Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

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I fatti li conosciamo tutti: 3 giorni fa, a Bologna, un’autocisterna che trasportava GPL ha tamponato un altro tir ed è esplosa in autostrada. 145 feriti, danni materiali ancora da estimare, e un solo morto – il 42enne autista della autocisterna, Andrea Anzolin.

Il video dell’esplosione l’abbiamo visto tutti, e non in pochi sono stati in grado di vedere il volto di “uno spirito maligno” tra le fiamme.

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L’apparizione del volto di uno spirito maligno

Inutile perdere tempo in questo caso, perché tale visione si spiega come l’ennesimo fenomeno di “pareidolia”, ovvero – come da Dizionario Treccani – quel “processo psichico consistente nella elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale…”

Molto più interessante è invece commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – leggiamole insieme:

In tangenziale c’è stato l’intervento della provvidenza di Dio. Un dono, una protezione. Bisogna riconoscere che si è avuta una rapidità di intervento che ha permesso di evitare un numero enorme di vittime. Poi, però, vedendo e rivedendo le immagini, considerando che c’è stato per un incidente così grande un solo morto, effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori.

L’arcivescovo Zuppi non è il primo, né sarà di certo l’ultimo, ad attribuire a Dio un presunto potere miracoloso subito dopo una catastrofe di simili portate.

La libertà di religione e di espressione permettono questo e ben altro – e noi, in quanto cittadini di una democrazia liberale, difenderemo sempre il diritto dell’arcivescovo e dei suoi emuli a dire la propria, in totale libertà.

Ma, al tempo stesso, sempre appellandoci alla medesima libertà e agli stessi principi democratici e liberali, rivendichiamo il nostro diritto di dire apertamente e fragorosamente che le affermazioni dell’arcivescovo sono un’enorme stronzata.

Lo sono innanzitutto da un punto di vista logico, perché basate su un malcelato non sequitur. Dice infatti l’arcivescovo che “effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori”. Ma “effettivamente” cosa? Sulla base di quali fatti? E in che modo i soccorritori avrebbero fatto più di quanto non avrebbero normalmente fatto senza il presunto aiuto divino?

Ma, tralasciando questo aspetto, le affermazioni dell’arcivescovo Zuppi sarebbero ancora più assurde proprio nel caso in cui fossero vere (sic!)

Come fa l’arcivescovo a non accorgersi delle conseguenze teologiche di simili affermazioni? E, ampliando la prospettiva, come diavolo fanno miliardi di credenti in tutto il mondo a non capire che, ogni qual volta attribuiscano a Dio la capacità di intervenire direttamente nel reale, stanno sostanzialmente bestemmiando contro quel loro stesso Dio, fornendo agli atei l’ennesimo argomento a favore del loro ateismo?

Perché, se Dio ha potuto aiutare i soccorritori dopo l’esplosione, allora Dio avrebbe potuto anche aiutare l’autista a premere tempestivamente il freno per evitare il tamponamento e scongiurare la tragedia.

“Sì, certo”, risponderà il credente di turno, “Dio poteva, ma non ha voluto”. Ed è qui che, detto con inconfondibile aplomb, mi vien voglia di bestemmiare e di spaccare la tastiera su cui sto scrivendo.

Perché ogni argomentazione di questo tipo non è nient’altro che un’enorme e disumana supercazzola per giustificare ciò che non può essere giustificato – ma, soprattutto, ciò che non deve essere giustificato.

Non importa che a pronunciare quella supercazzola sia il più erudito dei teologi à la Karl Barth o il più illetterato dei contadini della Vandea controrivoluzionaria. Non è una questione di stile o di forma, bensì di pura, semplice e inaggirabile logica fondata sul principio di non-contraddizione. E, da questo punto di vista, è preferibile un teismo à la Spinoza o à la Bonhoeffer, che tenevano Dio ben lontano dalle faccende umane, piuttosto che l’arbitrarismo teologico dell’arcivescovo Zuppi e dei suoi emuli.

Perché, se in certi casi Dio può ma non vuole, allora vuol dire che Dio ha da sempre messo in conto, all’interno del suo imperscrutabile disegno divino, la sofferenza più o meno innocente di alcuni uomini, al fine di salvarne altri, più o meno innocenti a loro volta. E questa è, parafrasando le parole di Primo Levi, una bestemmia che Dio stesso risputerebbe a terra.

