“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

Ieri a Londra si è tenuta una manifestazione di protesta contro la visita di Donald Trump. Il nostro cartellone diceva “Accogliamo tutti i rifugiati”, seguito da un ironico asterisco: “Inclusi gli americani che scappano da Trump”.

IMG_20180713_164838.jpg

makebritaingreatagain

Tutto andava come dove andare, fino a quando due persone non sono venute a contestare il nostro cartellone. Indossavano dei cappellini rossi con scritto “make Britain great again“, emulazione del trumpiano “make America great again”.

Non ci lasciavano parlare, e quando parlavamo sembravano non ascoltarci. La signora in particolare all’inizio ci riversava addosso le sue invettive con un mini-megafono, nonostante fossimo a soli due metri di distanza.

Screenshot_20180714-103539

I loro argomenti erano terribilmente simili a quelli di molti miei concittadini italiani: “voi state dalla parte di chi ruba, spaccia e stupra”, “voi state dalla parte dell’illegalità”, “possiamo accogliere soltanto chi è effettivamente in pericolo di vita perché scappa dalla guerra, non chi viene qui a cercare fortuna”, etc.

Ho fatto allora notare che io, immigrato italiano nel Regno Unito, non sono scappato da nessuna guerra e che sono venuto a Londra proprio per “cercare fortuna”. Il ragazzo allora ha esclamato: “Certo! Sei dovuto andar via dall’Italia perché siete sopraffatti dagli immigrati, perché loro si sono rubati il tuo lavoro”.

Ho risposto che nessuno mi aveva rubato assolutamente nulla, ma è a quel punto che quello che non doveva accadere è accaduto: un idiota – perché solo così possiamo chiamarlo – ha preso di forza i cappellini rossi dei due e li ha buttati nella fontana di Trafalgar Square. Botte, spintoni, la polizia che ci fa scendere dal bordo della fontana – e i due nazionalisti che fanno la figura dei martiri della libertà di espressione…

Sceso dalla fontana, mi sono allontanato sentendo chiaramente il ragazzo sostenere che i cittadini britannici hanno una “superiorità morale” (“moral superiority”) rispetto agli stranieri che vivono nel “loro” paese…

È a quel punto che sono stato accostato da due loschi figuri, tatuati, con la testa rasata, due lattine di birra in mano e autodefinitisi “fratelli di Tommy Robinson” – il quale, per chi non lo sapesse, è un attivista di estrema destra britannico, portavoce della English Defence League (alla lettera, “Lega di Difesa Inglese”), un misto tra la Lega Nord e CasaPound.

“Tu li vorresti sul tuo pianerottolo, i rifugiati?”, mi chiede uno dei due.

Ho risposto che non era quello il punto. Che io pago le tasse nel Regno Unito proprio affinché l’accoglienza di immigrati e rifugiati sia svolta dalle autorità britanniche competenti. Sentendo il mio spiccato accento italiano, il più vecchio dei due mi chiede, con fare aggressivo, da dove venissi.

“Sono italiano”, ho risposto, “e quindi?”

Ed è lì che, col dito alzato all’altezza del viso, ha iniziato a vomitarmi addosso il suo odio: “Fottuto italiano, tu e la tua gente avevate Mussolini! I tuoi antenati hanno ucciso i miei antenati e adesso tu sei qui sulla mia terra, nella mia città: tu non appartieni a questo posto!”

Sono rimasto senza parole. Inerme. Immobile. Con le braccia aperte, le mani verso il cielo. Attorno a me un gruppo di persone mi difendevano. Ricordo che dicevano: “che colpa ne ha lui?” Credo che a quel punto la polizia sia intervenuta per allontanare i due, ma non ne posso essere certo, perché in tutta onestà non ero molto lucido in quel momento.

Ricordo solo che sono scoppiato a piangere, come non facevo da anni. Una decina di persone mi ha abbracciato tutta insieme. E poi, una a una, mi hanno stretto la mano: “sono australiana”, “sono messicana”, “sono inglese…”

A posteriori credo di aver capito perché ho pianto. Non perché avessi paura per la mia incolumità in quel momento, né perché mi sentissi realmente offeso da quelle stronzate razziste.

