“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

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“Non c’è vita senza dialogo. E, dappertutto nel mondo, il dialogo è oggi rimpiazzato dalla polemica. Il XX secolo è il secolo della polemica e dell’insulto. […] Migliaia di voci, giorno e notte, persistono ognuna per sé in un tumultuoso monologo, riversano sulle persone un torrente di parole mistificatrici, attacchi, difese, esaltazioni. Ma qual è il meccanismo della polemica? Consiste nel considerare l’avversario un nemico, e di conseguenza nel semplificarlo e nel rifiutarsi di guardarlo. Della persona che insulto, non conosco più il colore dello sguardo, né se gli capita di sorridere, e in che maniera sorride. Diventati grazie alla polemica ciechi per tre quarti, non viviamo più tra uomini, ma in un mondo di silhouette.

Non c’è vita senza persuasione. E la storia non conosce oggi che l’intimidazione. Gli uomini vivono e non possono che vivere a partire dall’idea che abbiano qualcosa in comune dove potersi ritrovare sempre. Ma invece abbiamo scoperto questo: ci sono uomini impossibili da convincere. Era e resta impossibile a una vittima dei campi di concentramento spiegare a coloro che l’hanno umiliata che non avrebbero dovuto farlo. Il punto è che questi ultimi non rappresentano più degli uomini, bensì un’idea, portata alla temperatura della più inflessibile delle volontà. Chi vuole dominare è sordo. Di fronte a lui, bisogna battersi o morire.”

Albert Camus, Il testimone della libertà (1948)

Il testo originale francese, da cui è tratta questa mia libera traduzione, si trova a pagina 121-122 del volume Conférences et discours (1936-1958), pubblicato nel 2017 da Gallimard.

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Ho citato più volte Camus nel mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

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C’è chi non ne può più degli immigrati, io non ne posso più dell’immigrazione – del suo essere ormai l’unico argomento all’ordine del giorno, l’unico punto dell’agenda politica italiana, come se la sorte del nostro intero paese dipendesse esclusivamente dalla risoluzione di questo problema. Come se, il giorno in cui cacceremo finalmente tutti gli immigrati (regolari e non), l’Italia si risolleverà d’incanto dalla stagnazione economica e culturale in cui versa da anni – la realtà è ben diversa, se non addirittura opposta, come dimostrato da molti studi. [1] [2] [3] [4]

A scanso di equivoci: l’immigrazione è un problema – un problema enorme, complesso e delicato. Lo è a monte, quando si tratta di salvare le vite di chi arriva per mare. Lo è a valle, quando si tratta di integrare gli immigrati regolari e di gestire quelli irregolari. Ma – attenzione a quel microscopico dettaglio – l’immigrazione è appunto solo un problema, non il problema.

La trappola nella quale siamo caduti a piè pari – architettata nel corso degli anni da Salvini, Meloni e i loro rispettivi social media manager – è stata farci credere che ogni singolo problema del nostro paese sia conseguenza diretta di un’unica limitatissima macro-causa: l’immigrazione, appunto.

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E in questa trappola, volenti o nolenti, ci siamo cascati tutti. Ci sono cascati gli elettori della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Ci sono cascati gli elettori del Movimento 5 stelle, che plaudono a Salvini – lo stesso che odiavano soltanto sei mesi fa – e che sembrano trovare normale che il loro inedito alleato, con “solo” il 17% dei consensi elettorali, stia letteralmente facendo il bello e cattivo tempo, fregandosene del loro partito, che invece ha preso il 33%. Ci sono cascati forse anche gli elettori del PD – perché il salto da Minniti a Salvini non è stato difficile in fondo…

Ma in questa trappola ci siamo cascati in qualche modo tutti, a prescindere dalla scelte elettorali dello scorso marzo, perché sin dal primo giorno del nuovo governo abbiamo accettato (ma non avremmo potuto fare altrimenti) di parlare dall’alba al tramonto di immigrazione, immigrazione, immigrazione.

Economia, ricerca scientifica, istruzione, cultura, diritti civili, welfare, laicità: tutto è stato strategicamente messo in secondo piano, lasciando il monopolio mediatico alla questioni più populiste a disposizione del governo. E se uno di quei temi per caso emerge dallo sfondo, è soltanto per essere strumentalmente attaccato o smantellato a fini propagandistici, come se ci trovassimo ancora in una ininterrotta campagna elettorale.

Non sono un analista politico, ma mi spiego questa strategia (tanto mediatica quanto politica) in un solo modo: fare delle riforme costa; giocare con i diritti (e con le vite) delle persone non costa nulla.

Per fare delle riforme occorrono risorse. E, se queste non ci sono, occorrono intelligenza e coraggio per trovarle: serve intelligenza, per attuare misure innovative che rilancino il mercato e producano benessere, ricchezza, servizi e progresso; ma serve anche coraggio, per dire ai cittadini che, lungi dall’essere vittime innocenti del problema, ne sono essi stessi la causa. Ma, evidentemente, nemmeno il più onesto dei partiti sarebbe mai disposto a commettere un simile harakiri politico…

E allora – visto che le coperture non ci sono e che la politica è un gioco più difficile di quanto preventivato da leghisti e pentastellati – al governo non resta che una strada: martellare su immigrazione, omofobia, complottismo anti-vaccinista, invasione islamica e altre simil-stronzate spendibili sul mercato del populismo.

Perché chiudere i porti non costa nulla, fa spettacolo e aizza l’elettorato, senza risolvere – ma anzi, peggiorando – il problema.

Perché dire che “le famiglie arcobaleno non esistono” e paventare una “stretta sugli aborti” è gratuito, rassicura i fondamentalisti cattolici e fomenta gli omofobi.

Perché dire che “dieci vaccini sono troppi” senza capire un emerito nulla di virologia o immunologia fa scena, ti accaparra l’appoggio degli antivaccinisti ed è apparentemente gratuito, almeno nel brevissimo periodo – nel breve, medio e lungo periodo il calo della copertura vaccinale equivale invece a un’ecatombe, sia in termini di costi sanitari che di vite umane.

Perché una legge che imponga i crocifissi in tutti i luoghi pubblici, porti compresi, è a costo zero, ma ti assicura il consenso di nazionalisti e cattolici, reiterando la narrazione dell’Italia “nata cristiana che non morirà musulmana”.

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Ecco, questa è la trappola in cui siamo caduti, dalla quale non sappiamo come (né quando, né se) ci libereremo.

Scaricare la colpa di tutti i nostri mali su immigrati, gay, vaccini, atei e musulmani non è solo stupido e falso – è anche e soprattutto una narrazione suicida in termini economici, culturali e sanitari. Presto o tardi lo capiremo tutti, con le buone o con le cattive.

La carta dell’odio e dell’idiozia non si gioca mai impunemente. Tra qualche anno o tra qualche mese, la realtà (oggettiva, indifferente, implacabile) ci si ritorcerà contro – e non ci chiederà il permesso.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

“Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu

Ieri a Londra si è tenuta una manifestazione di protesta contro la visita di Donald Trump. Il nostro cartellone diceva “Accogliamo tutti i rifugiati”, seguito da un ironico asterisco: “Inclusi gli americani che scappano da Trump”.

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Tutto andava come dove andare, fino a quando due persone non sono venute a contestare il nostro cartellone. Indossavano dei cappellini rossi con scritto “make Britain great again“, emulazione del trumpiano “make America great again”.

Non ci lasciavano parlare, e quando parlavamo sembravano non ascoltarci. La signora in particolare all’inizio ci riversava addosso le sue invettive con un mini-megafono, nonostante fossimo a soli due metri di distanza.

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I loro argomenti erano terribilmente simili a quelli di molti miei concittadini italiani: “voi state dalla parte di chi ruba, spaccia e stupra”, “voi state dalla parte dell’illegalità”, “possiamo accogliere soltanto chi è effettivamente in pericolo di vita perché scappa dalla guerra, non chi viene qui a cercare fortuna”, etc.

Ho fatto allora notare che io, immigrato italiano nel Regno Unito, non sono scappato da nessuna guerra e che sono venuto a Londra proprio per “cercare fortuna”. Il ragazzo allora ha esclamato: “Certo! Sei dovuto andar via dall’Italia perché siete sopraffatti dagli immigrati, perché loro si sono rubati il tuo lavoro”.

