Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

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Perché ho condiviso questa foto

Perché ho condiviso questa foto

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo: sono i nomi della quattro atlete italiane che hanno vinto l’oro nella 4×400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona. In molti sui social hanno condiviso la foto dei loro festeggiamenti con la bandiera italiana. Tra quei molti ci sono anche io.

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Questo gesto – così spontaneo, se non addirittura banale – è stato criticato da due fronti umanamente e politicamente antitetici.

Da una parte, i neo-nazionalisti à la Salvini che continuano ciechi e imperterriti nella narrazione di un’Italia bianca, cristiana ed eterosessuale. Dall’altra, gli ultra-progressisti illuminati, talmente illuminati da pensare che la migliore strategia politico-comunicativa sia ignorare totalmente quella narrazione, perché altrimenti “state facendo un mega favore a Salvini” – parola di Dio, che in un post tra il serio e il faceto ha espresso la sua contrarietà.

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Il loro argomento è in fondo valido, e io stesso lo sottoscrivo: oggi, nel 2018, il colore della pelle di un’atleta italiana “non dovrebbe neanche notarsi“. Ma è proprio questo il punto: quello stupido aspetto somatico non “dovrebbe” fare notizia, e invece la fa. Io, da convinto anti-razzista, mi spingo addirittura oltre: è giusto che la faccia.

So che in pochi mi perdoneranno questa affermazione, ma lasciate che vi spieghi le mie ragioni – perché credo che si tratti di un argomento importante, implicito in ogni nostra rivendicazione anti-razzista.

Torniamo alla sopraccitata narrazione dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”. Per quanto stupida e irrazionale, si tratta di una narrazione egemonica, capillare e transpartitica. Ma non è ignorandola e facendo finta che non esista che apriremo una breccia in essa. Non è chiudendo gli occhi e pretendendo di vivere in un inesistente iperuranio che realizzeremo l’ideale di un’Italia multiculturale, laica ed egalitaria.

Quella dannatissima narrazione – oltre che con una lenta e faticosa educazione culturale – va contrastata e confutata a suon di gesti simbolici, di rivendicazioni sistematiche e di ostentazioni estemporanee.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di contro-narrazioni intelligenti ed efficaci che sappiano sfruttare a nostro favore tutte le storture comunicative di questi maledetti social network, unica vera arena politica nell’era della post-truth.

Perché, come i sopraccitati ultra-progressisti illuminati, anche noi vorremmo vivere in un paese in cui il colore della pelle fosse irrilevante. E invece, ahi noi, viviamo in un paese in cui una spiaggia intera aizza un cane contro un venditore ambulante di colore, in cui quattro ragazzini di Mestre lanciano goliardicamente delle pietre a una passante di colore, in cui un fascista che risponde al nome di Luca Traini esce per strada sparando esclusivamente a delle persone di colore, imitato in ciò da un altro italianissimo idiota che grazia i passanti bianchi ma uccide l’unico passante di colore – e mi fermo qui per non risultare ripetitivo, ma sapete meglio di me che avrei potuto continuare per ore…

Gli effetti di questa narrazione incontrastata sono terrificanti: un bambino di otto anni, ad esempio, in un centro estivo a Riccione si è rivolto a una compagna di colore così: “Ti sta bene che sei caduta, è a terra che devono stare i negri”.

Ultra-progressisti illuminati, barricandovi nella trincea del vostro assolutismo morale sarete sempre deontologicamente intoccabili e senza peccato; ma a livello politico e comunicativo il vostro silenzio è sterile e doppiamente inopportuno.

Perché, da una parte, avrete perso un’occasione per parlare, per mettere in risalto un esempio positivo di diversità, facendo passare per “normale” qualcosa che, dal punto di vista meramente statistico, “normale” non è.

Dall’altra, perché avrete lasciato campo aperto a chi invece zitto non sta mai, speculando su qualsiasi notizia, vera o falsa che sia, per reiterare la suddetta narrazione identitaria dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”.

