Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

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C’è chi non ne può più degli immigrati, io non ne posso più dell’immigrazione – del suo essere ormai l’unico argomento all’ordine del giorno, l’unico punto dell’agenda politica italiana, come se la sorte del nostro intero paese dipendesse esclusivamente dalla risoluzione di questo problema. Come se, il giorno in cui cacceremo finalmente tutti gli immigrati (regolari e non), l’Italia si risolleverà d’incanto dalla stagnazione economica e culturale in cui versa da anni – la realtà è ben diversa, se non addirittura opposta, come dimostrato da molti studi. [1] [2] [3] [4]

A scanso di equivoci: l’immigrazione è un problema – un problema enorme, complesso e delicato. Lo è a monte, quando si tratta di salvare le vite di chi arriva per mare. Lo è a valle, quando si tratta di integrare gli immigrati regolari e di gestire quelli irregolari. Ma – attenzione a quel microscopico dettaglio – l’immigrazione è appunto solo un problema, non il problema.

La trappola nella quale siamo caduti a piè pari – architettata nel corso degli anni da Salvini, Meloni e i loro rispettivi social media manager – è stata farci credere che ogni singolo problema del nostro paese sia conseguenza diretta di un’unica limitatissima macro-causa: l’immigrazione, appunto.

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E in questa trappola, volenti o nolenti, ci siamo cascati tutti. Ci sono cascati gli elettori della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Ci sono cascati gli elettori del Movimento 5 stelle, che plaudono a Salvini – lo stesso che odiavano soltanto sei mesi fa – e che sembrano trovare normale che il loro inedito alleato, con “solo” il 17% dei consensi elettorali, stia letteralmente facendo il bello e cattivo tempo, fregandosene del loro partito, che invece ha preso il 33%. Ci sono cascati forse anche gli elettori del PD – perché il salto da Minniti a Salvini non è stato difficile in fondo…

Ma in questa trappola ci siamo cascati in qualche modo tutti, a prescindere dalla scelte elettorali dello scorso marzo, perché sin dal primo giorno del nuovo governo abbiamo accettato (ma non avremmo potuto fare altrimenti) di parlare dall’alba al tramonto di immigrazione, immigrazione, immigrazione.

Economia, ricerca scientifica, istruzione, cultura, diritti civili, welfare, laicità: tutto è stato strategicamente messo in secondo piano, lasciando il monopolio mediatico alla questioni più populiste a disposizione del governo. E se uno di quei temi per caso emerge dallo sfondo, è soltanto per essere strumentalmente attaccato o smantellato a fini propagandistici, come se ci trovassimo ancora in una ininterrotta campagna elettorale.

Non sono un analista politico, ma mi spiego questa strategia (tanto mediatica quanto politica) in un solo modo: fare delle riforme costa; giocare con i diritti (e con le vite) delle persone non costa nulla.

Per fare delle riforme occorrono risorse. E, se queste non ci sono, occorrono intelligenza e coraggio per trovarle: serve intelligenza, per attuare misure innovative che rilancino il mercato e producano benessere, ricchezza, servizi e progresso; ma serve anche coraggio, per dire ai cittadini che, lungi dall’essere vittime innocenti del problema, ne sono essi stessi la causa. Ma, evidentemente, nemmeno il più onesto dei partiti sarebbe mai disposto a commettere un simile harakiri politico…

E allora – visto che le coperture non ci sono e che la politica è un gioco più difficile di quanto preventivato da leghisti e pentastellati – al governo non resta che una strada: martellare su immigrazione, omofobia, complottismo anti-vaccinista, invasione islamica e altre simil-stronzate spendibili sul mercato del populismo.

Perché chiudere i porti non costa nulla, fa spettacolo e aizza l’elettorato, senza risolvere – ma anzi, peggiorando – il problema.

Perché dire che “le famiglie arcobaleno non esistono” e paventare una “stretta sugli aborti” è gratuito, rassicura i fondamentalisti cattolici e fomenta gli omofobi.

Perché dire che “dieci vaccini sono troppi” senza capire un emerito nulla di virologia o immunologia fa scena, ti accaparra l’appoggio degli antivaccinisti ed è apparentemente gratuito, almeno nel brevissimo periodo – nel breve, medio e lungo periodo il calo della copertura vaccinale equivale invece a un’ecatombe, sia in termini di costi sanitari che di vite umane.

Perché una legge che imponga i crocifissi in tutti i luoghi pubblici, porti compresi, è a costo zero, ma ti assicura il consenso di nazionalisti e cattolici, reiterando la narrazione dell’Italia “nata cristiana che non morirà musulmana”.

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Ecco, questa è la trappola in cui siamo caduti, dalla quale non sappiamo come (né quando, né se) ci libereremo.

Scaricare la colpa di tutti i nostri mali su immigrati, gay, vaccini, atei e musulmani non è solo stupido e falso – è anche e soprattutto una narrazione suicida in termini economici, culturali e sanitari. Presto o tardi lo capiremo tutti, con le buone o con le cattive.

La carta dell’odio e dell’idiozia non si gioca mai impunemente. Tra qualche anno o tra qualche mese, la realtà (oggettiva, indifferente, implacabile) ci si ritorcerà contro – e non ci chiederà il permesso.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Storia di una prostituta

Storia di una prostituta

[L’autrice del testo, che ha preferito restare anonima, ci tiene a sottolineare come la sua storia sia eccezionale, e dunque non rappresentativa della condizione delle prostitute in Italia, nella maggior parte dei casi ben peggiore della sua.
N.B.: tutti i nomi riportati nel testo sono di fantasia
]

Sto tornando a casa, è l’una di notte. Percorro lentamente a piedi questa strada buia di periferia, al ritmo cadenzato dei suoi lampioni arancioni. Sotto di loro, tante piccole figure scure, dai contorni femminili. Qualche anno fa anche io ero lì, sotto quella sterile luce, a pregare che la nebbia si dileguasse, con la perversa speranza che qualche principe grigio e senza nome mi accogliesse furtivo nella sua macchina.

Ho lavorato ovunque, da Bolzano a Catania: ho respirato la salsedine umida dei viali di Porto Marghera; sono salita e scesa su dei SUV enormi nella periferia di Milano; ho sofferto il freddo polare di Via Togliatti, a Natale, Santo Stefano e Capodanno.

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