Ho pianto perché ho realizzato che quelle quattro misere teste di cazzo che blateravano di Mussolini e di superiorità morale potrebbero un giorno passare dall’essere un’insulsa minoranza a una maggioranza in grado di condizionare realmente la mia vita e quella degli altri immigrati come me.

Ho pianto perché ho immaginato cosa sarebbe potuto succedere se la stessa scena si fosse ripresentata altrove, in un luogo isolato, senza polizia né manifestanti pronti a difendermi.

Ho pianto perché ho pensato a come devono sentirsi quelle persone che, ovunque nel mondo, simili attacchi li subiscono ogni giorno, tra l’indifferenza generale, correndo il rischio di non poterlo raccontare a nessuno il giorno dopo.

Ho pianto perché riconosco che le vere vittime di razzismo sono altre, perché nella sfortuna io sono e resto un privilegiato, con una casa, una lavoro, la pelle bianca e lo status di cittadino dell’Unione Europea a farmi da scudo quando la Brexit diventerà realtà – o almeno questa è la favola che mi racconto da due anni…

Ho pianto, e non poco. Perché ho realizzato sulla mia pelle, come mai mi era successo finora, una verità tanto banale quanto disarmante: che il razzismo è una enorme montagna di merda.

dav
Selfie con uno dei due “fratelli di Tommy Robinson” ieri a Trafalgar Square

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Annunci

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

mde clone tag: 5803829966894685155

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Mi fate schifo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

8 italiani e una Mystery Box (vegana) a Marsiglia

8 italiani e una Mystery Box (vegana) a Marsiglia

Mercoledì, sul volo Roma-Marsiglia, ho conosciuto una ragazza italiana molto simpatica. Il giorno successivo, dopo la conferenza ad Aix, ricevo un suo messaggio: “ti va di cucinare domani sera per un po’ di amici italiani a Marsiglia? Noi mettiamo gli ingredienti e tu li cucini…” Una sorta di Mystery Box insomma! Ovviamente ho accettato molto volentieri l’invito.

Venerdì, a casa di una giovane coppia italo-peruviana, mi danno il benvenuto così:

12510159_1086194271423111_1468007411_o

Prima di mettermi ai fornelli, scopro però due cose: 1) che alcuni invitati sono vegani/vegetariani; 2) che la Mystery Box era un po’ troppo “minimal”…

Detto fatto, scendiamo a comprare un po’ di frutta, verdura e formaggio sotto casa e mi metto all’opera. Il piano di lavoro non è proprio quello delle cucine di MasterChef, con un forno non regolabile e pochi utensili a disposizione, ma anche questa è la cucina! Anzi: per noi poveri studenti universitari, è soprattutto questa la cucina!

12510621_1086194918089713_1703631236_o

La mia brigata lavora bene: Elisa alle patate, Giulia alle carote, Gabriele alle bruschette, Ariel invece spacca le noci usando la porta della cucina (sic!), producendo ogni volta un terribile rumore di ossa rotte. Alla fine, tranne che per l’amico vegano, ecco il piatto: un risotto al Roquefort con pere, noci, castagne, carote e ribes, che ve ne pare?

12516816_1086192691423269_1637537802_o

Come secondo, punto su un piatto tradizionale della cucina popolare francese: la Tartiflette! Semplicemente patate al forno, cipolla e Reblochon, senza pancetta per accontentare tutti. Purtroppo mi dimentico di scattare la foto, quindi posso mostrarvi solo quel che po’ che resta del piatto!

image

A fine cena, eravamo tutti molto contenti, come potete vedere qui sotto. Eppure una piccola tristezza mi assale: siamo 8 ragazzi italiani in Francia, nessuno ha più di 30 anni, siamo tutti qui alla ricerca non solo di un lavoro, ma anche della nostra felicità – e allora, chi diavolo resterà in Italia? Forse è meglio berci su… e allora: alla salute!

12528307_1086187274757144_222813984_o

[N.B.: Foto e articolo realizzati interamente con lo smartphone – che sofferenza!]

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazional