Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

Se “Dio ha protetto Bologna” allora hanno ragione gli atei, ancora una volta

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I fatti li conosciamo tutti: 3 giorni fa, a Bologna, un’autocisterna che trasportava GPL ha tamponato un altro tir ed è esplosa in autostrada. 145 feriti, danni materiali ancora da estimare, e un solo morto – il 42enne autista della autocisterna, Andrea Anzolin.

Il video dell’esplosione l’abbiamo visto tutti, e non in pochi sono stati in grado di vedere il volto di “uno spirito maligno” tra le fiamme.

Fiamme
L’apparizione del volto di uno spirito maligno

Inutile perdere tempo in questo caso, perché tale visione si spiega come l’ennesimo fenomeno di “pareidolia”, ovvero – come da Dizionario Treccani – quel “processo psichico consistente nella elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale…”

Molto più interessante è invece commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – leggiamole insieme:

In tangenziale c’è stato l’intervento della provvidenza di Dio. Un dono, una protezione. Bisogna riconoscere che si è avuta una rapidità di intervento che ha permesso di evitare un numero enorme di vittime. Poi, però, vedendo e rivedendo le immagini, considerando che c’è stato per un incidente così grande un solo morto, effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori.

L’arcivescovo Zuppi non è il primo, né sarà di certo l’ultimo, ad attribuire a Dio un presunto potere miracoloso subito dopo una catastrofe di simili portate.

La libertà di religione e di espressione permettono questo e ben altro – e noi, in quanto cittadini di una democrazia liberale, difenderemo sempre il diritto dell’arcivescovo e dei suoi emuli a dire la propria, in totale libertà.

Ma, al tempo stesso, sempre appellandoci alla medesima libertà e agli stessi principi democratici e liberali, rivendichiamo il nostro diritto di dire apertamente e fragorosamente che le affermazioni dell’arcivescovo sono un’enorme stronzata.

Lo sono innanzitutto da un punto di vista logico, perché basate su un malcelato non sequitur. Dice infatti l’arcivescovo che “effettivamente possiamo dire che ha agito la Provvidenza in appoggio ai soccorritori”. Ma “effettivamente” cosa? Sulla base di quali fatti? E in che modo i soccorritori avrebbero fatto più di quanto non avrebbero normalmente fatto senza il presunto aiuto divino?

Ma, tralasciando questo aspetto, le affermazioni dell’arcivescovo Zuppi sarebbero ancora più assurde proprio nel caso in cui fossero vere (sic!)

Come fa l’arcivescovo a non accorgersi delle conseguenze teologiche di simili affermazioni? E, ampliando la prospettiva, come diavolo fanno miliardi di credenti in tutto il mondo a non capire che, ogni qual volta attribuiscano a Dio la capacità di intervenire direttamente nel reale, stanno sostanzialmente bestemmiando contro quel loro stesso Dio, fornendo agli atei l’ennesimo argomento a favore del loro ateismo?

Perché, se Dio ha potuto aiutare i soccorritori dopo l’esplosione, allora Dio avrebbe potuto anche aiutare l’autista a premere tempestivamente il freno per evitare il tamponamento e scongiurare la tragedia.

“Sì, certo”, risponderà il credente di turno, “Dio poteva, ma non ha voluto”. Ed è qui che, detto con inconfondibile aplomb, mi vien voglia di bestemmiare e di spaccare la tastiera su cui sto scrivendo.

Perché ogni argomentazione di questo tipo non è nient’altro che un’enorme e disumana supercazzola per giustificare ciò che non può essere giustificato – ma, soprattutto, ciò che non deve essere giustificato.

Non importa che a pronunciare quella supercazzola sia il più erudito dei teologi à la Karl Barth o il più illetterato dei contadini della Vandea controrivoluzionaria. Non è una questione di stile o di forma, bensì di pura, semplice e inaggirabile logica fondata sul principio di non-contraddizione. E, da questo punto di vista, è preferibile un teismo à la Spinoza o à la Bonhoeffer, che tenevano Dio ben lontano dalle faccende umane, piuttosto che l’arbitrarismo teologico dell’arcivescovo Zuppi e dei suoi emuli.