Ho risposto che nessuno mi aveva rubato assolutamente nulla, ma è a quel punto che quello che non doveva accadere è accaduto: un idiota – perché solo così possiamo chiamarlo – ha preso di forza i cappellini rossi dei due e li ha buttati nella fontana di Trafalgar Square. Botte, spintoni, la polizia che ci fa scendere dal bordo della fontana – e i due nazionalisti che fanno la figura dei martiri della libertà di espressione…

Sceso dalla fontana, mi sono allontanato sentendo chiaramente il ragazzo sostenere che i cittadini britannici hanno una “superiorità morale” (“moral superiority”) rispetto agli stranieri che vivono nel “loro” paese…

È a quel punto che sono stato accostato da due loschi figuri, tatuati, con la testa rasata, due lattine di birra in mano e autodefinitisi “fratelli di Tommy Robinson” – il quale, per chi non lo sapesse, è un attivista di estrema destra britannico, portavoce della English Defence League (alla lettera, “Lega di Difesa Inglese”), un misto tra la Lega Nord e CasaPound.

“Tu li vorresti sul tuo pianerottolo, i rifugiati?”, mi chiede uno dei due.

Ho risposto che non era quello il punto. Che io pago le tasse nel Regno Unito proprio affinché l’accoglienza di immigrati e rifugiati sia svolta dalle autorità britanniche competenti. Sentendo il mio spiccato accento italiano, il più vecchio dei due mi chiede, con fare aggressivo, da dove venissi.

“Sono italiano”, ho risposto, “e quindi?”

Ed è lì che, col dito alzato all’altezza del viso, ha iniziato a vomitarmi addosso il suo odio: “Fottuto italiano, tu e la tua gente avevate Mussolini! I tuoi antenati hanno ucciso i miei antenati e adesso tu sei qui sulla mia terra, nella mia città: tu non appartieni a questo posto!”

Sono rimasto senza parole. Inerme. Immobile. Con le braccia aperte, le mani verso il cielo. Attorno a me un gruppo di persone mi difendevano. Ricordo che dicevano: “che colpa ne ha lui?” Credo che a quel punto la polizia sia intervenuta per allontanare i due, ma non ne posso essere certo, perché in tutta onestà non ero molto lucido in quel momento.

Ricordo solo che sono scoppiato a piangere, come non facevo da anni. Una decina di persone mi ha abbracciato tutta insieme. E poi, una a una, mi hanno stretto la mano: “sono australiana”, “sono messicana”, “sono inglese…”

A posteriori credo di aver capito perché ho pianto. Non perché avessi paura per la mia incolumità in quel momento, né perché mi sentissi realmente offeso da quelle stronzate razziste.

Ho pianto perché ho realizzato che quelle quattro misere teste di cazzo che blateravano di Mussolini e di superiorità morale potrebbero un giorno passare dall’essere un’insulsa minoranza a una maggioranza in grado di condizionare realmente la mia vita e quella degli altri immigrati come me.

Ho pianto perché ho immaginato cosa sarebbe potuto succedere se la stessa scena si fosse ripresentata altrove, in un luogo isolato, senza polizia né manifestanti pronti a difendermi.

Ho pianto perché ho pensato a come devono sentirsi quelle persone che, ovunque nel mondo, simili attacchi li subiscono ogni giorno, tra l’indifferenza generale, correndo il rischio di non poterlo raccontare a nessuno il giorno dopo.

Ho pianto perché riconosco che le vere vittime di razzismo sono altre, perché nella sfortuna io sono e resto un privilegiato, con una casa, una lavoro, la pelle bianca e lo status di cittadino dell’Unione Europea a farmi da scudo quando la Brexit diventerà realtà – o almeno questa è la favola che mi racconto da due anni…

Ho pianto, e non poco. Perché ho realizzato sulla mia pelle, come mai mi era successo finora, una verità tanto banale quanto disarmante: che il razzismo è una enorme montagna di merda.

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Selfie con uno dei due “fratelli di Tommy Robinson” ieri a Trafalgar Square

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Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

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Perché ho condiviso questa foto

Perché ho condiviso questa foto

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo: sono i nomi della quattro atlete italiane che hanno vinto l’oro nella 4×400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona. In molti sui social hanno condiviso la foto dei loro festeggiamenti con la bandiera italiana. Tra quei molti ci sono anche io.