Il ministro Fontana afferma che “le famiglie arcobaleno non esistono”? Che le famiglie arcobaleno ci mettano la faccia, ostentando la loro “diversità” affinché un giorno non sia più necessario farlo! Che la comunità LGBT manifesti per le strade, ostentando tutta la sua diversità affinché un giorno i Pride diventino anacronistici!Screenshot_6

Salvini afferma che “le radici cristiane dell’Italia non si toccano”? Gli ultra-cattolici affermano che se non ci piace il crocifisso possiamo tornarcene “al nostro paese“? I 10 milioni di italiani non-credenti, compreso il sottoscritto, ostentino la propria diversità sottolineando che noi “al nostro paese” ci siamo già – noi italiani, ma che dico italiani, italianissimi!

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Ostentare la diversità in un paese che la nega non solo significa riaffermarla come un fatto, ma è anche un modo per educare a essa. Tacerla significa al contrario esporre le nuove generazioni solo ed esclusivamente alla monomania salviniana del “prima gli italiani” – che nella sua distopica prospettiva sono tutti bianchi, cattolici, eterosessuali, maschilisti e settentrionali.

Insomma, a star zitti perdiamo due volte – e allora parliamo, perché loro lo faranno di certo, con o senza il nostro silenzio.

Stiamo vivendo il nostro 1984. Al tempo del conformismo dilagante l’ostentazione della diversità è diventata un gesto rivoluzionario.

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Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Grazia Di Nicola è una donna di 48 anni ed è Testimone di Geova dal 2008. Grazia non ha rifiutato una trasfusione di sangue: così è sopravvissuta a una delicata operazione per asportarle un tumore. Da quel giorno i suoi “fratelli di culto”, incluse tre delle sue figlie, l’hanno ripudiata. Nella video intervista di FanPage.it potete ascoltare la sua testimonianza.

Tre brevissime (e non esaustive) considerazioni sull’accaduto:

1) Un Testimone di Geova (TDG) ha il diritto di rifiutare una trasfusione di sangue, anche a costo di morire, perché la sua scelta non intacca la libertà altrui. Se ci battiamo per l’autodeterminazione dell’individuo, dobbiamo farlo sempre, anche in questi casi, per quanto le motivazioni dei TDG siano assurde e oggettivamente irrazionali.

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2) Non è questo il caso, ma è bene sottolineare che un TDG non ha il diritto di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue ai propri figli minorenni. I figli non sono infatti proprietà dei genitori, e lo Stato ha il diritto di intervenire (ed interviene effettivamente) qualora la salute e “il miglior interesse del bambino” siano messi a repentaglio da determinate scelte educative e sanitarie dei genitori. Un esempio fra tanti? Il caso di genitori che curarono l’otite del figlio con l’omeopatia, mandandolo in coma…

Certo, può darsi il caso di un minore alla soglia dei 18 anni che sia abbastanza maturo e consapevole da potersi considerare maggiorenne. Ma legalmente un cittadino diventa maggiorenne a 18 anni: per quanto convenzionale sia, questo limite legale va rispettato in quanto tale.

3) Un TDG sa di appartenere a una comunità estremamente settaria, identitaria e vendicativa, come molti altri credenti appartenenti a altre confessioni religiose. Massima solidarietà dunque a Grazia Di Nicola, che sta affrontando un dramma umano e familiare terribile.

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Ma purtroppo (o per fortuna) lo Stato non può intervenire nella sua situazione familiare, proprio perché si tratta di una questione privata tra lei , le figlie e i suoi ex-fratelli di culto.

Lo Stato non può imporre, cioè, che quelle persone tornino a amarla o rispettarla, né tanto meno può re-immetterla di forza nella sua ex-comunità religiosa. L’appello della signora alla libertà di culto “garantita dalla Costituzione Italiana” è dunque sbagliato, perché è proprio nell’esercizio della loro libertà di culto che quelle persone possono decidere di allontanarsi da lei, senza commettere alcun reato.

