Mutilazioni genitali infantili negli ospedali pubblici? No, grazie

Mutilazioni genitali infantili negli ospedali pubblici? No, grazie

A Monterotondo, vicino Roma, una famiglia di origini nigeriane ha sottoposto a una circoncisione in casa due gemelli di due anni. Un bambino è morto, il suo gemello è ricoverato in gravi condizioni in ospedale. L’accaduto è gravissimo, ma forse meno raro di quanto si possa pensare – semplicemente, questo caso è salito agli onori della cronaca per il suo tragico finale.

I diritti dei genitori VS. i diritti dei figli

Innanzitutto, non ha senso appellarsi qui alla libertà di credo e di religione dei genitori. La libertà dei genitori di credere in qualcosa (e di praticare un culto in accordo con quella credenza) non si applica nel caso della circoncisione rituale infantile.

Il soggetto che subisce la circoncisione non è infatti il padre – soggetto giuridicamente “adulto”, dotato di capacità di intendere e di volere, e di disporre del proprio corpo come meglio crede – bensì bambini di uno/due anni, intellettualmente e fisicamente inermi e bisognosi di protezione giuridica da parte dello Stato, anche contro il volere dei loro stessi genitori.

Ha invece senso parlare di libertà di credo e di religione se riferita ai bambini stessi, i quali, è bene ricordarlo, non sono proprietà dei genitori, bensì soggetti dotati di diritti tanto quanto i loro genitori.

Ogni tipo di mutilazione rituale infantile è una palese violazione di quei diritti, perché avviene ignorando il volere di chi quella circoncisione la subisce sul proprio corpo – quel corpo muto e inerme che, praticamente e giuridicamente, un volere non potrebbe mai esprimere.

Ragionando per pura ipotesi, sarebbe già diverso se la medesima circoncisione avvenisse, per dire, su un ragazzo alla soglia dei 18 anni: il soggetto, pur sempre giuridicamente minorenne, avrebbe però la capacità pratica e intellettuale di comprendere quanto gli stesse accadendo, potendo ad essa opporsi o accettarla.

Ospedalizzare le circoncisioni è una misura contraddittoria

Ora, è bene sottolineare che, da un punto di vista laico, una simile circoncisione rituale resterebbe inaccettabile anche se praticata in ospedale, in regime ambulatoriale. Certo, le probabilità che l’operazione abbia conseguenze dannose o fatali si ridurrebbero notevolmente, ma de iure i diritti del bambino verrebbero lesi nella stessa maniera.

Per questo siamo in disaccordo con la proposta dell’AMSIMED (Associazione Medici di origine Straniera in Italia), la quale si è rivolta al ministero della Salute affinché autorizzi la circoncisione presso le strutture sanitarie pubbliche e private, “con prezzi accessibili a tutte le famiglie musulmane e ebree che tante volte sono costrette a tornare nei Paesi di origine.”

Perché, se è vero che questa misura eviterebbe simili fatalità, al tempo stesso sancirebbe ufficialmente il prevalere dei diritti dei genitori su quello dei figli – e questo è inaccettabile per un regime laico e democratico.

Che cosa fare allora? Prima di rispondere a questa domanda è importante esplicitare un ultimo fondamentale passaggio.

Circoncisione e infibulazione sono la stessa cosa

Facciamo fatica a comprenderlo, ma infibulazione e circoncisione rituale sono, per definizione, entrambe mutilazioni genitali, praticate sul corpo dei bambini per volere dei genitori. Le motivazioni alla base di simili pratiche sono contenutisticamente diverse ma al fondo tutte formalmente uguali nella loro paternalistica terzietà – ovvero nel fatto che sono gli interessi di terzi (i genitori in questo caso) a prevalere unilateralmente sulla salute dei diretti interessati (i figli).

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“Bambini e genitori hanno il loro rispettivo diritto alla libertà di religione, che include quello di non averne alcuna. Ma troppo spesso i genitori impongono le loro visioni sui bambini piuttosto che lasciarli liberi di scegliere per sé stessi.” Emilia Ericson, Vice-presidentessa degli Umanisti Svedesi

L’infibulazione, ad esempio, viene praticata per preservare la verginità e la “purezza” della bambina fino al matrimonio, momento in cui lo sposo “scuce” letteralmente la vulva (defibulazione) prima di “consumare” il primo atto sessuale.