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Questo gesto – così spontaneo, se non addirittura banale – è stato criticato da due fronti umanamente e politicamente antitetici.

Da una parte, i neo-nazionalisti à la Salvini che continuano ciechi e imperterriti nella narrazione di un’Italia bianca, cristiana ed eterosessuale. Dall’altra, gli ultra-progressisti illuminati, talmente illuminati da pensare che la migliore strategia politico-comunicativa sia ignorare totalmente quella narrazione, perché altrimenti “state facendo un mega favore a Salvini” – parola di Dio, che in un post tra il serio e il faceto ha espresso la sua contrarietà.

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Il loro argomento è in fondo valido, e io stesso lo sottoscrivo: oggi, nel 2018, il colore della pelle di un’atleta italiana “non dovrebbe neanche notarsi“. Ma è proprio questo il punto: quello stupido aspetto somatico non “dovrebbe” fare notizia, e invece la fa. Io, da convinto anti-razzista, mi spingo addirittura oltre: è giusto che la faccia.

So che in pochi mi perdoneranno questa affermazione, ma lasciate che vi spieghi le mie ragioni – perché credo che si tratti di un argomento importante, implicito in ogni nostra rivendicazione anti-razzista.

Torniamo alla sopraccitata narrazione dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”. Per quanto stupida e irrazionale, si tratta di una narrazione egemonica, capillare e transpartitica. Ma non è ignorandola e facendo finta che non esista che apriremo una breccia in essa. Non è chiudendo gli occhi e pretendendo di vivere in un inesistente iperuranio che realizzeremo l’ideale di un’Italia multiculturale, laica ed egalitaria.

Quella dannatissima narrazione – oltre che con una lenta e faticosa educazione culturale – va contrastata e confutata a suon di gesti simbolici, di rivendicazioni sistematiche e di ostentazioni estemporanee.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di contro-narrazioni intelligenti ed efficaci che sappiano sfruttare a nostro favore tutte le storture comunicative di questi maledetti social network, unica vera arena politica nell’era della post-truth.

Perché, come i sopraccitati ultra-progressisti illuminati, anche noi vorremmo vivere in un paese in cui il colore della pelle fosse irrilevante. E invece, ahi noi, viviamo in un paese in cui una spiaggia intera aizza un cane contro un venditore ambulante di colore, in cui quattro ragazzini di Mestre lanciano goliardicamente delle pietre a una passante di colore, in cui un fascista che risponde al nome di Luca Traini esce per strada sparando esclusivamente a delle persone di colore, imitato in ciò da un altro italianissimo idiota che grazia i passanti bianchi ma uccide l’unico passante di colore – e mi fermo qui per non risultare ripetitivo, ma sapete meglio di me che avrei potuto continuare per ore…

Gli effetti di questa narrazione incontrastata sono terrificanti: un bambino di otto anni, ad esempio, in un centro estivo a Riccione si è rivolto a una compagna di colore così: “Ti sta bene che sei caduta, è a terra che devono stare i negri”.

Ultra-progressisti illuminati, barricandovi nella trincea del vostro assolutismo morale sarete sempre deontologicamente intoccabili e senza peccato; ma a livello politico e comunicativo il vostro silenzio è sterile e doppiamente inopportuno.

Perché, da una parte, avrete perso un’occasione per parlare, per mettere in risalto un esempio positivo di diversità, facendo passare per “normale” qualcosa che, dal punto di vista meramente statistico, “normale” non è.

Dall’altra, perché avrete lasciato campo aperto a chi invece zitto non sta mai, speculando su qualsiasi notizia, vera o falsa che sia, per reiterare la suddetta narrazione identitaria dell’Italia “bianca, cristiana ed eterosessuale”.

Il ministro Fontana afferma che “le famiglie arcobaleno non esistono”? Che le famiglie arcobaleno ci mettano la faccia, ostentando la loro “diversità” affinché un giorno non sia più necessario farlo! Che la comunità LGBT manifesti per le strade, ostentando tutta la sua diversità affinché un giorno i Pride diventino anacronistici!Screenshot_6

Salvini afferma che “le radici cristiane dell’Italia non si toccano”? Gli ultra-cattolici affermano che se non ci piace il crocifisso possiamo tornarcene “al nostro paese“? I 10 milioni di italiani non-credenti, compreso il sottoscritto, ostentino la propria diversità sottolineando che noi “al nostro paese” ci siamo già – noi italiani, ma che dico italiani, italianissimi!

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Ostentare la diversità in un paese che la nega non solo significa riaffermarla come un fatto, ma è anche un modo per educare a essa. Tacerla significa al contrario esporre le nuove generazioni solo ed esclusivamente alla monomania salviniana del “prima gli italiani” – che nella sua distopica prospettiva sono tutti bianchi, cattolici, eterosessuali, maschilisti e settentrionali.

Insomma, a star zitti perdiamo due volte – e allora parliamo, perché loro lo faranno di certo, con o senza il nostro silenzio.

Stiamo vivendo il nostro 1984. Al tempo del conformismo dilagante l’ostentazione della diversità è diventata un gesto rivoluzionario.

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Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Grazia Di Nicola è una donna di 48 anni ed è Testimone di Geova dal 2008. Grazia non ha rifiutato una trasfusione di sangue: così è sopravvissuta a una delicata operazione per asportarle un tumore. Da quel giorno i suoi “fratelli di culto”, incluse tre delle sue figlie, l’hanno ripudiata. Nella video intervista di FanPage.it potete ascoltare la sua testimonianza.

Tre brevissime (e non esaustive) considerazioni sull’accaduto:

1) Un Testimone di Geova (TDG) ha il diritto di rifiutare una trasfusione di sangue, anche a costo di morire, perché la sua scelta non intacca la libertà altrui. Se ci battiamo per l’autodeterminazione dell’individuo, dobbiamo farlo sempre, anche in questi casi, per quanto le motivazioni dei TDG siano assurde e oggettivamente irrazionali.

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2) Non è questo il caso, ma è bene sottolineare che un TDG non ha il diritto di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue ai propri figli minorenni. I figli non sono infatti proprietà dei genitori, e lo Stato ha il diritto di intervenire (ed interviene effettivamente) qualora la salute e “il miglior interesse del bambino” siano messi a repentaglio da determinate scelte educative e sanitarie dei genitori. Un esempio fra tanti? Il caso di genitori che curarono l’otite del figlio con l’omeopatia, mandandolo in coma…

Certo, può darsi il caso di un minore alla soglia dei 18 anni che sia abbastanza maturo e consapevole da potersi considerare maggiorenne. Ma legalmente un cittadino diventa maggiorenne a 18 anni: per quanto convenzionale sia, questo limite legale va rispettato in quanto tale.

3) Un TDG sa di appartenere a una comunità estremamente settaria, identitaria e vendicativa, come molti altri credenti appartenenti a altre confessioni religiose. Massima solidarietà dunque a Grazia Di Nicola, che sta affrontando un dramma umano e familiare terribile.

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Ma purtroppo (o per fortuna) lo Stato non può intervenire nella sua situazione familiare, proprio perché si tratta di una questione privata tra lei , le figlie e i suoi ex-fratelli di culto.

Lo Stato non può imporre, cioè, che quelle persone tornino a amarla o rispettarla, né tanto meno può re-immetterla di forza nella sua ex-comunità religiosa. L’appello della signora alla libertà di culto “garantita dalla Costituzione Italiana” è dunque sbagliato, perché è proprio nell’esercizio della loro libertà di culto che quelle persone possono decidere di allontanarsi da lei, senza commettere alcun reato.

Da razionalisti, auguriamo a Grazia Di Nicola che questa terribile esperienza possa aiutarla a comprendere quanto assurdi fossero i precetti a cui si atteneva, quanto violenta e disumana la religione possa essere, e quanto sia necessario allontanarsi da una comunità settaria e vendicativa come quella dei Testimoni di Geova.

Da atei, invece, siamo pronti a accoglierla in una comunità che mette al centro di tutto l’individuo, al riparo da simili gesti di ostracismo. Perché, con tutti i nostri difetti, facciamo parte di una comunità variegata e multicolore che rispetta la libertà di pensiero e di espressione, e in cui la vittimizzazione dell’apostasia logicamente non esiste.

