soggettivo di un cittadino o di un gruppo di cittadini, per quanto numerosi essi siano.

Con buona pace di perbenist* e abolizionist*, non ci sono motivazioni valide per impedire legalmente che due cittadini scelgano liberamente e coscientemente di avere un rapporto sessuale “a pagamento”, ma anzi, è quanto mai necessario colmare quel vuoto legislativo proprio per impedire che venga amministrato monopolisticamente dalle organizzazioni criminali.

Non ci sono motivazioni valide per impedirlo per una ragione ben precisa: perché, nel loro accordo, cliente e sex-worker non stanno invadendo la libertà di nessun altro cittadino. E in un regime democratico e liberale tanto basta per determinare la legittimità di un atto.

Se pensiamo che invece il sesso debba fare eccezione, è soltanto perché guardiamo ancora alla sessualità attraverso le lenti del cattolicesimo. Un cattolicesimo nevrotico, sessuofobico, anacronisticamente contro-natura, che da sempre ha relegato – e continua a relegare – la donna a un rango inferiore, così come ribadito tre giorni fa dal papaculissimo Francesco, che ha invitato le mogli dei mariti infedeli “ad aspettare…

Emanciparsi dalla morale sessuale cattolica significa anche questo: arrivare a capire che il sesso può essere slegato dall’amore, che può essere vissuto come più ci piace, nella castità come nella promiscuità, senza che nessuno possa dirci che stiamo sbagliando.

Tana per il patriarcato!

Regolamentare non risolverà tutti i problemi legati alla prostituzione, è vero, ma è un primo grande passo avanti verso l’emancipazione dei e delle sex-worker – il superamento di una delle più grandi e assurde ipocrisie contemporanee.

Diffidiamo di quanti sostengono che nessuna donna possa scegliere liberamente di prostituirsi, perché ragionano a partire da una mentalità occultamente paternalistica e maschilista: non lasciamo che il patriarcato, sotto mentite spoglie, ci dica ancora cosa possiamo e non possiamo fare.

SEX WORK

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Storia di una prostituta“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La blasfemia è un reato in Italia – ancora oggi, nel 2018.

La bestemmia, ad esempio, può essere sanzionata con una multa “da 51 a 309€”, come prescritto dall’art. 724 del Codice Penale. Non di rado capita che le forze dell’ordine applichino davvero quell’anacronistico articolo, per punire ad esempio una bestemmia in autostrada, o ad un Gay Pride, o addirittura su Facebook.

Di più: le “offese alla religione dello Stato (sic!) mediante vilipendio di persone” possono condurre a sanzioni che oscillano tra “i 1000 e i 5000€”, come stabilito dall’art. 403 del Codice Penale. Sanzioni che possono arrivare fino ai 6000€ nel caso in cui il vilipendio fosse rivolto ad un “ministro del culto” – un prete, ad esempio.

Non ci credete? Bene. La vedete quest’opera?

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800€ non è il suo costo, bensì l’ammontare della multa che il suo autore, Xante Battaglia, ha ricevuto per “vilipendio alla religione cattolica”, in Italia, nel 2015.

Nello specifico, secondo la Cassazione l’opera sarebbe “altamente volgare e idonea al vilipendio della religione cattolica, andando a colpire il Papa, al vertice della struttura ecclesiastica, ponendone l’effigie – con ciò facendo intendere rapporti interpersonali di natura non consentita a chi ha fatto voto di castità – accanto a quella del suo collaboratore più stretto e, collocando fra di esse, l’immagine del membro maschile”.

Vedete poi questo fotomontaggio?

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Postarlo su Instagram è costato 480€ ad un giovane spagnolo, giusto un anno fa, nell’aprile del 2017.

Non so voi, ma io ritengo che tutto ciò abbia dell’assurdo, e che simili leggi sulla blasfemia siano del tutto anacronistiche e illiberali. Intendiamoci: non si tratta di fare l’elogio della blasfemia. Per molte persone quelle immagini sono e restano volgari. Molte persone, poi, trovano che bestemmiare sia di cattivo gusto. Ma il cattivo gusto e la volgarità sono una cosa, la libertà di espressione un’altra.

Per questo motivo ho dato e rinnovo il mio sostegno alla campagna Dioscotto per l’abolizione delle leggi sulla blasfemia in Italia e nel mondo.