La circoncisione, invece, viene praticata (presso gli Ebrei in particolare) come segno d’appartenenza del bambino alla propria comunità religiosa – per usare le parole della Bibbia, “come segno del legame eterno fra il Santo Benedetto e la Casa d’Israele”.

Se riuscissimo a ragionare con fare oggettivo e distaccato ci accorgeremo che, in linea di principio e al netto delle diverse conseguenze psicologico-sanitarie, queste pratiche sono lesive dei diritti del bambino nello stesso modo. Le motivazioni alla base dell’una come dell’altro sono infatti non sanitarie, bensì religiose, culturali, tribali o quant’altro. È dunque un’operazione praticata nell’interesse esclusivo dei genitori sul corpo dei figli.

Ospedalizzare le mutilazioni genitali infantili?

Per questo motivo la proposta di ospedalizzare qualsiasi tipo di mutilazione genitale infantile (comprese le circoncisioni) è contraddittoria – per quanto in alcune regioni qualcosa si sia già mosso in tal senso.

È forse un passo avanti, sì, ma nella direzione sbagliata. Salverebbe vite umane (e noi vogliamo salvare vite umane), ma rappresenterebbe un precedente pericoloso a livello legale. Sancirebbe infatti ufficialmente che il corpo dei figli è proprietà dei genitori, i quali possono disporne come meglio credono e con conseguenze irreversibili.

No, la direzione nella quale bisogna puntare è un’altra. Bisogna ripensare i presupposti di questo multiculturalismo che abbiamo accettato senza capirlo fino in fondo, in nome del quale rischiamo di sacrificare i diritti dell’individuo sull’altare del perbenismo e del relativismo culturale. La Germania nel 2012 si è mossa in una direzione, così come la Norvegia, mentre i pediatri svedesi si sono mossi in quella opposta: noi?

Noi crediamo che ogni credenza – religiosa e non (e penso qui ai no-vax ad esempio) – ha diritto di trasformarsi in pratica solo se i suoi effetti hanno un impatto esclusivo sul corpo e la vita dell’individuo stesso. Le mutilazioni genitali infantili non rientrano fra queste. Per questo motivo non possono avere diritto di cittadinanza in uno stato laico e liberale come, sulla carta, l’Italia è e resta.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “D’una fede che uccide e dell’ignoranza che salva“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

I fatti li conosciamo tutti: 3 giorni fa, a Bologna, un’autocisterna che trasportava GPL ha tamponato un altro tir ed è esplosa in autostrada. 145 feriti, danni materiali ancora da estimare, e un solo morto – il 42enne autista della autocisterna, Andrea Anzolin.

Il video dell’esplosione l’abbiamo visto tutti, e non in pochi sono stati in grado di vedere il volto di “uno spirito maligno” tra le fiamme.

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L’apparizione del volto di uno spirito maligno

Inutile perdere tempo in questo caso, perché tale visione si spiega come l’ennesimo fenomeno di “pareidolia”, ovvero – come da Dizionario Treccani – quel “processo psichico consistente nella elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale…”

Molto più interessante è invece commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – leggiamole insieme:

In tangenziale c’è stato l’intervento della provvidenza di Dio. Un dono, una protezione. Bisogna riconoscere che si è avuta una rapidità di intervento che ha permesso di evitare un numero enorme di vittime. Poi, però, vedendo e rivedendo le immagini, considerando che c’è stato per un incidente così grande un solo morto, effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori.

L’arcivescovo Zuppi non è il primo, né sarà di certo l’ultimo, ad attribuire a Dio un presunto potere miracoloso subito dopo una catastrofe di simili portate.

La libertà di religione e di espressione permettono questo e ben altro – e noi, in quanto cittadini di una democrazia liberale, difenderemo sempre il diritto dell’arcivescovo e dei suoi emuli a dire la propria, in totale libertà.

Ma, al tempo stesso, sempre appellandoci alla medesima libertà e agli stessi principi democratici e liberali, rivendichiamo il nostro diritto di dire apertamente e fragorosamente che le affermazioni dell’arcivescovo sono un’enorme stronzata.

Lo sono innanzitutto da un punto di vista logico, perché basate su un malcelato non sequitur. Dice infatti l’arcivescovo che “effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori”. Ma “effettivamente” cosa? Sulla base di quali fatti? E in che modo i soccorritori avrebbero fatto più di quanto non avrebbero normalmente fatto senza il presunto aiuto divino?