Perché, ognuno a modo nostro, apostati lo siamo tutti.

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Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Salvini è favorevole alla regolamentazione della prostituzione, ma al tempo stesso fermamente contrario alla legalizzazione delle droghe. Lo ha detto con il suo classico tono perentorio e populista, ai microfoni di Radio 1 lo scorso 16 gennaio: “Fare l’amore fa bene, drogarsi no. Per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione.”

Chi mi conosce sa quanto io sia politicamente e umanamente lontano da Salvini, e non è un caso che anche in questa circostanza io non sia d’accordo con lui – ma non per la ragione che in molti immaginano…

Sono infatti dell’idea che i motivi a favore della legalizzazione della cannabis siano gli stessi a favore della regolamentazione della prostituzione, come ho sostenuto in un articolo per il blog della Fondazione Einaudi dal titolo: “Coraggio, liberali: legalizziamo la cannabis, regolamentiamo la prostituzione.

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Non rifarò quel paragone in questa sede – leggete quindi l’articolo, per favore, prima di commentare sostenendo che quel parallelo “c’entra come i cavoli a merenda” o che “le due cose non c’entrano una fava“. E, soprattutto, sempre per favore, non commentate dicendo che la prostituzione è già legale in Italia – ho scritto infatti “regolamentazione”, non “legalizzazione”, perché so bene che la prostituzione è già depenalizzata e che reato è invece soltanto il suo sfruttamento e favoreggiamento.

Coraggio, femminist*, regolamentiamo la prostituzione

In questo articolo voglio dunque focalizzarmi su un’altra tesi, altrettanto controversa, se non di più, e cioè: l’idea che regolamentare il mercato della prostituzione sia una battaglia femminista.

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Questa tesi incontra l’ostilità di mezzo mondo. Non solo quella di cattolici, conservatori e perbenisti, ma anche quella di persone appartenenti, come me, al movimento femminista. Proverò allora a rispondere ad alcuni dei loro argomenti più ricorrenti – se ce ne sono altri, commentate pure qui sotto o sulla pagina “Come se Dio fosse antani“.

“La prostituzione è una mercificazione del corpo della donna”

Premessa: per quanto oggettivamente minoritaria, la prostituzione maschile è un fatto. Quindi, per essere del tutto coerenti, sarebbe il caso di dire piuttosto: “la prostituzione è una mercificazione del corpo” tout court, senza distinzioni di genere.

Ma, anche ammettendo a fini dialettici che sia così, la domanda da porsi è la seguente: una donna ha o non ha il diritto all’autodeterminazione? È o non è padrona di decidere per se stessa, a prescindere da cosa pensino della sua decisione gli altri privati cittadini? Insomma, una donna è o non è libera di stabilire cosa fare con il proprio corpo?

Io, da femminista e da liberale, rispondo positivamente, senza alcuna esitazione. Altr* femminist* rispondono invece negativamente, sostenendo con fare paternalistico che, “in un mondo ideale”, nessuna donna sceglierebbe di fare la prostituta, così come non sceglierebbe la gestazione per altri

Ora, il ricorso ai “mondi ideali” è sempre pericoloso e fuorviante, perché si dà sempre per scontato che il proprio “mondo ideale” sia lo stesso immaginato da tutti. Al contrario, esistono persone che la pensano diversamente, donne e uomini che in piena libertà sceglierebbero (e scelgono effettivamente) di “mercificare” il proprio corpo, offrendo prestazioni sessuali in cambio di soldi.

“No, quelle persone non sono davvero libere di scegliere, la mercificazione del corpo è sempre sbagliata e noi dobbiamo fare di tutto affinché la prostituzione scompaia una volta per sempre.” Benissimo, ma allora, per pura coerenza, assieme alla prostituzione dobbiamo combattere anche un altro fenomeno di mercificazione del corpo – forse il fenomeno per eccellenza, vista la sua intrinseca componente voyeuristica, e cioè: la pornografia.

