“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

“Ci sono uomini impossibili da convincere”: un pensiero inedito di Camus che sembra scritto oggi

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“Non c’è vita senza dialogo. E, dappertutto nel mondo, il dialogo è oggi rimpiazzato dalla polemica. Il XX secolo è il secolo della polemica e dell’insulto. […] Migliaia di voci, giorno e notte, persistono ognuna per sé in un tumultuoso monologo, riversano sulle persone un torrente di parole mistificatrici, attacchi, difese, esaltazioni. Ma qual è il meccanismo della polemica? Consiste nel considerare l’avversario un nemico, e di conseguenza nel semplificarlo e nel rifiutarsi di guardarlo. Della persona che insulto, non conosco più il colore dello sguardo, né se gli capita di sorridere, e in che maniera sorride. Diventati grazie alla polemica ciechi per tre quarti, non viviamo più tra uomini, ma in un mondo di silhouette.

Non c’è vita senza persuasione. E la storia non conosce oggi che l’intimidazione. Gli uomini vivono e non possono che vivere a partire dall’idea che abbiano qualcosa in comune dove potersi ritrovare sempre. Ma invece abbiamo scoperto questo: ci sono uomini impossibili da convincere. Era e resta impossibile a una vittima dei campi di concentramento spiegare a coloro che l’hanno umiliata che non avrebbero dovuto farlo. Il punto è che questi ultimi non rappresentano più degli uomini, bensì un’idea, portata alla temperatura della più inflessibile delle volontà. Chi vuole dominare è sordo. Di fronte a lui, bisogna battersi o morire.”

Albert Camus, Il testimone della libertà (1948)

Il testo originale francese, da cui è tratta questa mia libera traduzione, si trova a pagina 121-122 del volume Conférences et discours (1936-1958), pubblicato nel 2017 da Gallimard.

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Ho citato più volte Camus nel mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Io, immigrato nato sulla sponda giusta del Mediterraneo

Nascere al di qua o al di là del Mediterraneo è una questione di mera fortuna.

Altrettanta fortuna serve per nascere sulla sponda giusta del Mediterraneo al momento più opportuno – e non, come è successo ai nostri nonni, nel bel mezzo di una guerra mondiale, costretti a nascondersi sui monti mangiando carrube; o, come successo ai nostri bisnonni, nel bel mezzo di una povertà che li spinse a emigrare dall’altra parte del mondo, sulla sponda più fortunata dell’Oceano Atlantico.

In questa enorme lotteria universale io ho avuto la fortuna di nascere sulla sponda giusta e al momento giusto. In Italia, sull’onda lunga del boom economico e due decenni prima della crisi. Ma, soprattutto, in Europa, un continente senza guerra da 73 anni.

Come se questo non fosse già tanto, ho avuto l’incredibile fortuna di nascere con il colore della pelle “giusto”, con l’orientamento sessuale “giusto” e con il genere “giusto”, in una famiglia che è stata in grado di garantirmi una casa, un’educazione e una standard di vita dignitoso.

Ma questo non fa di me una persona migliore, perché nessuno può reclamare un merito sulla propria nascita, né sul contesto socio-economico d’origine. Al contrario: l’avere avuto in sorte questo biglietto vincente mi carica di una responsabilità ancora maggiore.

Perché io, senza alcun merito, sono stato fortunato. Altri, senza alcuna colpa, sono stati più sfortunati di me. E io sarei potuto essere loro. Anzi, in un certo modo io sono loro: perché, come loro, anche io ho lasciato il mio paese alla ricerca di condizioni di vita migliori, di una realizzazione altrimenti difficile, se non impossibile.

Sono un immigrato – presto, con la Brexit, anche extracomunitario. Ma il colore della mia pelle, la nazionalità del mio passaporto o il mezzo di trasporto utilizzato per lasciare il mio paese non mi rendono “meno” immigrato o “diversamente” immigrato…

L’umanità di una persona si misura nella capacità di astrarre dalla propria contingenza individuale per vedere, in chi gli sta di fronte, un altro possibile sé. La nostra umanità si gioca tutta nella risposta alla domanda: “come avrei voluto essere trattato se mi fossi trovato al posto di quella persona?”

Da troppo tempo un numero incredibile di italiani ha smesso di rispondere sinceramente a quella domanda. Truccano le carte, senza immedesimarsi davvero nelle tragedie umane e umanitarie altrui. O, peggio, quella domanda semplicemente non se la pongono.

Con lo sguardo fisso sulla finestra murata della loro bacheca virtuale, non sono in grado di immaginare sé stessi nelle foto che vedono scorrere velocemente sul loro schermo. Cattolici, dimenticano l’insegnamento del loro profeta: “Tutte le cose che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro”. E, messi di fronte a evidenze tragicamente disumane, arrivano a vedere bambolotti o futuri spacciatori al posto di bambini annegati, ladri o stupratori al posto di esseri umani alla ricerca di un futuro migliore.