Di più: se ammettiamo che Dio può intervenire nel reale, allora Dio è responsabile per le morti di milioni di neonati e bambini che, ben prima di aver potuto esercitare il “dono” del libero arbitrio, sono morti in modi più o meno atroci ma tutti ugualmente ingiustificabili in un’ottica di teodicea. E in tal caso, noi – noi atei umanisti – abbiamo tutto il diritto di voltare le spalle a quel Dio, perché – come ho scritto nel mio libro – un Dio siffatto “non meriterebbe nient’altro che il nostro disprezzo“.

C’è poco da fare: più i credenti si ostineranno a ripetere simili supercazzole, più gli atei avranno ragione a rimanere ostinatamente nel loro rifiuto di Dio. Perché l’argomento ultimo dell’ateismo filosofico non è una confutazione dell’esistenza di Dio, bensì la presa di consapevolezza che, “anche se Dio esistesse, sarebbe umanamente e ragionevolmente impossibile credere in lui.”

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Ho affrontato l’argomento della teodicea in maniera più approfondita nell’ultimo capitolo del mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

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Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

Non ne posso più dell’immigrazione – e di gender, vaccini e Islam…

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C’è chi non ne può più degli immigrati, io non ne posso più dell’immigrazione – del suo essere ormai l’unico argomento all’ordine del giorno, l’unico punto dell’agenda politica italiana, come se la sorte del nostro intero paese dipendesse esclusivamente dalla risoluzione di questo problema. Come se, il giorno in cui cacceremo finalmente tutti gli immigrati (regolari e non), l’Italia si risolleverà d’incanto dalla stagnazione economica e culturale in cui versa da anni – la realtà è ben diversa, se non addirittura opposta, come dimostrato da molti studi. [1] [2] [3] [4]

A scanso di equivoci: l’immigrazione è un problema – un problema enorme, complesso e delicato. Lo è a monte, quando si tratta di salvare le vite di chi arriva per mare. Lo è a valle, quando si tratta di integrare gli immigrati regolari e di gestire quelli irregolari. Ma – attenzione a quel microscopico dettaglio – l’immigrazione è appunto solo un problema, non il problema.

La trappola nella quale siamo caduti a piè pari – architettata nel corso degli anni da Salvini, Meloni e i loro rispettivi social media manager – è stata farci credere che ogni singolo problema del nostro paese sia conseguenza diretta di un’unica limitatissima macro-causa: l’immigrazione, appunto.

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E in questa trappola, volenti o nolenti, ci siamo cascati tutti. Ci sono cascati gli elettori della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Ci sono cascati gli elettori del Movimento 5 stelle, che plaudono a Salvini – lo stesso che odiavano soltanto sei mesi fa – e che sembrano trovare normale che il loro inedito alleato, con “solo” il 17% dei consensi elettorali, stia letteralmente facendo il bello e cattivo tempo, fregandosene del loro partito, che invece ha preso il 33%. Ci sono cascati forse anche gli elettori del PD – perché il salto da Minniti a Salvini non è stato difficile in fondo…

Ma in questa trappola ci siamo cascati in qualche modo tutti, a prescindere dalla scelte elettorali dello scorso marzo, perché sin dal primo giorno del nuovo governo abbiamo accettato (ma non avremmo potuto fare altrimenti) di parlare dall’alba al tramonto di immigrazione, immigrazione, immigrazione.

Economia, ricerca scientifica, istruzione, cultura, diritti civili, welfare, laicità: tutto è stato strategicamente messo in secondo piano, lasciando il monopolio mediatico alla questioni più populiste a disposizione del governo. E se uno di quei temi per caso emerge dallo sfondo, è soltanto per essere strumentalmente attaccato o smantellato a fini propagandistici, come se ci trovassimo ancora in una ininterrotta campagna elettorale.

Non sono un analista politico, ma mi spiego questa strategia (tanto mediatica quanto politica) in un solo modo: fare delle riforme costa; giocare con i diritti (e con le vite) delle persone non costa nulla.

Per fare delle riforme occorrono risorse. E, se queste non ci sono, occorrono intelligenza e coraggio per trovarle: serve intelligenza, per attuare misure innovative che rilancino il mercato e producano benessere, ricchezza, servizi e progresso; ma serve anche coraggio, per dire ai cittadini che, lungi dall’essere vittime innocenti del problema, ne sono essi stessi la causa. Ma, evidentemente, nemmeno il più onesto dei partiti sarebbe mai disposto a commettere un simile harakiri politico…

E allora – visto che le coperture non ci sono e che la politica è un gioco più difficile di quanto preventivato da leghisti e pentastellati – al governo non resta che una strada: martellare su immigrazione, omofobia, complottismo anti-vaccinista, invasione islamica e altre simil-stronzate spendibili sul mercato del populismo.