Da razionalisti, auguriamo a Grazia Di Nicola che questa terribile esperienza possa aiutarla a comprendere quanto assurdi fossero i precetti a cui si atteneva, quanto violenta e disumana la religione possa essere, e quanto sia necessario allontanarsi da una comunità settaria e vendicativa come quella dei Testimoni di Geova.

Da atei, invece, siamo pronti a accoglierla in una comunità che mette al centro di tutto l’individuo, al riparo da simili gesti di ostracismo. Perché, con tutti i nostri difetti, facciamo parte di una comunità variegata e multicolore che rispetta la libertà di pensiero e di espressione, e in cui la vittimizzazione dell’apostasia logicamente non esiste.

Perché, ognuno a modo nostro, apostati lo siamo tutti.

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Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Salvini è favorevole alla regolamentazione della prostituzione, ma al tempo stesso fermamente contrario alla legalizzazione delle droghe. Lo ha detto con il suo classico tono perentorio e populista, ai microfoni di Radio 1 lo scorso 16 gennaio: “Fare l’amore fa bene, drogarsi no. Per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione.”

Chi mi conosce sa quanto io sia politicamente e umanamente lontano da Salvini, e non è un caso che anche in questa circostanza io non sia d’accordo con lui – ma non per la ragione che in molti immaginano…

Sono infatti dell’idea che i motivi a favore della legalizzazione della cannabis siano gli stessi a favore della regolamentazione della prostituzione, come ho sostenuto in un articolo per il blog della Fondazione Einaudi dal titolo: “Coraggio, liberali: legalizziamo la cannabis, regolamentiamo la prostituzione.

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Non rifarò quel paragone in questa sede – leggete quindi l’articolo, per favore, prima di commentare sostenendo che quel parallelo “c’entra come i cavoli a merenda” o che “le due cose non c’entrano una fava“. E, soprattutto, sempre per favore, non commentate dicendo che la prostituzione è già legale in Italia – ho scritto infatti “regolamentazione”, non “legalizzazione”, perché so bene che la prostituzione è già depenalizzata e che reato è invece soltanto il suo sfruttamento e favoreggiamento.

Coraggio, femminist*, regolamentiamo la prostituzione

In questo articolo voglio dunque focalizzarmi su un’altra tesi, altrettanto controversa, se non di più, e cioè: l’idea che regolamentare il mercato della prostituzione sia una battaglia femminista.

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Questa tesi incontra l’ostilità di mezzo mondo. Non solo quella di cattolici, conservatori e perbenisti, ma anche quella di persone appartenenti, come me, al movimento femminista. Proverò allora a rispondere ad alcuni dei loro argomenti più ricorrenti – se ce ne sono altri, commentate pure qui sotto o sulla pagina “Come se Dio fosse antani“.

“La prostituzione è una mercificazione del corpo della donna”

Premessa: per quanto oggettivamente minoritaria, la prostituzione maschile è un fatto. Quindi, per essere del tutto coerenti, sarebbe il caso di dire piuttosto: “la prostituzione è una mercificazione del corpo” tout court, senza distinzioni di genere.

Ma, anche ammettendo a fini dialettici che sia così, la domanda da porsi è la seguente: una donna ha o non ha il diritto all’autodeterminazione? È o non è padrona di decidere per se stessa, a prescindere da cosa pensino della sua decisione gli altri privati cittadini? Insomma, una donna è o non è libera di stabilire cosa fare con il proprio corpo?

Io, da femminista e da liberale, rispondo positivamente, senza alcuna esitazione. Altr* femminist* rispondono invece negativamente, sostenendo con fare paternalistico che, “in un mondo ideale”, nessuna donna sceglierebbe di fare la prostituta, così come non sceglierebbe la gestazione per altri

Ora, il ricorso ai “mondi ideali” è sempre pericoloso e fuorviante, perché si dà sempre per scontato che il proprio “mondo ideale” sia lo stesso immaginato da tutti. Al contrario, esistono persone che la pensano diversamente, donne e uomini che in piena libertà sceglierebbero (e scelgono effettivamente) di “mercificare” il proprio corpo, offrendo prestazioni sessuali in cambio di soldi.

“No, quelle persone non sono davvero libere di scegliere, la mercificazione del corpo è sempre sbagliata e noi dobbiamo fare di tutto affinché la prostituzione scompaia una volta per sempre.” Benissimo, ma allora, per pura coerenza, assieme alla prostituzione dobbiamo combattere anche un altro fenomeno di mercificazione del corpo – forse il fenomeno per eccellenza, vista la sua intrinseca componente voyeuristica, e cioè: la pornografia.

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Se si parla di “mercificazione”, la differenza è infatti minima. Una prostituta vende il proprio corpo in cambio di sesso. Una pornostar anche, ma di fronte a delle telecamere. Coerentemente con il vostro ragionamento, una prostituta e una pornostar “mercificano” il loro corpo alla stessa maniera, ed entrambe “ovviamente” non sono libere…

Ecco, siete davvero disposti a portare fino in fondo i vostri ragionamenti? Siete davvero disposti a vivere nel vostro mondo ideale senza prostituzione né pornografia – e magari senza droghe, alcool e tabacco? Io e molti altri no. Perdonateci, ma nel vostro califfato morale proprio non vogliamo viverci.

“La prostituzione è schiavitù. Regolamentarla non cambia nulla”

Come ho sostenuto nell’articolo citato sopra, sono ben consapevole che regolamentare la prostituzione “non eliminerebbe in toto e da un giorno all’altro il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione.” Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la regolamentazione sia una bacchetta magica – perché bacchette magiche non esistono da nessuna parte, in questo campo come altrove.

Regolamentare la prostituzione significa invece, da una parte, indebolire e ostacolare le organizzazioni criminali che controllano illegalmente questo mercato; dall’altra, riconoscere dignità e diritti ai/alle sex-worker.

Quali diritti? Molti, dalla possibilità di pagare i contributi e di avere un giorno una pensione alla maggiore sicurezza derivante dal fatto di non dover praticare la professione da sole su una strada alla mercé del primo violento di turno, o sotto il ricatto del proprio pappone.

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Ai sostenitori del femminismo abolizionista chiederei: davvero preferite voltare lo sguardo altrove quando passate sulla Togliatti o la Colombo? Come fate a non capire che, lungi dall’essere la soluzione a tutti mali, la regolamentazione della prostituzione è almeno la soluzione ad alcuni mali?

“La prostituzione non è un lavoro, perché il sesso è una cosa intima”

Questo è un retaggio della morale cattolica, la stessa dalla quale il femminismo vuole emanciparsi. Perché infatti il sesso dovrebbe fare eccezione? Chi stabilisce cosa può essere un lavoro e cosa no? Non di certo un’istituzione sessuofobica come la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, né il giudizio soggettivo di un cittadino o di un gruppo di cittadini, per quanto numerosi essi siano.

Con buona pace di perbenist* e abolizionist*, non ci sono motivazioni valide per impedire legalmente che due cittadini scelgano liberamente e coscientemente di avere un rapporto sessuale “a pagamento”, ma anzi, è quanto mai necessario colmare quel vuoto legislativo proprio per impedire che venga amministrato monopolisticamente dalle organizzazioni criminali.

Non ci sono motivazioni valide per impedirlo per una ragione ben precisa: perché, nel loro accordo, cliente e sex-worker non stanno invadendo la libertà di nessun altro cittadino. E in un regime democratico e liberale tanto basta per determinare la legittimità di un atto.

Se pensiamo che invece il sesso debba fare eccezione, è soltanto perché guardiamo ancora alla sessualità attraverso le lenti del cattolicesimo. Un cattolicesimo nevrotico, sessuofobico, anacronisticamente contro-natura, che da sempre ha relegato – e continua a relegare – la donna a un rango inferiore, così come ribadito tre giorni fa dal papaculissimo Francesco, che ha invitato le mogli dei mariti infedeli “ad aspettare…

Emanciparsi dalla morale sessuale cattolica significa anche questo: arrivare a capire che il sesso può essere slegato dall’amore, che può essere vissuto come più ci piace, nella castità come nella promiscuità, senza che nessuno possa dirci che stiamo sbagliando.