Ma, tralasciando questo aspetto, le affermazioni dell’arcivescovo Zuppi sarebbero ancora più assurde proprio nel caso in cui fossero vere (sic!)

Come fa l’arcivescovo a non accorgersi delle conseguenze teologiche di simili affermazioni? E, ampliando la prospettiva, come diavolo fanno miliardi di credenti in tutto il mondo a non capire che, ogni qual volta attribuiscano a Dio la capacità di intervenire direttamente nel reale, stanno sostanzialmente bestemmiando contro quel loro stesso Dio, fornendo agli atei l’ennesimo argomento a favore del loro ateismo?

Perché, se Dio ha potuto aiutare i soccorritori dopo l’esplosione, allora Dio avrebbe potuto anche aiutare l’autista a premere tempestivamente il freno per evitare il tamponamento e scongiurare la tragedia.

“Sì, certo”, risponderà il credente di turno, “Dio poteva, ma non ha voluto”. Ed è qui che, detto con inconfondibile aplomb, mi vien voglia di bestemmiare e di spaccare la tastiera su cui sto scrivendo.

Perché ogni argomentazione di questo tipo non è nient’altro che un’enorme e disumana supercazzola per giustificare ciò che non può essere giustificato – ma, soprattutto, ciò che non deve essere giustificato.

Non importa che a pronunciare quella supercazzola sia il più erudito dei teologi à la Karl Barth o il più illetterato dei contadini della Vandea controrivoluzionaria. Non è una questione di stile o di forma, bensì di pura, semplice e inaggirabile logica fondata sul principio di non-contraddizione. E, da questo punto di vista, è preferibile un teismo à la Spinoza o à la Bonhoeffer, che tenevano Dio ben lontano dalle faccende umane, piuttosto che l’arbitrarismo teologico dell’arcivescovo Zuppi e dei suoi emuli.

Perché, se in certi casi Dio può ma non vuole, allora vuol dire che Dio ha da sempre messo in conto, all’interno del suo imperscrutabile disegno divino, la sofferenza più o meno innocente di alcuni uomini, al fine di salvarne altri, più o meno innocenti a loro volta. E questa è, parafrasando le parole di Primo Levi, una bestemmia che Dio stesso risputerebbe a terra.

Di più: se ammettiamo che Dio può intervenire nel reale, allora Dio è responsabile per le morti di milioni di neonati e bambini che, ben prima di aver potuto esercitare il “dono” del libero arbitrio, sono morti in modi più o meno atroci ma tutti ugualmente ingiustificabili in un’ottica di teodicea. E in tal caso, noi – noi atei umanisti – abbiamo tutto il diritto di voltare le spalle a quel Dio, perché – come ho scritto nel mio libro – un Dio siffatto “non meriterebbe nient’altro che il nostro disprezzo“.

C’è poco da fare: più i credenti si ostineranno a ripetere simili supercazzole, più gli atei avranno ragione a rimanere ostinatamente nel loro rifiuto di Dio. Perché l’argomento ultimo dell’ateismo filosofico non è una confutazione dell’esistenza di Dio, bensì la presa di consapevolezza che, “anche se Dio esistesse, sarebbe umanamente e ragionevolmente impossibile credere in lui.”

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Ho affrontato l’argomento della teodicea in maniera più approfondita nell’ultimo capitolo del mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

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L’ateismo non basta

L’ateismo non basta

“Forse ti sembrerò pedante, ma è davvero importante che tu capisca perché il termine ateo, da solo, non basta. Per farlo, pensa a quanto segue. Così come esistono gli atei umanisti, esistono anche gli atei nichilisti, i quali, oltre a negare l’esistenza di Dio, credono che al mondo non ci siano valori da difendere, che l’uomo sia un essere abominevole e che l’umanità sia destinata all’apocalisse – credimi, sono più numerosi di quanto pensi. Esistono anche gli atei irrazionalisti, i quali, per quanto non credano in Dio, credono però nell’oroscopo, nelle fattucchiere, nei medium, nelle pseudoscienze, nel soprannaturale e quant’altro. O ancora esistono gli atei razzisti, gli atei omofobi, gli atei maschilisti, etc.”

Il passaggio che avete appena letto è preso dalla Lettera a una aspirante filosofa, posta a chiusura del mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, pubblicato da Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’UAAR.