Perché chiudere i porti non costa nulla, fa spettacolo e aizza l’elettorato, senza risolvere – ma anzi, peggiorando – il problema.

Perché dire che “le famiglie arcobaleno non esistono” e paventare una “stretta sugli aborti” è gratuito, rassicura i fondamentalisti cattolici e fomenta gli omofobi.

Perché dire che “dieci vaccini sono troppi” senza capire un emerito nulla di virologia o immunologia fa scena, ti accaparra l’appoggio degli antivaccinisti ed è apparentemente gratuito, almeno nel brevissimo periodo – nel breve, medio e lungo periodo il calo della copertura vaccinale equivale invece a un’ecatombe, sia in termini di costi sanitari che di vite umane.

Perché una legge che imponga i crocifissi in tutti i luoghi pubblici, porti compresi, è a costo zero, ma ti assicura il consenso di nazionalisti e cattolici, reiterando la narrazione dell’Italia “nata cristiana che non morirà musulmana”.

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Ecco, questa è la trappola in cui siamo caduti, dalla quale non sappiamo come (né quando, né se) ci libereremo.

Scaricare la colpa di tutti i nostri mali su immigrati, gay, vaccini, atei e musulmani non è solo stupido e falso – è anche e soprattutto una narrazione suicida in termini economici, culturali e sanitari. Presto o tardi lo capiremo tutti, con le buone o con le cattive.

La carta dell’odio e dell’idiozia non si gioca mai impunemente. Tra qualche anno o tra qualche mese, la realtà (oggettiva, indifferente, implacabile) ci si ritorcerà contro – e non ci chiederà il permesso.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Torna a casa, fottuto italiano”: quando la vittima di razzismo sei tu“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Non ci crederai, ma i 7 principi dei seguaci di Satana sono semplicemente fantastici

Non ci crederai, ma i 7 principi dei seguaci di Satana sono semplicemente fantastici

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Mi sono imbattuto per caso in uno strano video di VICE Francia dal titolo “Perché i Satanisti difendono il diritto all’aborto“. Il video fa riferimento al “Temple of Satan”, organizzazione statunitense basata nel Massachusetts con una missione ben precisa:

Incoraggiare la benevolenza e l’empatia tra tutte le persone, rigettare l’autorità tirannica, promuovere la giustizia e il buon senso pratico, e l’essere spinti dalla coscienza umana a intraprendere imprese nobili guidate dalla volontà individuale…

[Encourage benevolence and empathy among all people, reject tyrannical authority, advocate practical common sense and justice, and be directed by the human conscience to undertake noble pursuits guided by the individual will…]

Incuriosito da cotanta ragionevolezza ho indagato ancora un po’ e ho scoperto i cosiddetti “7 principi fondamentali” del Temple of Satan.

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Li traduco qui in italiano, prendendomi forse qualche libertà lessicale di troppo:

  1. Una persona deve cercare di agire con compassione ed empatia verso tutte le creature in accordo con la ragione.

  2. La lotta per la giustizia è una attività continua e necessaria che deve prevalere sulle leggi e sulle istituzioni.

  3. Il corpo di una persona è inviolabile, soggetto soltanto al volere della persona stessa.

  4. La libertà altrui deve essere rispettata, inclusa la libertà di offesa. Invadere volontariamente e ingiustamente le libertà altrui significa rinunciare alla propria.

  5. Le nostre credenze devono uniformarsi alla nostra più avanzata comprensione scientifica del mondo. Dobbiamo fare sempre attenzione a non distorcere i fatti per adattarli alle nostre credenze.

  6. Le persone sono fallibili. Se commettiamo un errore, dobbiamo fare del nostro meglio per correggerlo e rimediare a qualsiasi danno eventualmente arrecato.

  7. Ogni principio è [solo] una guida volta a ispirare la nobiltà d’azione e di pensiero. Lo spirito di compassione, di saggezza e di giustizia deve sempre prevalere sulla parola orale o scritta.

Non so voi, ma date queste premesse forse è davvero venuto il momento di convertirsi al satanismo…

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “L’ateismo non basta“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Testimone di Geova ripudiata dalle figlie: lo Stato non può farci nulla

Grazia Di Nicola è una donna di 48 anni ed è Testimone di Geova dal 2008. Grazia non ha rifiutato una trasfusione di sangue: così è sopravvissuta a una delicata operazione per asportarle un tumore. Da quel giorno i suoi “fratelli di culto”, incluse tre delle sue figlie, l’hanno ripudiata. Nella video intervista di FanPage.it potete ascoltare la sua testimonianza.