Tana per il patriarcato!

Regolamentare non risolverà tutti i problemi legati alla prostituzione, è vero, ma è un primo grande passo avanti verso l’emancipazione dei e delle sex-worker – il superamento di una delle più grandi e assurde ipocrisie contemporanee.

Diffidiamo di quanti sostengono che nessuna donna possa scegliere liberamente di prostituirsi, perché ragionano a partire da una mentalità occultamente paternalistica e maschilista: non lasciamo che il patriarcato, sotto mentite spoglie, ci dica ancora cosa possiamo e non possiamo fare.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Storia di una prostituta“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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L’ateismo non basta

L’ateismo non basta

“Forse ti sembrerò pedante, ma è davvero importante che tu capisca perché il termine ateo, da solo, non basta. Per farlo, pensa a quanto segue. Così come esistono gli atei umanisti, esistono anche gli atei nichilisti, i quali, oltre a negare l’esistenza di Dio, credono che al mondo non ci siano valori da difendere, che l’uomo sia un essere abominevole e che l’umanità sia destinata all’apocalisse – credimi, sono più numerosi di quanto pensi. Esistono anche gli atei irrazionalisti, i quali, per quanto non credano in Dio, credono però nell’oroscopo, nelle fattucchiere, nei medium, nelle pseudoscienze, nel soprannaturale e quant’altro. O ancora esistono gli atei razzisti, gli atei omofobi, gli atei maschilisti, etc.”

Il passaggio che avete appena letto è preso dalla Lettera a una aspirante filosofa, posta a chiusura del mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, pubblicato da Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’UAAR.

La tesi esposta in quel passaggio è tanto chiara quanto controversa: l’ateismo, da solo, non basta – ed infatti, per le ragioni che vedremo più avanti, ad “ateo” affianco ormai sempre il termine “umanista”.

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Attenzione: ho detto “non basta”, che è diverso dal dire “non serve”. A tal riguardo, anzi, sgombero subito il campo da qualsiasi equivoco: chi vi scrive è e resta ateo, convintamente e consapevolmente ateo, come probabilmente lo sarete anche voi che state leggendo questo articolo – e se non lo siete, meglio ancora…

Arrivare a definirsi apertamente e tranquillamente atei in un paese cattolico e tradizionalista come l’Italia non è infatti cosa semplice. Non lo è stato per me, che ho impiegato anni prima di farlo, attraversando numerose tappe intermedie – se volete sapere com’è andata precisamente ho raccontato il mio percorso di “deconversione” nella Lettera di cui sopra.

Non è stato facile nemmeno per molti amici e conoscenti, tra chi va ancora in chiesa la notte di Natale per far contenta la famiglia, chi per “opportunità politiche” evita di definirsi ateo in pubblico, chi procrastina il suo sbattezzo da anni per non dispiacere ai genitori e chi invece fa da padrino al nipote per non deludere amici e parenti.

Infine, non lo è stato nemmeno per le tante persone, socie UAAR e non, che sto incontrando in queste settimane durante le presentazioni del libro in giro per l’Italia e l’Europa. A Sulmona, per esempio, ho conosciuto una coppia di atei dichiarati che negli anni 80’, sotto la pressione dei parenti, si sono dovuti sposare in incognito in chiesa, con la complicità di un amico prete molto “liberale”. O ancora una ragazza che, d’accordo con la nonna, si sbattezzerà, sì, ma solo dopo che la stessa nonna sarà “passata a miglior vita”.

Perché sto raccontando tutto ciò? Non di certo per fare gossip – anche perché sul tema esiste una casistica infinita e di gran lunga più assurda di quella riportata qui sopra. Sto raccontando tutto ciò perché, se credo come ho detto che l’ateismo non basti, lungi da me l’idea di volerlo liquidare come inutile, banale o superfluo.