La tesi esposta in quel passaggio è tanto chiara quanto controversa: l’ateismo, da solo, non basta – ed infatti, per le ragioni che vedremo più avanti, ad “ateo” affianco ormai sempre il termine “umanista”.

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Attenzione: ho detto “non basta”, che è diverso dal dire “non serve”. A tal riguardo, anzi, sgombero subito il campo da qualsiasi equivoco: chi vi scrive è e resta ateo, convintamente e consapevolmente ateo, come probabilmente lo sarete anche voi che state leggendo questo articolo – e se non lo siete, meglio ancora…

Arrivare a definirsi apertamente e tranquillamente atei in un paese cattolico e tradizionalista come l’Italia non è infatti cosa semplice. Non lo è stato per me, che ho impiegato anni prima di farlo, attraversando numerose tappe intermedie – se volete sapere com’è andata precisamente ho raccontato il mio percorso di “deconversione” nella Lettera di cui sopra.

Non è stato facile nemmeno per molti amici e conoscenti, tra chi va ancora in chiesa la notte di Natale per far contenta la famiglia, chi per “opportunità politiche” evita di definirsi ateo in pubblico, chi procrastina il suo sbattezzo da anni per non dispiacere ai genitori e chi invece fa da padrino al nipote per non deludere amici e parenti.

Infine, non lo è stato nemmeno per le tante persone, socie UAAR e non, che sto incontrando in queste settimane durante le presentazioni del libro in giro per l’Italia e l’Europa. A Sulmona, per esempio, ho conosciuto una coppia di atei dichiarati che negli anni 80’, sotto la pressione dei parenti, si sono dovuti sposare in incognito in chiesa, con la complicità di un amico prete molto “liberale”. O ancora una ragazza che, d’accordo con la nonna, si sbattezzerà, sì, ma solo dopo che la stessa nonna sarà “passata a miglior vita”.

Perché sto raccontando tutto ciò? Non di certo per fare gossip – anche perché sul tema esiste una casistica infinita e di gran lunga più assurda di quella riportata qui sopra. Sto raccontando tutto ciò perché, se credo come ho detto che l’ateismo non basti, lungi da me l’idea di volerlo liquidare come inutile, banale o superfluo.

Sono convinto, al contrario, che non ci sia nulla di più ragionevole ed entusiasmante che vivere, agire e pensare senza Dio – risolutamente, senza vergogna né sensi di colpa, ma neanche con superbia o arroganza.

Ciononostante, permettetemi di svelare un segreto di Pulcinella, che troppo spesso dimentichiamo: non credere in Dio non ci rende automaticamente delle persone migliori. La virtù morale si pone infatti altrove, nei valori che plasmano la nostra vita e indirizzano il nostro agire, non nelle cose in cui non crediamo.

Riuscire a liberarsi dai lacci mentali della tradizione religiosa e dalle mille contraddizioni del dogmatismo teologico è senza dubbio fondamentale; è il miglior punto di partenza per il libero sviluppo di una personalità consapevole, che sia sempre pronta a rimettere in discussione se stessa, aperta alla novità, alla diversità e al dialogo. Ma, appunto, si tratta solo di un punto di partenza, non di arrivo.

Veniamo dunque alla tesi centrale di questo articolo: perché l’ateismo, da solo, non basta? Da una parte perché, come già detto, il solo fatto di non credere in Dio non garantisce che le nostre azioni siano moralmente giuste, né migliori di quelle di un credente. Certo, a livello sociologico esiste una evidente correlazione statistica tra tasso di non-credenza di un paese e suo progresso politico-tecnologico, così come, inversamente, tra arretratezza e tasso di religiosità.

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Phil Zuckerman ha evidenziato a riguardo come, secondo lo Human Development Report del 2004, i cinque paesi al mondo col più alto “tasso di sviluppo umano” (Norvegia, Svezia, Australia, Canada e Olanda) siano tutti caratterizzati da “alte percentuali di ateismo organico”, mentre negli ultimi 50 paesi l’ateismo è statisticamente irrilevante. Ciononostante, come negare l’esistenza di regimi oppressivi e illiberali come la Cina o la Corea del Nord, dove la maggioranza della popolazione non crede in Dio – per quanto poi finisca per crearsene di altri?

Al tempo stesso, poi, l’ateismo non basta perché per sua stessa costituzione non sta mai in piedi da solo, ma è sempre completato da qualcos’altro. Non si può essere solo atei, perché si è anche qualcos’altro, sempre.

Chi afferma ad esempio di non credere in alcuna spiritualità, perché solo la materia conta, è un ateo materialista. Chi venera Cioran, tuonando che Dio è morto e che la vita non ha alcun senso, è un ateo nichilista. Chi, pur non credendo in Dio, crede nelle scie chimiche e nei vaccini che causano l’autismo è un ateo complottista – e la lista di ateismi più o meno biasimevoli è ancora lunga…

Per questo motivo, all’aspirante filosofa della Lettera dico che “oggi più che mai è necessario specificare che tipo di atea tu sia, Monica, in modo che nessuno possa confonderti per qualcun altro. Perché è solo attraverso la chiarezza del linguaggio che potrai esplicitare la tua posizione e dire chiaramente da che parte sei.”

Io, ad esempio, sto dalla parte dell’uomo, della sua ragione e della sua empatia. Mi definisco un ateo umanista – o anche solo un umanista se il mio interlocutore sa cosa intendo – perché, pur non credendo in Dio, credo che la (mia) vita abbia un senso, che esistano valori da difendere e battaglie da portare avanti.

La battaglia per la libertà individuale, ad esempio, poiché trovo preferibile una società dove ognuno sia libero di autodeterminarsi e vivere secondo coscienza piuttosto che una società dove ognuno cerchi di imporre all’altro la propria definizione di Bene e di Giusto. O ancora la battaglia per la ragione e per il progresso scientifico, perché, al contrario di molti naturisti, luddisti e nostalgici dell’età dell’oro, non vorrei mai rinascere altrove che nel nostro maledetto presente, con tutte le sue “detestabili” tecnologie e “artificiali” innovazioni – le stesse che hanno portato ai minimi storici la mortalità infantile e fatto impennare l’aspettativa di vita su scala planetaria, giusto per fare due esempi.

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Sarebbe davvero un grande passo avanti se, in Italia come nel mondo, sempre più atei realizzassero l’importanza della filosofia umanista e cominciassero a definirsi atei umanisti. Ciò non significa affatto abbandonare un’identità conquistata a fatica negli anni. Significa piuttosto completarla e farla evolvere, specificando con chiarezza l’universo di valori nei quali ci riconosciamo – universo che è ben definito dalla Dichiarazione di Amsterdam del 2002, dove vengono elencati i sette principi dell’Umanismo moderno.

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Non tutti gli atei sono umanisti, l’abbiamo appena visto. Ma ogni umanista – nel senso moderno del termine – è necessariamente ateo. Muovendoci in direzione dell’Umanismo non perderemo la nostra identità: non abbiamo infatti nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E se l’umanismo è davvero una scommessa sull’umanità, allora più saremo a scommettere, più alta sarà la nostra probabilità di vincita.

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La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale

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La citazione che vedete qui sopra è presa dal mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, edito da Nessun Dogma.

Fa parte del quarto capitolo, nel quale discuto un problema fondamentale per atei e credenti, e cioè: da un punto di vista logico, com’è possibile giustificare l’esistenza simultanea di così tanti dèi, tutti così diversi tra loro eppure tutti così “umani, troppo umani”?

Ecco il paragrafo da cui è estratta la citazione:

La via maestra per l’ateismo è lo studio delle religioni – al plurale. Quando studiamo nel dettaglio e in maniera comparata tutte le diverse forme in cui la religione si è storicamente espressa siamo infatti costretti a mettere in dubbio la nostra fede, fosse anche solo per un istante. Di fronte a così tanti dèi, tutti così uguali e così umani, sorgono spontaneamente domande del tipo: «perché la mia fede dovrebbe essere l’unica giusta?», «perché il mio Dio sarebbe il solo vero in mezzo a un oceano di contraffazioni?», «e se invece fossi io a sbagliarmi, a credere nel Dio sbagliato?»

Ho sostenuto una tesi simile in un articolo pubblicato su Critica Liberale nel 2016, dal titolo “Perché, da ateo, voglio l’ora di religione – ma non quella cattolica“.

Eccone un lungo estratto dalla parte intitolata “La storia delle religioni: i tre motivi a favore del suo insegnamento“:

[…] Una delle vie più ragionevoli verso l’ateismo è, paradossalmente, proprio lo studio dettagliato e comparato delle religioni stesse.

Fin tanto che, come nel caso dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), ad uno studente italiano venga offerta una panoramica strategicamente coerente della sola religione cattolica […] è molto difficile che in quello stesso studente insorga qualsiasi accenno di scetticismo e di spirito critico.