Tre brevissime (e non esaustive) considerazioni sull’accaduto:

1) Un Testimone di Geova (TDG) ha il diritto di rifiutare una trasfusione di sangue, anche a costo di morire, perché la sua scelta non intacca la libertà altrui. Se ci battiamo per l’autodeterminazione dell’individuo, dobbiamo farlo sempre, anche in questi casi, per quanto le motivazioni dei TDG siano assurde e oggettivamente irrazionali.

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2) Non è questo il caso, ma è bene sottolineare che un TDG non ha il diritto di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue ai propri figli minorenni. I figli non sono infatti proprietà dei genitori, e lo Stato ha il diritto di intervenire (ed interviene effettivamente) qualora la salute e “il miglior interesse del bambino” siano messi a repentaglio da determinate scelte educative e sanitarie dei genitori. Un esempio fra tanti? Il caso di genitori che curarono l’otite del figlio con l’omeopatia, mandandolo in coma…

Certo, può darsi il caso di un minore alla soglia dei 18 anni che sia abbastanza maturo e consapevole da potersi considerare maggiorenne. Ma legalmente un cittadino diventa maggiorenne a 18 anni: per quanto convenzionale sia, questo limite legale va rispettato in quanto tale.

3) Un TDG sa di appartenere a una comunità estremamente settaria, identitaria e vendicativa, come molti altri credenti appartenenti a altre confessioni religiose. Massima solidarietà dunque a Grazia Di Nicola, che sta affrontando un dramma umano e familiare terribile.

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Ma purtroppo (o per fortuna) lo Stato non può intervenire nella sua situazione familiare, proprio perché si tratta di una questione privata tra lei , le figlie e i suoi ex-fratelli di culto.

Lo Stato non può imporre, cioè, che quelle persone tornino a amarla o rispettarla, né tanto meno può re-immetterla di forza nella sua ex-comunità religiosa. L’appello della signora alla libertà di culto “garantita dalla Costituzione Italiana” è dunque sbagliato, perché è proprio nell’esercizio della loro libertà di culto che quelle persone possono decidere di allontanarsi da lei, senza commettere alcun reato.

Da razionalisti, auguriamo a Grazia Di Nicola che questa terribile esperienza possa aiutarla a comprendere quanto assurdi fossero i precetti a cui si atteneva, quanto violenta e disumana la religione possa essere, e quanto sia necessario allontanarsi da una comunità settaria e vendicativa come quella dei Testimoni di Geova.

Da atei, invece, siamo pronti a accoglierla in una comunità che mette al centro di tutto l’individuo, al riparo da simili gesti di ostracismo. Perché, con tutti i nostri difetti, facciamo parte di una comunità variegata e multicolore che rispetta la libertà di pensiero e di espressione, e in cui la vittimizzazione dell’apostasia logicamente non esiste.

Perché, ognuno a modo nostro, apostati lo siamo tutti.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “D’una fede che uccide e dell’ignoranza che salva“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Regolamentare la prostituzione è una battaglia femminista

Salvini è favorevole alla regolamentazione della prostituzione, ma al tempo stesso fermamente contrario alla legalizzazione delle droghe. Lo ha detto con il suo classico tono perentorio e populista, ai microfoni di Radio 1 lo scorso 16 gennaio: “Fare l’amore fa bene, drogarsi no. Per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione.”

Chi mi conosce sa quanto io sia politicamente e umanamente lontano da Salvini, e non è un caso che anche in questa circostanza io non sia d’accordo con lui – ma non per la ragione che in molti immaginano…

Sono infatti dell’idea che i motivi a favore della legalizzazione della cannabis siano gli stessi a favore della regolamentazione della prostituzione, come ho sostenuto in un articolo per il blog della Fondazione Einaudi dal titolo: “Coraggio, liberali: legalizziamo la cannabis, regolamentiamo la prostituzione.

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Non rifarò quel paragone in questa sede – leggete quindi l’articolo, per favore, prima di commentare sostenendo che quel parallelo “c’entra come i cavoli a merenda” o che “le due cose non c’entrano una fava“. E, soprattutto, sempre per favore, non commentate dicendo che la prostituzione è già legale in Italia – ho scritto infatti “regolamentazione”, non “legalizzazione”, perché so bene che la prostituzione è già depenalizzata e che reato è invece soltanto il suo sfruttamento e favoreggiamento.