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Se si parla di “mercificazione”, la differenza è infatti minima. Una prostituta vende il proprio corpo in cambio di sesso. Una pornostar anche, ma di fronte a delle telecamere. Coerentemente con il vostro ragionamento, una prostituta e una pornostar “mercificano” il loro corpo alla stessa maniera, ed entrambe “ovviamente” non sono libere…

Ecco, siete davvero disposti a portare fino in fondo i vostri ragionamenti? Siete davvero disposti a vivere nel vostro mondo ideale senza prostituzione né pornografia – e magari senza droghe, alcool e tabacco? Io e molti altri no. Perdonateci, ma nel vostro califfato morale proprio non vogliamo viverci.

“La prostituzione è schiavitù. Regolamentarla non cambia nulla”

Come ho sostenuto nell’articolo citato sopra, sono ben consapevole che regolamentare la prostituzione “non eliminerebbe in toto e da un giorno all’altro il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione.” Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la regolamentazione sia una bacchetta magica – perché bacchette magiche non esistono da nessuna parte, in questo campo come altrove.

Regolamentare la prostituzione significa invece, da una parte, indebolire e ostacolare le organizzazioni criminali che controllano illegalmente questo mercato; dall’altra, riconoscere dignità e diritti ai/alle sex-worker.

Quali diritti? Molti, dalla possibilità di pagare i contributi e di avere un giorno una pensione alla maggiore sicurezza derivante dal fatto di non dover praticare la professione da sole su una strada alla mercé del primo violento di turno, o sotto il ricatto del proprio pappone.

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Ai sostenitori del femminismo abolizionista chiederei: davvero preferite voltare lo sguardo altrove quando passate sulla Togliatti o la Colombo? Come fate a non capire che, lungi dall’essere la soluzione a tutti mali, la regolamentazione della prostituzione è almeno la soluzione ad alcuni mali?

“La prostituzione non è un lavoro, perché il sesso è una cosa intima”

Questo è un retaggio della morale cattolica, la stessa dalla quale il femminismo vuole emanciparsi. Perché infatti il sesso dovrebbe fare eccezione? Chi stabilisce cosa può essere un lavoro e cosa no? Non di certo un’istituzione sessuofobica come la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, né il giudizio soggettivo di un cittadino o di un gruppo di cittadini, per quanto numerosi essi siano.

Con buona pace di perbenist* e abolizionist*, non ci sono motivazioni valide per impedire legalmente che due cittadini scelgano liberamente e coscientemente di avere un rapporto sessuale “a pagamento”, ma anzi, è quanto mai necessario colmare quel vuoto legislativo proprio per impedire che venga amministrato monopolisticamente dalle organizzazioni criminali.

Non ci sono motivazioni valide per impedirlo per una ragione ben precisa: perché, nel loro accordo, cliente e sex-worker non stanno invadendo la libertà di nessun altro cittadino. E in un regime democratico e liberale tanto basta per determinare la legittimità di un atto.

Se pensiamo che invece il sesso debba fare eccezione, è soltanto perché guardiamo ancora alla sessualità attraverso le lenti del cattolicesimo. Un cattolicesimo nevrotico, sessuofobico, anacronisticamente contro-natura, che da sempre ha relegato – e continua a relegare – la donna a un rango inferiore, così come ribadito tre giorni fa dal papaculissimo Francesco, che ha invitato le mogli dei mariti infedeli “ad aspettare…

Emanciparsi dalla morale sessuale cattolica significa anche questo: arrivare a capire che il sesso può essere slegato dall’amore, che può essere vissuto come più ci piace, nella castità come nella promiscuità, senza che nessuno possa dirci che stiamo sbagliando.

Tana per il patriarcato!

Regolamentare non risolverà tutti i problemi legati alla prostituzione, è vero, ma è un primo grande passo avanti verso l’emancipazione dei e delle sex-worker – il superamento di una delle più grandi e assurde ipocrisie contemporanee.

Diffidiamo di quanti sostengono che nessuna donna possa scegliere liberamente di prostituirsi, perché ragionano a partire da una mentalità occultamente paternalistica e maschilista: non lasciamo che il patriarcato, sotto mentite spoglie, ci dica ancora cosa possiamo e non possiamo fare.

SEX WORK

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Storia di una prostituta“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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