Ne ho parlato anche nel mio libro “Come se Dio fosse antani“, commentando la morte di Socrate, «il primo martire per la causa della libertà di pensiero e d’investigazione», secondo la definizione di Theodor Gomperz.

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Riprendendo la conclusione di un articolo pubblicato sul blog dell’UAAR nel dicembre 2017, che invito a leggere per capire fino in fondo la mia posizione, le leggi sulla blasfemia “non possono che essere destinate a scomparire, per il bene di tutti. […] Perché la libertà di espressione non prevede eccezioni e va difesa sempre, si tratti di satira, di arte o di bestemmie in autostrada. Detta in un altro modo: la libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire o fare stronzate.

È ora di abolire le leggi sulla blasfemia, in Italia e nel mondo: let’s #EndBlasphemyLaws now!

Leggi di più su “Come se Dio fosse antani” sul sito dell’editore Nessun Dogma

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Vietare un libro è sempre una stronzata. Anche quando si tratta della Bibbia

Vietare un libro è sempre una stronzata. Anche quando si tratta della Bibbia

Stando alle ultime notizie, la Cina avrebbe “vietato la vendita online della Bibbia“.

Al netto delle smentite e dei nuovi sviluppi, dico forte e chiaro come la penso, per quanto impopolare possa suonare alle orecchie degli anticlericali più radicali.

Vietare un libro è una stronzata, sempre e comunque, che si tratti della Bibbia, di un libro contro i vaccini o del Mein Kampf.

Vietare un libro è sempre sbagliato – anche quando, da buoni razionalisti, possiamo oggettivamente dimostrare che quel libro sia pieno di incorrettezze, assurdità e/o supercazzole.

Non è attraverso i divieti di Stato o i roghi in piazza che si combatte la disinformazione e l’irrazionalità.

Le uniche legittime “armi” a nostra disposizione sono un fact checking militante, un’intelligente opera di divulgazione razionalista, e tanta, tanta pazienza.

Vietare la vendita di un libro è una stronzata anche perché, da un punto di vista politico e mediatico, crea esattamente l’effetto opposto a quello ricercato: creando un mito attorno al libro “maledetto”, si innesterà una sorta di corsa al martirio per leggere quel libro – nitimur in vetitum…

Ma soprattutto, i sostenitori di simili divieti devono spiegarci una cosa: chi stabilisce il confine tra libri legittimi e libri vietati? Come vi opporrete quando qualcuno vieterà i vostri libri?

E poi, rivolgendomi adesso agli amici più anticlericali: dopo secoli passati a combattere contro la Santa Inquisizione e la censura ecclesiastica, non pensate sia un po’ da stronzi mettersi sul loro stesso piano?

L’ho detto altrove con un tono più serio e borioso: “chiunque ritenga di avere il diritto di imporre la propria verità agli altri giustifica indirettamente la violenza che a sua volta subisce o subirà dall’agire illiberale altrui”.

Che detto in maniera “commestibile” significa: se non vuoi che i tuoi libri vengano un giorno vietati, devi difendere il diritto degli altri a leggere i loro di libri. Anche quando, a torto o a ragione, pensi che quei libri siano delle “cagate pazzesche”.

Altrimenti, il giorno in cui il tuo governo metterà al bando il tuo libro, l’unica cosa che potrai fare è stare zitto e nascondere la testa sotto la sabbia.

Siamo liberali, perdio!

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5 motivi per cui sarò al Gay Pride

5 motivi per cui sarò al Gay Pride

1) Don Max e San Paolo

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Appena due settimane fa, precisamente il 28 maggio 2016, tale Don Massimiliano Pusceddu si è scagliato contro la legge sulle unioni civili citando la “attualissima” Lettera di San Paolo ai Romani, secondo la quale gli omosessuali “meritano la morte”:

Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini […]. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.


2) Il pastore americano e il Levitico

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A fine 2014, tale Steven Anderson, pastore e fondatore della “Faithful Word Baptist Church“, affermò di aver scoperto la cura per l’AIDS in un passo del Levitico, il 20:13 per la precisione:

Se uno ha con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna, ambedue hanno commesso cosa abominevole; dovranno esser messi a morte; il loro sangue ricadrà su loro.

Il pastore, tra le risate dei suoi fedeli, prometteva allora un “Natale senza AIDS” semplicemente seguendo il misericordioso precetto divino: “giustiziare gli omosessuali”.