Coraggio, femminist*, regolamentiamo la prostituzione

In questo articolo voglio dunque focalizzarmi su un’altra tesi, altrettanto controversa, se non di più, e cioè: l’idea che regolamentare il mercato della prostituzione sia una battaglia femminista.

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Questa tesi incontra l’ostilità di mezzo mondo. Non solo quella di cattolici, conservatori e perbenisti, ma anche quella di persone appartenenti, come me, al movimento femminista. Proverò allora a rispondere ad alcuni dei loro argomenti più ricorrenti – se ce ne sono altri, commentate pure qui sotto o sulla pagina “Come se Dio fosse antani“.

“La prostituzione è una mercificazione del corpo della donna”

Premessa: per quanto oggettivamente minoritaria, la prostituzione maschile è un fatto. Quindi, per essere del tutto coerenti, sarebbe il caso di dire piuttosto: “la prostituzione è una mercificazione del corpo” tout court, senza distinzioni di genere.

Ma, anche ammettendo a fini dialettici che sia così, la domanda da porsi è la seguente: una donna ha o non ha il diritto all’autodeterminazione? È o non è padrona di decidere per se stessa, a prescindere da cosa pensino della sua decisione gli altri privati cittadini? Insomma, una donna è o non è libera di stabilire cosa fare con il proprio corpo?

Io, da femminista e da liberale, rispondo positivamente, senza alcuna esitazione. Altr* femminist* rispondono invece negativamente, sostenendo con fare paternalistico che, “in un mondo ideale”, nessuna donna sceglierebbe di fare la prostituta, così come non sceglierebbe la gestazione per altri

Ora, il ricorso ai “mondi ideali” è sempre pericoloso e fuorviante, perché si dà sempre per scontato che il proprio “mondo ideale” sia lo stesso immaginato da tutti. Al contrario, esistono persone che la pensano diversamente, donne e uomini che in piena libertà sceglierebbero (e scelgono effettivamente) di “mercificare” il proprio corpo, offrendo prestazioni sessuali in cambio di soldi.

“No, quelle persone non sono davvero libere di scegliere, la mercificazione del corpo è sempre sbagliata e noi dobbiamo fare di tutto affinché la prostituzione scompaia una volta per sempre.” Benissimo, ma allora, per pura coerenza, assieme alla prostituzione dobbiamo combattere anche un altro fenomeno di mercificazione del corpo – forse il fenomeno per eccellenza, vista la sua intrinseca componente voyeuristica, e cioè: la pornografia.

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Se si parla di “mercificazione”, la differenza è infatti minima. Una prostituta vende il proprio corpo in cambio di sesso. Una pornostar anche, ma di fronte a delle telecamere. Coerentemente con il vostro ragionamento, una prostituta e una pornostar “mercificano” il loro corpo alla stessa maniera, ed entrambe “ovviamente” non sono libere…

Ecco, siete davvero disposti a portare fino in fondo i vostri ragionamenti? Siete davvero disposti a vivere nel vostro mondo ideale senza prostituzione né pornografia – e magari senza droghe, alcool e tabacco? Io e molti altri no. Perdonateci, ma nel vostro califfato morale proprio non vogliamo viverci.

“La prostituzione è schiavitù. Regolamentarla non cambia nulla”

Come ho sostenuto nell’articolo citato sopra, sono ben consapevole che regolamentare la prostituzione “non eliminerebbe in toto e da un giorno all’altro il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione.” Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la regolamentazione sia una bacchetta magica – perché bacchette magiche non esistono da nessuna parte, in questo campo come altrove.

Regolamentare la prostituzione significa invece, da una parte, indebolire e ostacolare le organizzazioni criminali che controllano illegalmente questo mercato; dall’altra, riconoscere dignità e diritti ai/alle sex-worker.

Quali diritti? Molti, dalla possibilità di pagare i contributi e di avere un giorno una pensione alla maggiore sicurezza derivante dal fatto di non dover praticare la professione da sole su una strada alla mercé del primo violento di turno, o sotto il ricatto del proprio pappone.

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Ai sostenitori del femminismo abolizionista chiederei: davvero preferite voltare lo sguardo altrove quando passate sulla Togliatti o la Colombo? Come fate a non capire che, lungi dall’essere la soluzione a tutti mali, la regolamentazione della prostituzione è almeno la soluzione ad alcuni mali?