Io starò sempre dalla parte di chi quegli esseri umani e quei bambini farà di tutto per salvarli, a prescindere dalle loro opinioni politiche e credenze religiose.

Io starò sempre dalla parte dell’uomo, costi quel costi, e le accuse di buonismo, snobismo o ipocrisia mi scivoleranno addosso come acqua – le ignorerò, come si ignora l’abbaiare immotivato di un cane legato in gabbia.

Sono un umanista, non credo in nessun Dio, ma non ho dubitato nemmeno un secondo se rispondere o meno all’appello di un prete, esponente di un’istituzione che ho abbandonato ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno.

Ho risposto all’appello di un prete, e come me migliaia di altri atei e umanisti, perché per fermare un’emorragia di umanità c’è bisogno di unione, di uscire tutti allo scoperto, fuori dal solipsismo delle nostre trincee ideologiche. Perché salvare delle vite umane, Camus docet, è qualcosa che va “al di là delle bestemmie e delle preghiere”.

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Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche “Mi fate schifo“. Per sapere di più sul mio libro: “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole

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Mi fate schifo

Mi fate schifo

Voi – che da dietro la tastiera con la schiuma alla bocca plaudite a Salvini – non solo mancate di senso logico, ma anche e soprattutto di fantasia.

Vi manca la logica, sì, perché quando vi si spiattellano davanti i numeri e gli argomenti, nero su bianco, non siete in grado di capirli, di qualsiasi argomento si tratti.

Ma vi manca soprattutto la fantasia, la capacità di immaginare cosa significhi attraversare il Mediterraneo su una nave, in 629, tra donne incinte, minorenni e bambini.

Non ho mai avuto così tanta paura, e mai mi sono sentito così lontano da voi. Perché mi siete lontani due volte: nella ragione e nell’anima, nel cervello e nel cuore, nella riflessione e nel riflesso – quello di chi d’istinto tende la mano a favore di chi ne ha bisogno.

E allora voglio mettervi davanti uno specchio, anche se non sarete nemmeno in grado di riconoscervi in esso.

Siete persone meschine e frustrate, brutte. Avete delle vite miserabili. Non potendo ammettere di essere voi stessi la causa della vostra miseria, ve la prendete con negri, froci e altri da voi.

Vivete di risentimento. Non mostrate mai il vostro volto, nascondendovi dietro una foto profilo anonima. Analfabeti funzionali con due lauree, quando vi si parla di fallacie ridete pensando che si tratti di un’allusione sessuale – espressione, questa, che mai sareste in grado di utilizzare nella immensa vacuità del vostro vocabolario.

Sì, perché la vostra capacità retorica è ignobile, la grammatica dei vostri discorsi imbarazzante. Antiabortisti, ogni giorno praticate voi stessi mille e uno aborti della lingua italiana. Non siete in grado di scrivere una sola fottutissima riga senza un errore di ortografia. I vostri commenti sono il riflesso della vostra ignoranza risentita – le vostre dita sulla tastiera il pennino del sismografo che rileva le oscillazioni della vostra mediocrità.

Smemorati come pecore erranti dell’Asia, avete dimenticato al tempo stesso i vostri nonni emigrati e i vostri figli immigrati – a Londra, Berlino, Parigi, Stoccolma. Vi hanno pisciato in testa e vi hanno detto che puzzavate. Hanno inneggiato alla lava del Vesuvio e voi come schiavi senza memoria né amor proprio li avete scelti come padroni. Hanno battezzato le loro ampolle nell’acqua del Dio Po, e voi, cattolici, li elevate a vostri salvatori.

Mi fate schifo, e a tratti vorrei poter fare a meno di voi. Ma a meno di voi non posso fare, perché la vostra idiozia ci manderà alla deriva tutti, da Lampedusa a Bolzano – e oltre…

Non posso fare a meno di voi, è vero. Ma in questa notte così vuota e disumana ho deciso di riversare su di voi tutto il mio disprezzo, senza un vero e proprio obiettivo, come quando, abbracciati al cesso, ci si ficca due dita in gola per vomitare l’anima.

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L’umanità, gli schermi, la vita

L’umanità, gli schermi, la vita

“L’umanità è sempre fuori da uno schermo”. Questa è una delle cose che sto imparando viaggiando, meravigliandomi ogni volta dell’ospitalità e della gentilezza delle persone che incontro.

Computer e smartphone non sono che modi per rimanere in contatto con le persone a cui teniamo. La stessa televisione, poi, non è che un diretto discendente dei cantastorie medievali.

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Lontano dalla tastiere, ecco invece la realtà, in tutta la sua meravigliosa contraddittorietà. Lo ripeto innanzitutto a me stesso: col capo chino su uno schermo – in treno, in metro, al pub – sprechiamo tutta l’ineffabilità della vita che ci scorre affianco.

Alziamo la testa allora. Spegniamo gli schermi, brindiamo alla vita.

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