Infatti, è soltanto studiando cosa è successo veramente durante il Concilio di Nicea (e di Costantinopoli, Efeso, Calcedonia, etc.) che uno studente potrà dubitare della presunta unità dogmatica della dottrina cattolica e dell’originalità delle Sacre Scritture.

E ancora, è soltanto andando a leggere i versetti del Corano o della Torah che vietano il consumo della carne di maiale o dei crostacei che uno studente potrà intuire quanto arbitrari e razionalmente infondati siano quei precetti alimentari.

Similmente, è soltanto analizzando nel dettaglio le varie acrobazie teologiche ed esegetiche che giustificano certe assurdità, tipo il rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei Testimoni di Geova, che uno studente potrà sviluppare gli anticorpi contro quelle stesse assurdità.

Analogamente, è soltanto studiando la palese impostura di Joseph Smith, fondatore del Mormonismo, che uno studente dubiterà di qualsiasi futuro profeta che si auto- proclamerà in possesso della parola di Dio o, più semplicemente, di qualsiasi indisputabile «Verità» rivelata.

Infine, è soltanto abbracciando il più possibile l’intero spettro delle religioni mondiali che un ragazzo potrà intuire che, in fondo, è molto più probabile che ognuna delle religioni erri in qualche punto della sua dottrina, piuttosto che pensare, come il peggiore dei fondamentalisti, che esista un’unica religione vera in mezzo ad un oceano di religioni false e miscredenti.

Ecco, dunque, la paradossale conclusione di questo articolo: non il rifiuto o la censura della religione, bensì il suo stesso insegnamento costituisce la più grande scuola di laicità e di pluralismo liberale che le generazioni avvenire possano auspicare.

Per questo, da ateo, continuo a credere che il modo più efficace e consapevole per uscire dalla religione sia lo studio delle religioni.

Di tutte le religioni, non solo una.

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«Dio esiste, è cattivo, e vive a Bruxelles»: quando la filosofia va al cinema

«Dio esiste, è cattivo, e vive a Bruxelles»: quando la filosofia va al cinema

Non sono solito sbilanciarmi così tanto per un film appena visto, ma stavolta non ho dubbi: “Dio esiste e vive a Bruxelles” è un capolavoro, sotto tutti i punti di vista, dalla sceneggiatura alla regia, passando per la musica, la fotografia e la recitazione – io consiglio di vederlo in lingua originale. In queste poche righe, però, non voglio parlarvi dei suoi aspetti più tecnici e cinematografici, bensì soltanto delle tante ed esplicite suggestioni filosofiche.

Perché, almeno per me, “Le tout nouveau testament” (è questo il titolo originale) è da cima a fondo un film autenticamente filosofico: teodicea, gnosticismodeterminismo, e ancora ateismo, anti-teismo, fatalismo, edonismo, nichilismo, etc., ognuno di questi argomenti trova il suo posto particolare in una narrazione al tempo stesso ironica e malinconica – ma mai dissacratoria.

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Benoît Poelvoorde nei panni di Dio

«Se Dio esiste, da dove viene il male?»:
il cuore della teodicea

Nella millenaria storia della teologia – e della sua storica ancella, la filosofia – un’unica, scandalosa domanda attanaglia gli studiosi: si deus est, unde malum? Da Epicuro ai giorni nostri, i quattro punti del problema sono sempre gli stessi:

  1. se Dio esiste,

  2. e se è davvero buono,

  3. e se è davvero onnipotente,

  4. perché esiste il Male?

Le risposte date dai teologi a questa sempiterna questione sono quanto di più sterile – o crudele – ci si si possa aspettare.

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Il termine “teodicea” fu adoperato per la prima volta da Leibniz nel 1710

«Se il male esiste, un motivo ci sarà»:
le delusioni della teologia

La maggior parte dei filosofi credenti, infatti, non potendo negare né l’esistenza, né la benevolenza, né tanto meno l’onnipotenza di Dio, hanno cercato di dimostrare che il Male, in fondo, non esiste veramente.