Sono convinto, al contrario, che non ci sia nulla di più ragionevole ed entusiasmante che vivere, agire e pensare senza Dio – risolutamente, senza vergogna né sensi di colpa, ma neanche con superbia o arroganza.

Ciononostante, permettetemi di svelare un segreto di Pulcinella, che troppo spesso dimentichiamo: non credere in Dio non ci rende automaticamente delle persone migliori. La virtù morale si pone infatti altrove, nei valori che plasmano la nostra vita e indirizzano il nostro agire, non nelle cose in cui non crediamo.

Riuscire a liberarsi dai lacci mentali della tradizione religiosa e dalle mille contraddizioni del dogmatismo teologico è senza dubbio fondamentale; è il miglior punto di partenza per il libero sviluppo di una personalità consapevole, che sia sempre pronta a rimettere in discussione se stessa, aperta alla novità, alla diversità e al dialogo. Ma, appunto, si tratta solo di un punto di partenza, non di arrivo.

Veniamo dunque alla tesi centrale di questo articolo: perché l’ateismo, da solo, non basta? Da una parte perché, come già detto, il solo fatto di non credere in Dio non garantisce che le nostre azioni siano moralmente giuste, né migliori di quelle di un credente. Certo, a livello sociologico esiste una evidente correlazione statistica tra tasso di non-credenza di un paese e suo progresso politico-tecnologico, così come, inversamente, tra arretratezza e tasso di religiosità.

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Phil Zuckerman ha evidenziato a riguardo come, secondo lo Human Development Report del 2004, i cinque paesi al mondo col più alto “tasso di sviluppo umano” (Norvegia, Svezia, Australia, Canada e Olanda) siano tutti caratterizzati da “alte percentuali di ateismo organico”, mentre negli ultimi 50 paesi l’ateismo è statisticamente irrilevante. Ciononostante, come negare l’esistenza di regimi oppressivi e illiberali come la Cina o la Corea del Nord, dove la maggioranza della popolazione non crede in Dio – per quanto poi finisca per crearsene di altri?

Al tempo stesso, poi, l’ateismo non basta perché per sua stessa costituzione non sta mai in piedi da solo, ma è sempre completato da qualcos’altro. Non si può essere solo atei, perché si è anche qualcos’altro, sempre.

Chi afferma ad esempio di non credere in alcuna spiritualità, perché solo la materia conta, è un ateo materialista. Chi venera Cioran, tuonando che Dio è morto e che la vita non ha alcun senso, è un ateo nichilista. Chi, pur non credendo in Dio, crede nelle scie chimiche e nei vaccini che causano l’autismo è un ateo complottista – e la lista di ateismi più o meno biasimevoli è ancora lunga…

Per questo motivo, all’aspirante filosofa della Lettera dico che “oggi più che mai è necessario specificare che tipo di atea tu sia, Monica, in modo che nessuno possa confonderti per qualcun altro. Perché è solo attraverso la chiarezza del linguaggio che potrai esplicitare la tua posizione e dire chiaramente da che parte sei.”

Io, ad esempio, sto dalla parte dell’uomo, della sua ragione e della sua empatia. Mi definisco un ateo umanista – o anche solo un umanista se il mio interlocutore sa cosa intendo – perché, pur non credendo in Dio, credo che la (mia) vita abbia un senso, che esistano valori da difendere e battaglie da portare avanti.

La battaglia per la libertà individuale, ad esempio, poiché trovo preferibile una società dove ognuno sia libero di autodeterminarsi e vivere secondo coscienza piuttosto che una società dove ognuno cerchi di imporre all’altro la propria definizione di Bene e di Giusto. O ancora la battaglia per la ragione e per il progresso scientifico, perché, al contrario di molti naturisti, luddisti e nostalgici dell’età dell’oro, non vorrei mai rinascere altrove che nel nostro maledetto presente, con tutte le sue “detestabili” tecnologie e “artificiali” innovazioni – le stesse che hanno portato ai minimi storici la mortalità infantile e fatto impennare l’aspettativa di vita su scala planetaria, giusto per fare due esempi.

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Sarebbe davvero un grande passo avanti se, in Italia come nel mondo, sempre più atei realizzassero l’importanza della filosofia umanista e cominciassero a definirsi atei umanisti. Ciò non significa affatto abbandonare un’identità conquistata a fatica negli anni. Significa piuttosto completarla e farla evolvere, specificando con chiarezza l’universo di valori nei quali ci riconosciamo – universo che è ben definito dalla Dichiarazione di Amsterdam del 2002, dove vengono elencati i sette principi dell’Umanismo moderno.

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Non tutti gli atei sono umanisti, l’abbiamo appena visto. Ma ogni umanista – nel senso moderno del termine – è necessariamente ateo. Muovendoci in direzione dell’Umanismo non perderemo la nostra identità: non abbiamo infatti nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E se l’umanismo è davvero una scommessa sull’umanità, allora più saremo a scommettere, più alta sarà la nostra probabilità di vincita.

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Leggi di più su “Come se Dio fosse antani” sul sito dell’editore Nessun Dogma

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Giorgia Meloni avrebbe bestemmiato in diretta e ci ricorda che la blasfemia è ancora reato in Italia

Giorgia Meloni avrebbe bestemmiato in diretta e ci ricorda che la blasfemia è ancora reato in Italia

Articolo pubblicato originariamente il 24 aprile 2018 con il titolo: “La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate”

La blasfemia è un reato in Italia – ancora oggi, nel 2018.

La bestemmia, ad esempio, può essere sanzionata con una multa “da 51 a 309€”, come prescritto dall’art. 724 del Codice Penale. Non di rado capita che le forze dell’ordine applichino davvero quell’anacronistico articolo, per punire ad esempio una bestemmia in autostrada, o a un Gay Pride, o addirittura su Facebook.

Di più: le “offese alla religione dello Stato (sic!) mediante vilipendio di persone” possono condurre a sanzioni che oscillano tra “i 1000 e i 5000€”, come stabilito dall’art. 403 del Codice Penale. Sanzioni che possono arrivare fino ai 6000€ nel caso in cui il vilipendio fosse rivolto a un “ministro del culto” – un prete, ad esempio.

Non ci credete? Bene. La vedete quest’opera?

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800€ non è il suo costo, bensì l’ammontare della multa che il suo autore, Xante Battaglia, ha ricevuto per “vilipendio alla religione cattolica”, in Italia, nel 2015.

Nello specifico, secondo la Cassazione l’opera sarebbe “altamente volgare e idonea al vilipendio della religione cattolica, andando a colpire il Papa, al vertice della struttura ecclesiastica, ponendone l’effigie – con ciò facendo intendere rapporti interpersonali di natura non consentita a chi ha fatto voto di castità – accanto a quella del suo collaboratore più stretto e, collocando fra di esse, l’immagine del membro maschile”.

Vedete poi questo fotomontaggio?

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Postarlo su Instagram è costato 480€ ad un giovane spagnolo, giusto un anno fa, nell’aprile del 2017.

Non so voi, ma io ritengo che tutto ciò abbia dell’assurdo, e che simili leggi sulla blasfemia siano del tutto anacronistiche e illiberali. Intendiamoci: non si tratta di fare l’elogio della blasfemia. Per molte persone quelle immagini sono e restano volgari. Molte persone, poi, trovano che bestemmiare sia di cattivo gusto. Ma il cattivo gusto e la volgarità sono una cosa, la libertà di espressione un’altra.

Per questo motivo ho dato e rinnovo il mio sostegno alla campagna Dioscotto per l’abolizione delle leggi sulla blasfemia in Italia e nel mondo.

Ne ho parlato anche nel mio libro “Come se Dio fosse antani“, commentando la morte di Socrate, «il primo martire per la causa della libertà di pensiero e d’investigazione», secondo la definizione di Theodor Gomperz.

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Riprendendo un articolo pubblicato sul blog dell’UAAR nel 2017, le leggi sulla blasfemia “non possono che essere destinate a scomparire, per il bene di tutti. […] Perché la libertà di espressione non prevede eccezioni e va difesa sempre, si tratti di satira, di arte o di bestemmie in autostrada. Detta in un altro modo: la libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire o fare stronzate.

È ora di abolire le leggi sulla blasfemia, in Italia e nel mondo: let’s #EndBlasphemyLaws now!

Leggi di più su “Come se Dio fosse antani” sul sito dell’editore Nessun Dogma

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La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

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La citazione che vedete qui sopra è presa dal mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, edito da Nessun Dogma.

Fa parte del quarto capitolo, nel quale discuto un problema fondamentale per atei e credenti, e cioè: da un punto di vista logico, com’è possibile giustificare l’esistenza simultanea di così tanti dèi, tutti così diversi tra loro eppure tutti così “umani, troppo umani”?

Ecco il paragrafo da cui è estratta la citazione:

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale. Quando studiamo nel dettaglio e in maniera comparata tutte le diverse forme in cui la religione si è storicamente espressa siamo infatti costretti a mettere in dubbio la nostra fede, fosse anche solo per un istante. Di fronte a così tanti dèi, tutti così uguali e così umani, sorgono spontaneamente domande del tipo: «perché la mia fede dovrebbe essere l’unica giusta?», «perché il mio Dio sarebbe il solo vero in mezzo a un oceano di contraffazioni?», «e se invece fossi io a sbagliarmi, a credere nel Dio sbagliato?»

Ho sostenuto una tesi simile in un articolo pubblicato su Critica Liberale nel 2016, dal titolo “Perché, da ateo, voglio l’ora di religione – ma non quella cattolica“.

Eccone un lungo estratto dalla parte intitolata “La storia delle religioni: i tre motivi a favore del suo insegnamento“:

[…] Una delle vie più ragionevoli verso l’ateismo è, paradossalmente, proprio lo studio dettagliato e comparato delle religioni stesse.

Fin tanto che, come nel caso dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), ad uno studente italiano venga offerta una panoramica strategicamente coerente della sola religione cattolica […] è molto difficile che in quello stesso studente insorga qualsiasi accenno di scetticismo e di spirito critico.

Infatti, è soltanto studiando cosa è successo veramente durante il Concilio di Nicea (e di Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, etc.) che uno studente potrà dubitare della presunta unità dogmatica della dottrina cattolica e dell’originalità delle Sacre Scritture.

E ancora, è soltanto andando a leggere i versetti del Corano o della Torah che vietano il consumo della carne di maiale o dei crostacei che uno studente potrà intuire quanto arbitrari e razionalmente infondati siano quei precetti alimentari.

Similmente, è soltanto analizzando nel dettaglio le varie acrobazie teologiche ed esegetiche che giustificano certe assurdità, tipo il rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei Testimoni di Geova, che uno studente potrà sviluppare gli anticorpi contro quelle stesse assurdità.

Analogamente, è soltanto studiando la palese impostura di Joseph Smith, fondatore del Mormonismo, che uno studente dubiterà di qualsiasi futuro profeta che si auto- proclamerà in possesso della parola di Dio o, più semplicemente, di qualsiasi indisputabile «Verità» rivelata.

Infine, è soltanto abbracciando il più possibile l’intero spettro delle religioni mondiali che un ragazzo potrà intuire che, in fondo, è molto più probabile che ognuna delle religioni erri in qualche punto della sua dottrina, piuttosto che pensare, come il peggiore dei fondamentalisti, che esista un’unica religione vera in mezzo ad un oceano di religioni false e miscredenti.

Ecco, dunque, la paradossale conclusione di questo articolo: non il rifiuto o la censura della religione, bensì il suo stesso insegnamento costituisce la più grande scuola di laicità e di pluralismo liberale che le generazioni avvenire possano auspicare.

Per questo, da ateo, continuo a credere che il modo più efficace e consapevole per uscire dalla religione sia lo studio delle religioni.

Di tutte le religioni, non solo una.

Leggi di più su “Come se Dio fosse antani” sul sito dell’editore Nessun Dogma

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