“La prostituzione non è un lavoro, perché il sesso è una cosa intima”

Questo è un retaggio della morale cattolica, la stessa dalla quale il femminismo vuole emanciparsi. Perché infatti il sesso dovrebbe fare eccezione? Chi stabilisce cosa può essere un lavoro e cosa no? Non di certo un’istituzione sessuofobica come la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, né il giudizio soggettivo di un cittadino o di un gruppo di cittadini, per quanto numerosi essi siano.

Con buona pace di perbenist* e abolizionist*, non ci sono motivazioni valide per impedire legalmente che due cittadini scelgano liberamente e coscientemente di avere un rapporto sessuale “a pagamento”, ma anzi, è quanto mai necessario colmare quel vuoto legislativo proprio per impedire che venga amministrato monopolisticamente dalle organizzazioni criminali.

Non ci sono motivazioni valide per impedirlo per una ragione ben precisa: perché, nel loro accordo, cliente e sex-worker non stanno invadendo la libertà di nessun altro cittadino. E in un regime democratico e liberale tanto basta per determinare la legittimità di un atto.

Se pensiamo che invece il sesso debba fare eccezione, è soltanto perché guardiamo ancora alla sessualità attraverso le lenti del cattolicesimo. Un cattolicesimo nevrotico, sessuofobico, anacronisticamente contro-natura, che da sempre ha relegato – e continua a relegare – la donna a un rango inferiore, così come ribadito tre giorni fa dal papaculissimo Francesco, che ha invitato le mogli dei mariti infedeli “ad aspettare…

Emanciparsi dalla morale sessuale cattolica significa anche questo: arrivare a capire che il sesso può essere slegato dall’amore, che può essere vissuto come più ci piace, nella castità come nella promiscuità, senza che nessuno possa dirci che stiamo sbagliando.

Tana per il patriarcato!

Regolamentare non risolverà tutti i problemi legati alla prostituzione, è vero, ma è un primo grande passo avanti verso l’emancipazione dei e delle sex-worker – il superamento di una delle più grandi e assurde ipocrisie contemporanee.

Diffidiamo di quanti sostengono che nessuna donna possa scegliere liberamente di prostituirsi, perché ragionano a partire da una mentalità occultamente paternalistica e maschilista: non lasciamo che il patriarcato, sotto mentite spoglie, ci dica ancora cosa possiamo e non possiamo fare.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Storia di una prostituta“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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L’ateismo non basta

L’ateismo non basta

“Forse ti sembrerò pedante, ma è davvero importante che tu capisca perché il termine ateo, da solo, non basta. Per farlo, pensa a quanto segue. Così come esistono gli atei umanisti, esistono anche gli atei nichilisti, i quali, oltre a negare l’esistenza di Dio, credono che al mondo non ci siano valori da difendere, che l’uomo sia un essere abominevole e che l’umanità sia destinata all’apocalisse – credimi, sono più numerosi di quanto pensi. Esistono anche gli atei irrazionalisti, i quali, per quanto non credano in Dio, credono però nell’oroscopo, nelle fattucchiere, nei medium, nelle pseudoscienze, nel soprannaturale e quant’altro. O ancora esistono gli atei razzisti, gli atei omofobi, gli atei maschilisti, etc.”

Il passaggio che avete appena letto è preso dalla Lettera a una aspirante filosofa, posta a chiusura del mio libro “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole”, pubblicato da Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’UAAR.

La tesi esposta in quel passaggio è tanto chiara quanto controversa: l’ateismo, da solo, non basta – ed infatti, per le ragioni che vedremo più avanti, ad “ateo” affianco ormai sempre il termine “umanista”.

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Attenzione: ho detto “non basta”, che è diverso dal dire “non serve”. A tal riguardo, anzi, sgombero subito il campo da qualsiasi equivoco: chi vi scrive è e resta ateo, convintamente e consapevolmente ateo, come probabilmente lo sarete anche voi che state leggendo questo articolo – e se non lo siete, meglio ancora…

Arrivare a definirsi apertamente e tranquillamente atei in un paese cattolico e tradizionalista come l’Italia non è infatti cosa semplice. Non lo è stato per me, che ho impiegato anni prima di farlo, attraversando numerose tappe intermedie – se volete sapere com’è andata precisamente ho raccontato il mio percorso di “deconversione” nella Lettera di cui sopra.

Non è stato facile nemmeno per molti amici e conoscenti, tra chi va ancora in chiesa la notte di Natale per far contenta la famiglia, chi per “opportunità politiche” evita di definirsi ateo in pubblico, chi procrastina il suo sbattezzo da anni per non dispiacere ai genitori e chi invece fa da padrino al nipote per non deludere amici e parenti.

Infine, non lo è stato nemmeno per le tante persone, socie UAAR e non, che sto incontrando in queste settimane durante le presentazioni del libro in giro per l’Italia e l’Europa. A Sulmona, per esempio, ho conosciuto una coppia di atei dichiarati che negli anni 80’, sotto la pressione dei parenti, si sono dovuti sposare in incognito in chiesa, con la complicità di un amico prete molto “liberale”. O ancora una ragazza che, d’accordo con la nonna, si sbattezzerà, sì, ma solo dopo che la stessa nonna sarà “passata a miglior vita”.

Perché sto raccontando tutto ciò? Non di certo per fare gossip – anche perché sul tema esiste una casistica infinita e di gran lunga più assurda di quella riportata qui sopra. Sto raccontando tutto ciò perché, se credo come ho detto che l’ateismo non basti, lungi da me l’idea di volerlo liquidare come inutile, banale o superfluo.

Sono convinto, al contrario, che non ci sia nulla di più ragionevole ed entusiasmante che vivere, agire e pensare senza Dio – risolutamente, senza vergogna né sensi di colpa, ma neanche con superbia o arroganza.

Ciononostante, permettetemi di svelare un segreto di Pulcinella, che troppo spesso dimentichiamo: non credere in Dio non ci rende automaticamente delle persone migliori. La virtù morale si pone infatti altrove, nei valori che plasmano la nostra vita e indirizzano il nostro agire, non nelle cose in cui non crediamo.

Riuscire a liberarsi dai lacci mentali della tradizione religiosa e dalle mille contraddizioni del dogmatismo teologico è senza dubbio fondamentale; è il miglior punto di partenza per il libero sviluppo di una personalità consapevole, che sia sempre pronta a rimettere in discussione se stessa, aperta alla novità, alla diversità e al dialogo. Ma, appunto, si tratta solo di un punto di partenza, non di arrivo.

Veniamo dunque alla tesi centrale di questo articolo: perché l’ateismo, da solo, non basta? Da una parte perché, come già detto, il solo fatto di non credere in Dio non garantisce che le nostre azioni siano moralmente giuste, né migliori di quelle di un credente. Certo, a livello sociologico esiste una evidente correlazione statistica tra tasso di non-credenza di un paese e suo progresso politico-tecnologico, così come, inversamente, tra arretratezza e tasso di religiosità.

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Phil Zuckerman ha evidenziato a riguardo come, secondo lo Human Development Report del 2004, i cinque paesi al mondo col più alto “tasso di sviluppo umano” (Norvegia, Svezia, Australia, Canada e Olanda) siano tutti caratterizzati da “alte percentuali di ateismo organico”, mentre negli ultimi 50 paesi l’ateismo è statisticamente irrilevante. Ciononostante, come negare l’esistenza di regimi oppressivi e illiberali come la Cina o la Corea del Nord, dove la maggioranza della popolazione non crede in Dio – per quanto poi finisca per crearsene di altri?

Al tempo stesso, poi, l’ateismo non basta perché per sua stessa costituzione non sta mai in piedi da solo, ma è sempre completato da qualcos’altro. Non si può essere solo atei, perché si è anche qualcos’altro, sempre.

Chi afferma ad esempio di non credere in alcuna spiritualità, perché solo la materia conta, è un ateo materialista. Chi venera Cioran, tuonando che Dio è morto e che la vita non ha alcun senso, è un ateo nichilista. Chi, pur non credendo in Dio, crede nelle scie chimiche e nei vaccini che causano l’autismo è un ateo complottista – e la lista di ateismi più o meno biasimevoli è ancora lunga…

Per questo motivo, all’aspirante filosofa della Lettera dico che “oggi più che mai è necessario specificare che tipo di atea tu sia, Monica, in modo che nessuno possa confonderti per qualcun altro. Perché è solo attraverso la chiarezza del linguaggio che potrai esplicitare la tua posizione e dire chiaramente da che parte sei.”

Io, ad esempio, sto dalla parte dell’uomo, della sua ragione e della sua empatia. Mi definisco un ateo umanista – o anche solo un umanista se il mio interlocutore sa cosa intendo – perché, pur non credendo in Dio, credo che la (mia) vita abbia un senso, che esistano valori da difendere e battaglie da portare avanti.

La battaglia per la libertà individuale, ad esempio, poiché trovo preferibile una società dove ognuno sia libero di autodeterminarsi e vivere secondo coscienza piuttosto che una società dove ognuno cerchi di imporre all’altro la propria definizione di Bene e di Giusto. O ancora la battaglia per la ragione e per il progresso scientifico, perché, al contrario di molti naturisti, luddisti e nostalgici dell’età dell’oro, non vorrei mai rinascere altrove che nel nostro maledetto presente, con tutte le sue “detestabili” tecnologie e “artificiali” innovazioni – le stesse che hanno portato ai minimi storici la mortalità infantile e fatto impennare l’aspettativa di vita su scala planetaria, giusto per fare due esempi.

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Sarebbe davvero un grande passo avanti se, in Italia come nel mondo, sempre più atei realizzassero l’importanza della filosofia umanista e cominciassero a definirsi atei umanisti. Ciò non significa affatto abbandonare un’identità conquistata a fatica negli anni. Significa piuttosto completarla e farla evolvere, specificando con chiarezza l’universo di valori nei quali ci riconosciamo – universo che è ben definito dalla Dichiarazione di Amsterdam del 2002, dove vengono elencati i sette principi dell’Umanismo moderno.

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Non tutti gli atei sono umanisti, l’abbiamo appena visto. Ma ogni umanista – nel senso moderno del termine – è necessariamente ateo. Muovendoci in direzione dell’Umanismo non perderemo la nostra identità: non abbiamo infatti nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E se l’umanismo è davvero una scommessa sull’umanità, allora più saremo a scommettere, più alta sarà la nostra probabilità di vincita.

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Leggi di più su “Come se Dio fosse antani” sul sito dell’editore Nessun Dogma

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La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire stronzate

La blasfemia è un reato in Italia – ancora oggi, nel 2018.

La bestemmia, ad esempio, può essere sanzionata con una multa “da 51 a 309€”, come prescritto dall’art. 724 del Codice Penale. Non di rado capita che le forze dell’ordine applichino davvero quell’anacronistico articolo, per punire ad esempio una bestemmia in autostrada, o ad un Gay Pride, o addirittura su Facebook.

Di più: le “offese alla religione dello Stato (sic!) mediante vilipendio di persone” possono condurre a sanzioni che oscillano tra “i 1000 e i 5000€”, come stabilito dall’art. 403 del Codice Penale. Sanzioni che possono arrivare fino ai 6000€ nel caso in cui il vilipendio fosse rivolto ad un “ministro del culto” – un prete, ad esempio.

Non ci credete? Bene. La vedete quest’opera?

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800€ non è il suo costo, bensì l’ammontare della multa che il suo autore, Xante Battaglia, ha ricevuto per “vilipendio alla religione cattolica”, in Italia, nel 2015.

Nello specifico, secondo la Cassazione l’opera sarebbe “altamente volgare e idonea al vilipendio della religione cattolica, andando a colpire il Papa, al vertice della struttura ecclesiastica, ponendone l’effigie – con ciò facendo intendere rapporti interpersonali di natura non consentita a chi ha fatto voto di castità – accanto a quella del suo collaboratore più stretto e, collocando fra di esse, l’immagine del membro maschile”.

Vedete poi questo fotomontaggio?

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Postarlo su Instagram è costato 480€ ad un giovane spagnolo, giusto un anno fa, nell’aprile del 2017.

Non so voi, ma io ritengo che tutto ciò abbia dell’assurdo, e che simili leggi sulla blasfemia siano del tutto anacronistiche e illiberali. Intendiamoci: non si tratta di fare l’elogio della blasfemia. Per molte persone quelle immagini sono e restano volgari. Molte persone, poi, trovano che bestemmiare sia di cattivo gusto. Ma il cattivo gusto e la volgarità sono una cosa, la libertà di espressione un’altra.

Per questo motivo ho dato e rinnovo il mio sostegno alla campagna Dioscotto per l’abolizione delle leggi sulla blasfemia in Italia e nel mondo.

Ne ho parlato anche nel mio libro “Come se Dio fosse antani“, commentando la morte di Socrate, «il primo martire per la causa della libertà di pensiero e d’investigazione», secondo la definizione di Theodor Gomperz.

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Riprendendo la conclusione di un articolo pubblicato sul blog dell’UAAR nel dicembre 2017, che invito a leggere per capire fino in fondo la mia posizione, le leggi sulla blasfemia “non possono che essere destinate a scomparire, per il bene di tutti. […] Perché la libertà di espressione non prevede eccezioni e va difesa sempre, si tratti di satira, di arte o di bestemmie in autostrada. Detta in un altro modo: la libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire o fare stronzate.

È ora di abolire le leggi sulla blasfemia, in Italia e nel mondo: let’s #EndBlasphemyLaws now!

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