Altri invece hanno ammesso che sì, il Male esiste, ma per un motivo ben preciso:

  1. come punizione per i mali commessi – si pensi, ad esempio, alle dieci piaghe di Egitto (invasioni di cavallette/rane/zanzare, trasmutazione dell’acqua in sangue, etc.) raccontate nel libro dell’Esodo;

  2. come messa alla prova della propria fede – si pensi invece al libro di Giobbe, nel quale Dio e Satana mettono allegramente alla prova la fede del suo prediletto (distruggendo le sue proprietà, uccidendo la sua famiglia, facendolo ammalare, etc.), senza però che tutto questo male gratuito faccia crollare la fede del buon Giobbe;

  3. come sofferenza necessaria in un misterioso disegno divino che non riusciamo a comprendere ma che, alla fine, ci farà guadagnare l’accesso nel Regno dei Cieli – «beati gli afflitti, perché saranno consolati», dice Gesù, così come si legge nel Discorso della montagna del Vangelo di Matteo.

N.B.: da qui in poi, l’articolo contiene degli SPOILER sul film.

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Un cattivissimo Dio mentre si diverte ad inventare le sue leggi assurde per prendersi gioco degli uomini

«E se Dio fosse cattivo?»:
un’ipotesi assurda

Al contrario, gli autori del film ragionano per assurdo su un’ipotesi inammissibile per qualsiasi credente e per qualsiasi teologia: Dio esiste (eccome se esiste!) ma è cattivo, violento, stupido, egoista, megalomane, sadico, autore egli stesso di tante e assurde leggi universali che assomigliano molto alle pseudo-leggi di Murphy. È Jaco Van Dormael, regista del film, ad esprimersi così a tal riguardo:

Io e l’altro autore, Thomas Gunzig, siamo partiti dall’idea che Dio esista. E se Dio fosse un bastardo? E se oltre a un figlio avesse anche una figlia di cui nessuno conosceva l’esistenza? E se lei avesse 10 anni e Dio, suo padre, fosse così odioso che lei si vendica di Lui rivelando a tutti gli abitanti del pianeta via SMS il suo segreto più gelosamente custodito, ovvero la data della loro morte? Da lì in poi, qualunque riferimento alla religione si trasforma in una favola surrealista.

Questa ipotesi così bizzarra non è però fino in fondo inedita, poiché, circa due secoli dopo la morte di Cristo, un certo Marcione professò una dottrina teologica molto simile, ma non identica: Dio, creatore del mondo così come lo conosciamo, è cattivo, ma ad esso si contrappone un Dio buono che invia sulla terra Cristo proprio per sconfiggere la legge del primo Dio. Ed in effetti, nel film, la piccola figlia di Dio (Ea) cerca di sovvertire i maligni piani di suo padre rivelando ad ogni uomo la data esatta della propria morte e “scendendo” tra gli uomini alla ricerca dei suoi improbabili sei apostoli, così come 2015 anni prima suo fratello Gesù Cristo (che lei chiama JC) aveva provato a fare, invano.

N.B.: nella versione italiana Gesù è doppiato da Frankie Hi-nrg mc!

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La figlia di Dio, Ea, all’opera mentre rovina i piani maligni del padre, seguendo l’esempio di suo fratello JC (Gesù).

Ad ogni modo, la fine del folle Marcione è molto significativa: accusato di eresia, è stato scomunicato ed allontanato dalla comunità cristiana di Roma nel 144. Per fortuna gli autori del film, oggi, non rischiano di venir cacciati da Bruxelles, né di essere scomunicati dal Papa. Forse perché si tratta di un film non abbastanza dissacratorio? E se – ragionando per assurdo – il Dio cattivo del film fosse stato Allah, cosa sarebbe successo? In tal caso, come sarebbe stato accolto il film dalla comunità musulmana, fondamentalista e non?

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La violenza di Dio…

«Ti restano da vivere 5 anni e 3 giorni»:
le diverse reazioni al countdown della morte

Come reagiremmo se, oggi, Dio, o chi per esso, ci comunicasse via SMS quanti anni (giorni, minuti e persino secondi) ci restano da vivere? Perché se è vero che, da una parte, tutti sappiamo per certo che prima o poi moriremo, è altrettanto vero che l’indeterminatezza del momento esatto della morte ci permette di vivere «come se nulla fosse», in uno stato di tranquillissima inquietudine. Già il Nietzsche della Gaia Scienza si stupiva di questa vitale ignoranza nei seguenti termini:

Come è strano che questa unica sicurezza e comunanza non abbia quasi nessun potere sugli uomini, e che essi siano ben lontani dal sentirsi come la confraternita della morte! Mi rende felice vedere che gli uomini non vogliono affatto indugiare nel pensiero della morte! Sarei ben contento di far qualcosa, per rendere loro il pensiero della vita cento volte ancora più degno di esser pensato.