3) Le Sentinelle in piedi e il matrimonio con i maiali

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Nell’ottobre 2014, durante una manifestazione delle Sentinelle in piedi a Napoli, un manifestante si è espresso come segue:

Il fatto che io mi innamori di un maiale, per esempio, non significa che posso istituire il matrimonio tra l’uomo e il maiale.


4) Edward James e il matrimonio con i cavalli

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Sempre alla fine del 2014, un pastore del Mississipi ha protestato contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso vestendo un cavallo da sposa ed esponendo questo striscione:

La prossima legge contro natura: vuoi tu prendere in sposa questo cavallo? Potrebbe anche essere così se il legame sancito dai matrimoni tra persone dello stesso sesso venisse spostato: dove dobbiamo tracciare una linea? Il matrimonio è tra un uomo e una donna. Tutto il resto è perversione.


5) Il referendum per abrogare le unioni civili

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Nemmeno il tempo di approvare la legge sulle unioni civili che gli esponenti del centrodestra (capitanati dall’On. Gaetano Quagliariello) e del mondo cattolico conservatore (capitanati invece da Mario Adinolfi e dall’On. Eugenia Roccella) promettono un referendum abrogativo.


La lista dei motivi potrebbe essere ancora più lunga, ma è inutile insistere. Qualcuno dirà che, in fondo, queste sono solo minoranze di fondamentalisti – fondamentalisti certamente, minoranze non credo proprio (vedi i presunti “due milioni” di partecipanti all’ultimo Family Day a Roma).

Qualcun altro dirà invece che, in fondo, è solo una questione di tempo, che piano piano la politica si adatterà all’aria dei tempi, etc.

Io, scettico di default, non mi fido affatto di questi auspici di circostanza e, nel dubbio, faccio la mia parte, convinto che ci sia ancora molto (ma davvero molto) da fare.

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«Dio esiste, è cattivo, e vive a Bruxelles»: quando la filosofia va al cinema

«Dio esiste, è cattivo, e vive a Bruxelles»: quando la filosofia va al cinema

Non sono solito sbilanciarmi così tanto per un film appena visto, ma stavolta non ho dubbi: “Dio esiste e vive a Bruxelles” è un capolavoro, sotto tutti i punti di vista, dalla sceneggiatura alla regia, passando per la musica, la fotografia e la recitazione – io consiglio di vederlo in lingua originale. In queste poche righe, però, non voglio parlarvi dei suoi aspetti più tecnici e cinematografici, bensì soltanto delle tante ed esplicite suggestioni filosofiche.

Perché, almeno per me, “Le tout nouveau testament” (è questo il titolo originale) è da cima a fondo un film autenticamente filosofico: teodicea, gnosticismodeterminismo, e ancora ateismo, anti-teismo, fatalismo, edonismo, nichilismo, etc., ognuno di questi argomenti trova il suo posto particolare in una narrazione al tempo stesso ironica e malinconica – ma mai dissacratoria.

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Benoît Poelvoorde nei panni di Dio

«Se Dio esiste, da dove viene il male?»:
il cuore della teodicea

Nella millenaria storia della teologia – e della sua storica ancella, la filosofia – un’unica, scandalosa domanda attanaglia gli studiosi: si deus est, unde malum? Da Epicuro ai giorni nostri, i quattro punti del problema sono sempre gli stessi:

  1. se Dio esiste,

  2. e se è davvero buono,

  3. e se è davvero onnipotente,

  4. perché esiste il Male?

Le risposte date dai teologi a questa sempiterna questione sono quanto di più sterile – o crudele – ci si si possa aspettare.

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Il termine “teodicea” fu adoperato per la prima volta da Leibniz nel 1710

«Se il male esiste, un motivo ci sarà»:
le delusioni della teologia

La maggior parte dei filosofi credenti, infatti, non potendo negare né l’esistenza, né la benevolenza, né tanto meno l’onnipotenza di Dio, hanno cercato di dimostrare che il Male, in fondo, non esiste veramente.

Altri invece hanno ammesso che sì, il Male esiste, ma per un motivo ben preciso:

  1. come punizione per i mali commessi – si pensi, ad esempio, alle dieci piaghe di Egitto (invasioni di cavallette/rane/zanzare, trasmutazione dell’acqua in sangue, etc.) raccontate nel libro dell’Esodo;

  2. come messa alla prova della propria fede – si pensi invece al libro di Giobbe, nel quale Dio e Satana mettono allegramente alla prova la fede del suo prediletto (distruggendo le sue proprietà, uccidendo la sua famiglia, facendolo ammalare, etc.), senza però che tutto questo male gratuito faccia crollare la fede del buon Giobbe;

  3. come sofferenza necessaria in un misterioso disegno divino che non riusciamo a comprendere ma che, alla fine, ci farà guadagnare l’accesso nel Regno dei Cieli – «beati gli afflitti, perché saranno consolati», dice Gesù, così come si legge nel Discorso della montagna del Vangelo di Matteo.

N.B.: da qui in poi, l’articolo contiene degli SPOILER sul film.

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Un cattivissimo Dio mentre si diverte ad inventare le sue leggi assurde per prendersi gioco degli uomini

«E se Dio fosse cattivo?»:
un’ipotesi assurda

Al contrario, gli autori del film ragionano per assurdo su un’ipotesi inammissibile per qualsiasi credente e per qualsiasi teologia: Dio esiste (eccome se esiste!) ma è cattivo, violento, stupido, egoista, megalomane, sadico, autore egli stesso di tante e assurde leggi universali che assomigliano molto alle pseudo-leggi di Murphy. È Jaco Van Dormael, regista del film, ad esprimersi così a tal riguardo:

Io e l’altro autore, Thomas Gunzig, siamo partiti dall’idea che Dio esista. E se Dio fosse un bastardo? E se oltre a un figlio avesse anche una figlia di cui nessuno conosceva l’esistenza? E se lei avesse 10 anni e Dio, suo padre, fosse così odioso che lei si vendica di Lui rivelando a tutti gli abitanti del pianeta via SMS il suo segreto più gelosamente custodito, ovvero la data della loro morte? Da lì in poi, qualunque riferimento alla religione si trasforma in una favola surrealista.

Questa ipotesi così bizzarra non è però fino in fondo inedita, poiché, circa due secoli dopo la morte di Cristo, un certo Marcione professò una dottrina teologica molto simile, ma non identica: Dio, creatore del mondo così come lo conosciamo, è cattivo, ma ad esso si contrappone un Dio buono che invia sulla terra Cristo proprio per sconfiggere la legge del primo Dio. Ed in effetti, nel film, la piccola figlia di Dio (Ea) cerca di sovvertire i maligni piani di suo padre rivelando ad ogni uomo la data esatta della propria morte e “scendendo” tra gli uomini alla ricerca dei suoi improbabili sei apostoli, così come 2015 anni prima suo fratello Gesù Cristo (che lei chiama JC) aveva provato a fare, invano.

N.B.: nella versione italiana Gesù è doppiato da Frankie Hi-nrg mc!

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La figlia di Dio, Ea, all’opera mentre rovina i piani maligni del padre, seguendo l’esempio di suo fratello JC (Gesù).

Ad ogni modo, la fine del folle Marcione è molto significativa: accusato di eresia, è stato scomunicato ed allontanato dalla comunità cristiana di Roma nel 144. Per fortuna gli autori del film, oggi, non rischiano di venir cacciati da Bruxelles, né di essere scomunicati dal Papa. Forse perché si tratta di un film non abbastanza dissacratorio? E se – ragionando per assurdo – il Dio cattivo del film fosse stato Allah, cosa sarebbe successo? In tal caso, come sarebbe stato accolto il film dalla comunità musulmana, fondamentalista e non?

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La violenza di Dio…

«Ti restano da vivere 5 anni e 3 giorni»:
le diverse reazioni al countdown della morte

Come reagiremmo se, oggi, Dio, o chi per esso, ci comunicasse via SMS quanti anni (giorni, minuti e persino secondi) ci restano da vivere? Perché se è vero che, da una parte, tutti sappiamo per certo che prima o poi moriremo, è altrettanto vero che l’indeterminatezza del momento esatto della morte ci permette di vivere «come se nulla fosse», in uno stato di tranquillissima inquietudine. Già il Nietzsche della Gaia Scienza si stupiva di questa vitale ignoranza nei seguenti termini:

Come è strano che questa unica sicurezza e comunanza non abbia quasi nessun potere sugli uomini, e che essi siano ben lontani dal sentirsi come la confraternita della morte! Mi rende felice vedere che gli uomini non vogliono affatto indugiare nel pensiero della morte! Sarei ben contento di far qualcosa, per rendere loro il pensiero della vita cento volte ancora più degno di esser pensato.