Perché, se in certi casi Dio può ma non vuole, allora vuol dire che Dio ha da sempre messo in conto, all’interno del suo imperscrutabile disegno divino, la sofferenza più o meno innocente di alcuni uomini, al fine di salvarne altri, più o meno innocenti a loro volta. E questa è, parafrasando le parole di Primo Levi, una bestemmia che Dio stesso risputerebbe a terra.

Di più: se ammettiamo che Dio può intervenire nel reale, allora Dio è responsabile per le morti di milioni di neonati e bambini che, ben prima di aver potuto esercitare il “dono” del libero arbitrio, sono morti in modi più o meno atroci ma tutti ugualmente ingiustificabili in un’ottica di teodicea. E in tal caso, noi – noi atei umanisti – abbiamo tutto il diritto di voltare le spalle a quel Dio, perché – come ho scritto nel mio libro – un Dio siffatto “non meriterebbe nient’altro che il nostro disprezzo“.

C’è poco da fare: più i credenti si ostineranno a ripetere simili supercazzole, più gli atei avranno ragione a rimanere ostinatamente nel loro rifiuto di Dio. Perché l’argomento ultimo dell’ateismo filosofico non è una confutazione dell’esistenza di Dio, bensì la presa di consapevolezza che, “anche se Dio esistesse, sarebbe umanamente e ragionevolmente impossibile credere in lui.”

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Ho affrontato l’argomento della teodicea in maniera più approfondita nell’ultimo capitolo del mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole.

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“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

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“Non c’è vita senza dialogo. E, dappertutto nel mondo, il dialogo è oggi rimpiazzato dalla polemica. Il XX secolo è il secolo della polemica e dell’insulto. […] Migliaia di voci, giorno e notte, persistono ognuna per sé in un tumultuoso monologo, riversano sulle persone un torrente di parole mistificatrici, attacchi, difese, esaltazioni. Ma qual è il meccanismo della polemica? Consiste nel considerare l’avversario un nemico, e di conseguenza nel semplificarlo e nel rifiutarsi di guardarlo. Della persona che insulto, non conosco più il colore dello sguardo, né se gli capita di sorridere, e in che maniera sorride. Diventati grazie alla polemica ciechi per tre quarti, non viviamo più tra uomini, ma in un mondo di silhouette.

Non c’è vita senza persuasione. E la storia non conosce oggi che l’intimidazione. Gli uomini vivono e non possono che vivere a partire dall’idea che abbiano qualcosa in comune dove potersi ritrovare sempre. Ma invece abbiamo scoperto questo: ci sono uomini impossibili da convincere. Era e resta impossibile a una vittima dei campi di concentramento spiegare a coloro che l’hanno umiliata che non avrebbero dovuto farlo. Il punto è che questi ultimi non rappresentano più degli uomini, bensì un’idea, portata alla temperatura della più inflessibile delle volontà. Chi vuole dominare è sordo. Di fronte a lui, bisogna battersi o morire.”

Albert Camus, Il testimone della libertà (1948)

Il testo originale francese, da cui è tratta questa mia libera traduzione, si trova a pagina 121-122 del volume Conférences et discours (1936-1958), pubblicato nel 2017 da Gallimard.

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Ho citato più volte Camus nel mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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L’umanità, gli schermi, la vita

L’umanità, gli schermi, la vita

“L’umanità è sempre fuori da uno schermo”. Questa è una delle cose che sto imparando viaggiando, meravigliandomi ogni volta dell’ospitalità e della gentilezza delle persone che incontro.

Computer e smartphone non sono che modi per rimanere in contatto con le persone a cui teniamo. La stessa televisione, poi, non è che un diretto discendente dei cantastorie medievali.

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Lontano dalla tastiere, ecco invece la realtà, in tutta la sua meravigliosa contraddittorietà. Lo ripeto innanzitutto a me stesso: col capo chino su uno schermo – in treno, in metro, al pub – sprechiamo tutta l’ineffabilità della vita che ci scorre affianco.

Alziamo la testa allora. Spegniamo gli schermi, brindiamo alla vita.

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