Nel film, gli uomini, avvertiti circa il momento esatto della propria morte, diventano effettivamente «la confraternita della morte» immaginata da Nietzsche, ma in maniera alquanto eterogenea. Ogni diversa reazione dei sei apostoli di Ea costituisce, infatti, ognuna a modo suo, una meditatio mortis ben determinata.

C’è, ad esempio, la reazione scettica della bellissima Aurélie, introversa e pessimista ragazza senza un braccio, la quale decide di ignorare completamente la “rivelazione” di Ea, continuando a vivere come prima, come se niente fosse.

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Aurélie “la scettica”

O la reazione fatalista dell’apostolo Jean-Claude, il quale, ricevuto il funesto SMS, decide di puntare i piedi lì dov’è e di fermarsi per sempre su di una panchina nel parco.

E ancora troviamo la reazione edonista di Marc, timido, inetto e perverso cinquantenne che decide di spendere i suoi ultimi 18.000 euro in prostitute, con fare sistematico: 200 euro al giorno per i suoi restanti 83 giorni di vita.

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Marc “l’edonista”

O ancora la reazione nichilista e rigidamente determinista di François, l’Assassino, il quale, autoproclamatosi la «Mano del Destino», decide di sparare a caso sui passanti seguendo questo semplice ragionamento: «se muoiono non è colpa mia, vuol dire che dovevano morire; se invece li manco, vuol dire che non è il loro giorno».

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François e il suo “determinismo nichilista”

Martine (Catherine Deneuve nel film), triste ed insoddisfatta moglie di un uomo di affari che la ignora, dopo aver scoperto che le restano 5 anni di vita decide di buttarsi a capofitto prima nel sesso a pagamento, per poi trovare il vero amore in un Gorilla (sic!).

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L’amore impossibile di Martine 

Ed infine il piccolo Willy, bambino malato sin dalla nascita che, una volta scoperto di aver a disposizione appena 54 giorni di vita, decide di diventare «una bambina», realizzando il sogno nascosto di una vita.

«Un film che parla solo di amore»:
un finale non-finale

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Quando l’amore sconfigge lo scetticismo, il nichilismo e la morte stessa…

Tutte le diverse reazioni degli apostoli di Ea sfociano, come nel caso di Martine, nella stessa identica esperienza, quella dell’amore: la folle convinzione omicida di François, l’angelo della morte, viene interrotta dall’amore della non più scettica Aurélie – e qui è impossibile non vedere il simbolo freudiano dell’Eros (la pulsione di vita) che sconfigge temporaneamente il dominio incontrastato del Thánatos (la pulsione di morte); Marc, il maniaco sessuale, troverà l’amore in una sala di doppiaggio per film porno, proprio in quella ragazza che, da bambino, gli aveva dato la prima delusione amorosa che lo avrebbe segnato tutto la vita; Willy si innamorerà di Ea stessa; Jean Claude, il fatalista sulla panchina, dopo aver seguito fino al Polo Nord un uccellino del parco si innamorerà di una giovane eschimese. Insomma, come dice ancora il regista: «di fatto, il film parla solo d’amore».

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L’amore di Ea e Willy nel magnifico finale del film

Ed è in questo senso che ho inteso il finale del film, come un trionfo utopico dell’amore universale: la moglie di Dio – simbolo genuino della spontaneità, della semplicità e del senso della bellezza – preso il posto di comando vacante del marito, dapprima annullerà senza volerlo il countdown di morte universale, restituendo agli uomini quella vitale ignoranza di cui avevamo parlato prima; per poi cominciare a ricostruire un mondo a sua immagine e somiglianza, con le pareti del cielo piene di fiori, senza gravità né riscaldamento globale, un mondo in cui anche gli uomini possono rimanere incinta e in cui si può camminare liberamente sott’acqua.

Insomma, questa Dea – che esiste, è buona e vive a Bruxelles – riesce laddove il Dio deludente di Leibniz aveva miseramente fallito: nella creazione del migliore dei mondi possibili.

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La moglie di Dio mentre crea “il migliore dei mondi possibili”

Ecco il link per chi volesse scaricare il film da iTunes.

Photos by: Ricardo  Vaz Palma, Fabrizio Maltese and Kris Dewitte

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