Nel film, gli uomini, avvertiti circa il momento esatto della propria morte, diventano effettivamente «la confraternita della morte» immaginata da Nietzsche, ma in maniera alquanto eterogenea. Ogni diversa reazione dei sei apostoli di Ea costituisce, infatti, ognuna a modo suo, una meditatio mortis ben determinata.

C’è, ad esempio, la reazione scettica della bellissima Aurélie, introversa e pessimista ragazza senza un braccio, la quale decide di ignorare completamente la “rivelazione” di Ea, continuando a vivere come prima, come se niente fosse.

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Aurélie “la scettica”

O la reazione fatalista dell’apostolo Jean-Claude, il quale, ricevuto il funesto SMS, decide di puntare i piedi lì dov’è e di fermarsi per sempre su di una panchina nel parco.

E ancora troviamo la reazione edonista di Marc, timido, inetto e perverso cinquantenne che decide di spendere i suoi ultimi 18.000 euro in prostitute, con fare sistematico: 200 euro al giorno per i suoi restanti 83 giorni di vita.

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Marc “l’edonista”

O ancora la reazione nichilista e rigidamente determinista di François, l’Assassino, il quale, autoproclamatosi la «Mano del Destino», decide di sparare a caso sui passanti seguendo questo semplice ragionamento: «se muoiono non è colpa mia, vuol dire che dovevano morire; se invece li manco, vuol dire che non è il loro giorno».

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François e il suo “determinismo nichilista”

Martine (Catherine Deneuve nel film), triste ed insoddisfatta moglie di un uomo di affari che la ignora, dopo aver scoperto che le restano 5 anni di vita decide di buttarsi a capofitto prima nel sesso a pagamento, per poi trovare il vero amore in un Gorilla (sic!).

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L’amore impossibile di Martine 

Ed infine il piccolo Willy, bambino malato sin dalla nascita che, una volta scoperto di aver a disposizione appena 54 giorni di vita, decide di diventare «una bambina», realizzando il sogno nascosto di una vita.

«Un film che parla solo di amore»:
un finale non-finale

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Quando l’amore sconfigge lo scetticismo, il nichilismo e la morte stessa…

Tutte le diverse reazioni degli apostoli di Ea sfociano, come nel caso di Martine, nella stessa identica esperienza, quella dell’amore: la folle convinzione omicida di François, l’angelo della morte, viene interrotta dall’amore della non più scettica Aurélie – e qui è impossibile non vedere il simbolo freudiano dell’Eros (la pulsione di vita) che sconfigge temporaneamente il dominio incontrastato del Thánatos (la pulsione di morte); Marc, il maniaco sessuale, troverà l’amore in una sala di doppiaggio per film porno, proprio in quella ragazza che, da bambino, gli aveva dato la prima delusione amorosa che lo avrebbe segnato tutto la vita; Willy si innamorerà di Ea stessa; Jean Claude, il fatalista sulla panchina, dopo aver seguito fino al Polo Nord un uccellino del parco si innamorerà di una giovane eschimese. Insomma, come dice ancora il regista: «di fatto, il film parla solo d’amore».

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L’amore di Ea e Willy nel magnifico finale del film

Ed è in questo senso che ho inteso il finale del film, come un trionfo utopico dell’amore universale: la moglie di Dio – simbolo genuino della spontaneità, della semplicità e del senso della bellezza – preso il posto di comando vacante del marito, dapprima annullerà senza volerlo il countdown di morte universale, restituendo agli uomini quella vitale ignoranza di cui avevamo parlato prima; per poi cominciare a ricostruire un mondo a sua immagine e somiglianza, con le pareti del cielo piene di fiori, senza gravità né riscaldamento globale, un mondo in cui anche gli uomini possono rimanere incinta e in cui si può camminare liberamente sott’acqua.

Insomma, questa Dea – che esiste, è buona e vive a Bruxelles – riesce laddove il Dio deludente di Leibniz aveva miseramente fallito: nella creazione del migliore dei mondi possibili.

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La moglie di Dio mentre crea “il migliore dei mondi possibili”

Ecco il link per chi volesse scaricare il film da iTunes.

Photos by: Ricardo  Vaz Palma, Fabrizio Maltese and Kris Dewitte

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